international analysis and commentary

Giappone: la carta nordcoreana e i dubbi americani

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Nuove strategie stanno prendendo forma attorno alla Corea del Nord, motivate in parte dallo stallo del negoziato multilaterale a sei, fermo dal 2008, sul programma nucleare di Pyongyang, e in larga misura dalla crescita del peso diplomatico e delle ambizioni dei Paesi che contornano la Corea del Nord. L’obiettivo comune è trovare la strada per mettere il regime, ora saldamente in mano a Kim Jong-un, nella condizione di non nuocere e, se possibile, di non essere più incompatibile con i diversi progetti di riequilibrio regionale. In questo contesto gli Stati Uniti sembrano avere assunto una posizione marginale, mentre si muovono da protagonisti Pechino e Tokyo, oltre che Seul. E se è casuale che nuovi leader si siano insediati pressoché contemporaneamente in queste tre capitali – e si potrebbe aggiungere nella stessa Pyongyang – appare invece decisivo per le nuove strategie di ampio respiro l’approccio attivista, e soprattutto non convenzionale, con cui essi si pongono di fronte alla Corea del Nord. Esattamente all’opposto degli Stati Uniti, dove il passaggio da Hillary Clinton a John Kerry alla guida del Dipartimento di Stato non ha prodotto alcun rilevante cambiamento di percorso, al di là della necessità per Washington di concentrare l’attenzione su scacchieri lontani dall’Estremo Oriente.

Se il Pivot to Asia non poteva prescindere da un forte impegno a tenere sotto controllo la mina nordcoreana, rapidamente il presidente Obama  si è trovato di fronte un’equazione che, finora almeno, non è stato in grado di risolvere. Era logico infatti accogliere con favore il lento distacco di Pechino da Pyongyang e a maggior ragione le aperte critiche rivolte dalle autorità cinesi a Kim Jong-un: questi, sulla scia di suo padre, persisteva nel riarmo nucleare e in calcolate provocazioni,  finalizzate a tenere artificiosamente alta la tensione e a dimostrare di non essere, come da molti auspicato, il nuovo Deng Xiaoping. Obama però aveva e ha ben poco da offrire in cambio a Pechino. Anzi, è costretto a dare soddisfazione ai suoi alleati – quelli “storici” e quelli appena conquistati alla causa della stabilità in chiave di contenimento dell’avanzata cinese – risucchiati in una spirale di contenziosi senza vie d‘uscita con la Cina. Così il cerchio non si è chiuso. La morsa costituita dall’Impero di mezzo e dall’unica superpotenza mondiale che avrebbe dovuto schiacciare la dittatura nordcoreana non si è mai costituita; intanto il presidente Xi Jinping, assunto il pieno controllo della politica cinese, ha imboccato una strada non solo in totale autonomia rispetto agli Stati Uniti, ma anche lastricata del sempre accattivante principio del divide et impera, applicato agli alleati di Washington. Ha cioè privilegiato i rapporti con la Corea del Sud, compiacendosi di dare un dispiacere tanto a Tokyo quanto a Pyongyang.  Da quando è salito al potere, si sono moltiplicati così gli incontri tra i leader cinesi e sudcoreani, a fronte di nessun incontro con i nordcoreani. E il mese scorso, in ossequio a una simbologia che in Asia conta molto, Xi ha compiuto la sua prima visita ufficiale a Seul senza farla precedere, come tradizione, da una a Pyongyang. Intanto la creazione di una Free Trade Area tra i due Paesi sta per concretarsi (forse entro fine anno) mentre i rapporti commerciali raggiungono livelli considerevoli  (in 20 anni l’interscambio è passato da sei a 270 miliardi di dollari, cifra maggiore di quella riguardante l’interscambio combinato della Corea del Sud con Stati Uniti e Giappone).

È in questo contesto che si è aperta una nuova opportunità di comunicazione tra Pyongyang e Tokyo. A trainare il nuovo trend sono convergenze dettate dalla necessità di entrambi i Paesi di rispondere all’avvicinamento tra Pechino e Seul. Altri fattori, inoltre, giocano a favore di un riavvicinamento non esclusivamente tattico. Kim Jong-un, ad esempio, deve dare un senso al “dopo-Jang Song-thaek”, lo zio e uomo forte del regime liquidato brutalmente nel dicembre scorso. Se Jang era  il principale gestore dei rapporti con la Cina, l’apertura al Giappone appare una opzione quasi inevitabile, anche perché per renderla fruibile non è necessario rinunciare al proprio deterrente nucleare, ma basta dichiararsi pronti, a costo zero, a riaprire il dossier dei rapimenti di cittadini giapponesi (negli anni Settanta e Ottanta) da parte dei servizi segreti nordcoreani. Per questa via poi si dimostra ai cinesi che Pyongyang è in grado, se messa alle strette, di trovare alternative alla dipendenza dalla Cina (da cui sembra tuttora riceva oltre il 70% del fabbisogno petrolifero). Si è inoltre più coperti quando si gioca a irritare i fratelli sudcoreani con la consueta doccia scozzese di aperture e chiusure: solo nelle ultime settimane, mancata risposta alla proposta di riprendere il negoziato per la riunificazione delle famiglie separate durante il conflitto del 1950-53 presentata dalla presidente Park Geun-hye, lancio (in mare) di missili a corta gittata, richiesta di ritiro di tutti i  soldati americani dalla Corea del Sud. Nel contempo, vengono lanciati anche messaggi di altra natura, come il conciliante discorso del premier Pak Pong-ju per l’anniversario  della nascita della Repubblica popolare e l’invio di una numerosa delegazione ai giochi asiatici programmati a Seul.

Quanto al premier nipponico Abe Shinzo, ha sempre dato la massima priorità all’annoso dossier dei rapimenti in chiave di politica estera, ma sa anche di poterne trarre vantaggio per guadagnare consensi all’interno. La sorte di questi desaparecido, di cui non si conosce neppure il numero (a seconda delle valutazioni, da 17 a 883) è infatti molto sentita dall’opinione pubblica giapponese, e chi è in grado di ottenere qualche risultato in merito – come fece nel 2002 l’allora premier Koizumi Junichiro riportando a casa, dopo una visita a Pyongyang, cinque ostaggi – è certo di ricavarne vantaggi elettorali. Così, dopo negoziati segreti, il 4 luglio la Corea del Nord si impegnava a istituire un comitato incaricato di studiare la questione. In cambio Abe sospendeva alcune sanzioni (quelle dichiarate unilateralmente) riguardanti la circolazione delle persone, il trasferimento delle rimesse dei nordcoreani, gli aiuti umanitari e il permesso di attracco nei porti giapponesi. Entro fine settembre il comitato nordcoreano dovrebbe consegnare al Giappone un primo rapporto che si dà per certo non sarà conclusivo, ma dal cui tenore i giapponesi ritengono che si potrà capire se la controparte fa sul serio o meno. Le risposte di Pyongyang devono essere – ha detto Abe – “concrete e sincere”. Intanto, a riprova che il clima tra i due Paesi è migliorato, un gruppo di giapponesi  ha potuto recarsi in Corea del Nord per rendere omaggio ai connazionali che vi sono morti durante la “guerra del Pacifico”.

A seguito di questi passaggi, con gli Stati Uniti non sono mancate incomprensioni, tanto è vero che il ministro degli Esteri Kishida Fumio è volato a Washington per fornire spiegazioni. Tokyo ha assicurato il fermo rispetto del regime di sanzioni decretate dalle Nazioni Unite contro la Corea del Nord per il suo programma nucleare ad uso militare. Abe ha anche garantito che non farà mosse ad effetto – come andare a Pyongyang – senza consultarsi con Obama. Inoltre ha ripreso i rapporti con Cina e Corea del Sud (malgrado non diminuiscano gli attriti sul contenzioso territoriale) allo scopo di riavviare i negoziati che dovrebbero portare ad una zona di libero scambio trilaterale: l’11 settembre, dopo quasi un  anno di totale black out, si è svolta a Seul una riunione a tre a livello di vice ministri degli Esteri. Non si sa quanto tale progetto sia compatibile con la Trans Pacific Partnership (TPP) e dunque quanto sia realmente gradito a Obama, che auspica semmai un inserimento anche di Seul nella TPP. Ma che giapponesi e sudcoreani si parlino non può non rassicurare gli Stati Uniti circa i loro piani di stabilizzazione regionale e il ruolo che sono chiamati a svolgervi i maggiori alleati. Fermo restando che  è inevitabile una differenza di prospettiva con Tokyo: quando si parla di rapporti con Paesi terzi Corea del Nord compresa, il Giappone è interessato solo a un equilibrio regionale, non all’equilibrio mondiale ricercato dall’unica (per ora) superpotenza globale.