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George Kennan a Teheran? Lo scenario di un vero contenimento dell’Iran

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Alla fine di un anno reso estremamente problematico dalla crisi finanziaria internazionale, l’opinione pubblica ha un altro serio motivo di preoccupazione: ci sarà un attacco all’Iran?

Le forti contro-indicazioni di una simile prospettiva dovrebbero essere più che evidenti: dalla probabilità di una risposta asimmetrica iraniana (con l’attivazione contro Israele di Hezbollah) alle ricadute sul prezzo del petrolio. È poi prevedibile un’ondata antiamericana in tutto il mondo arabo-islamico di fronte all’ennesimo attacco, americano o comunque “autorizzato” da Washington, contro un Paese musulmano. E c’è il potenziale di divisione in campo occidentale, forse ancora più grave di quello registratosi in occasione dell’attacco americano all’Iraq.

Eppure, quello che sembrava anche poco tempo fa impossibile si potrebbe oggi definire – al più – improbabile. I fattori che ci impediscono di escludere un attacco sono soprattutto due: il primo è l’oltranzismo di Netanyahu, tipico modo di eludere gravi problemi politici interni. Il secondo fattore è l’appoggio incondizionato del Congresso USA a Israele – un appoggio da cui il Presidente Obama non sembra in grado, in questa fase pre-elettorale, di prendere le distanze.

Il regime iraniano, da parte sua, sembra volutamente rischiare il peggio, non tanto per la sostanza delle sue posizioni (sul nucleare non manca qualche segnale di flessibilità) quanto per una retorica provocatoria e per episodi come l’invasione dell’ambasciata britannica a Teheran. Il fatto è che il regime, nelle sue varie correnti e nel dualismo Leader Supremo/Presidente, è effettivamente unito nella comune priorità della sopravvivenza, ma è profondamente diviso nell’alternativa fra la normalizzazione dei rapporti internazionali e un radicalismo identitario tardo-rivoluzionario.

Il rischio è in particolare che le correnti più estreme – quelle che temono la normalizzazione dei rapporti con l’America possa condurre alla fine della Repubblica Islamica – non solo accettano il rischio di un attacco militare, ma anzi lo ritengono probabilmente la via più sicura al consolidamento del regime.  Si può dire che non hanno tutti i torti, se guardiamo al precedente storico dell’attacco di Saddam Hussein, nel 1980, che consolidò la rivoluzione islamica ricompattando, sulla base del forte nazionalismo iraniano, gruppi e tendenze allora in aspra lotta fra loro.

Oggi, come allora, sono pochissimi gli oppositori del regime che si schiererebbero con  un attacco militare straniero, anteponendo l’odio per il governo in carica all’amore per la Patria.

Che fare, allora?  La questione nucleare è seria, anche se meno drammaticamente urgente di quanto qualcuno vorrebbe farci credere. Lo è per il suo potenziale di proliferazione regionale, e a più breve termine per una considerazione lineare: se non si riesce a fermare quella che sembra l’inesorabile avanzata iraniana verso una capacità nucleare militare, la prospettiva di un attacco israeliano potrebbe trasformarsi da possibile a probabile se non certa.

Ma non si tratta solo del nucleare. Il problema più generale è di come fare dell’Iran “un paese normale” – non tanto nel senso della democrazia, che alla luce della prassi sia americana che europea non sembra sia considerata un requisito necessario per la coesistenza e gli scambi economico-commerciali – ma una nazione normalmente inserita nella comunità internazionale. In altre parole, come far uscire l’Iran dalla sua condizione di Paese-paria soggetto a isolamento e sanzioni.

Per disgrazia, la “questione iraniana” viene troppo spesso impostata in termini alternativi da falchi militaristi da una parte (che dipingono l’Iran come un Paese che consapevolmente si muove verso un orizzonte apocalittico) e da colombe dall’altra (che pensano che un onesto dialogo basato sul riconoscimento delle ragioni dell’altro potrebbe di per sè risolvere le attuali tensioni).

È come se ci fossimo tutti dimenticati di come una sfida ben più potente e globale – quella del sistema sovietico – e’ stata affrontata e poi vinta (o forse sarebbe più corretto dire persa dal Comunismo sovietico). È come se ci fossimo dimenticati che esiste un’alternativa fra guerra e appeasement.

Netanyahu e i neo-con americani agitano lo spettro di “Monaco” e tracciano artificiosi paralleli fra Iran sciita e Germania nazista, sottolineando come quest’ultima fu fermata solo con la guerra; ma evitano accuratamente di fare riferimento all’altra grande sfida, quella comunista, e di menzionare il fatto che l’URSS non è stata attaccata, e nemmeno isolata e colpita da sanzioni, ma è stata “contenuta”.

La pubblicazione, proprio nelle ultime settimane, di una monumentale biografia di George Kennan opera dello storico John Lewis Gaddis, dovrebbe indurci a rivisitare una pagina di straordinario interesse della storia del XX secolo.  Il “containment”, un’idea brillantemente proposta da Kennan fin dal 1946 (con il famoso “telegramma lungo”) e poi elaborata l’anno successivo nell’articolo di Foreign Affairs a firma “Mr. X”,  non venne accettata subito e da tutti, dato che dovette fare i conti (e continuo’ a doverli fare nei decenni successivi) con la linea del “roll-back” – una strategia alternativa concepibile solo in una prospettiva di uso della forza.

Dire “containment” sembra evocare lo spettro della Guerra Fredda, un lungo periodo comunque caratterizzato da tensioni, rischi di scontro nucleare, azioni destabilizzanti in teatri secondari (cioè non in Europa, ma nel Sud-est asiatico e in America Latina: Vietnam, Cuba).  Dovremmo invece non solo esaminare il quadro complessivo delle vicende storiche dal 1945 al 1991 (fine dell’URSS), ma soprattutto fare riferimento alla “interpretazione autentica” del containment che possiamo ricavare dalle posizioni politiche, e non solo intellettuali, formulate da George Kennan praticamente fino al momento della sua morte nel 2005.

Containment non significa infatti unicamente impedire all’avversario di tradurre la sua sfida sul terreno dell’espansione territoriale e della conquista militare, ma anche ingaggiarlo su terreni (da quello economico a quello culturale) su cui si sa che, neutralizzata la semplice forza, tutti gli altri fattori giocano in nostro favore. Già nella primissime versioni del containment, infatti, Kennan prospettava la sconfitta e il tramonto della sfida sovietica, incapace di competere con l’America e in generale con l’Occidente.

Kennan, per citare una pagina della biografia di Gaddis, “always regarded successful containment not as an end in itself, but as the prerequisite for the ultimate process of negotiations”.  Non e’ certo un paradosso: il diplomatico super-realista, l’autore del “blueprint” vincente per la Guerra Fredda, il “cold warrior” per eccellenza, era esattamente il contrario degli irresponsabili e fanatici “falchi” che oggi spingono per un attacco all’Iran.

Il dramma del Vietnam lo vide su posizioni fortemente critiche, con parole veementi contro “lo spettacolo di americani che attaccano un popolo povero e debole, e in particolare un popolo di razza e colore diversi….uno spettacolo che danneggia l’immagine dell’America nel mondo”. Di più:  proprio per la sua opposizione alla guerra nel 1968 egli, uomo profondamente conservatore, diede la sua adesione alla campagna elettorale del liberal Eugene McCarthy.

La politica estera reaganiana, con la sua corsa agli armamenti e la sua retorica sull’Impero del Male,  suscitò successivamente la sua denuncia di “un’amministrazione ignorante, priva di intelligenza, arrogante, oltre ad essere frivola e temeraria”.

Da ultimo, all’età di 98 anni nel 2002, Kennan, intervenendo nel dibattito sulla “guerra preventiva” nei confronti dell’Iraq, prese ancora una volta posizione contro la militarizzazione della politica estera americana, ricordando che “la guerra ha una propria dinamica capace di trascinarci ben lontano da quelle che sarebbero le nostre intenzioni.”

La logica del containment, in altre parole, non è quella della guerra (fredda), ma piuttosto come la premessa di una disponibilità ad un negoziato che non dovrebbe mai essere percepita dall’avversario come segno di debolezza.  Certo, nessuna strategia del genere è concepibile se ipotizziamo un avversario che, come un attentatore suicida, cerca non la sopravvivenza e la vittoria ma la morte. Questo non è comunque il caso del regime iraniano, estremamente razionale e addirittura opportunista anche nelle sue ali più estreme (l’avventurismo radicale è azzardo, non desiderio del proprio annientamento).

Abbandonare la fatale e falsa alternativa fra guerra e passività; concepire le sanzioni non come un gradino in un’escalation che porta alla guerra, ma come “incentivo negativo” ad un negoziato autentico; ricordare che l’isolamento favorisce i regimi non democratici (abbiamo dimenticato il risultato di mezzo secolo di embargo americano a Cuba?); soppesare con responsabilità i costi di un attacco militare all’Iran:  ecco cosa ci suggerirebbe George Kennan se potesse ancora condividere con noi la sua lucidità e la sua esperienza, valide ben oltre l’orizzonte della Guerra Fredda.