international analysis and commentary

Fra ISIS, contagio regionale e identità locali: le molte facce degli arabi sunniti d’Iraq

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Per comprendere cosa stia accadendo all’interno della comunità araba sunnita dell’Iraq, è necessario guardare a un complesso quadro locale e alle sue radici storiche. Prima di tutto, la violenza irachena di oggi rappresenta il rigetto degli eventi post-2003: l’intervento militare anglo-statunitense, la caduta del regime di Saddam Hussein, il processo di de-Baathificazione delle istituzioni politiche e militari (il Baath era il partito-Stato del dittatore di Tikrit), l’uso politico della legge sul terrorismo, e infine il consolidamento di un governo (quello di Nuri al-Maliki) monopolista e vistosamente anti-sunnita. Dal dicembre 2012, Stato Islamico nell’Iraq e nel Levante (ISIS, oppure ISIL, ora ribattezzato Stato Islamico) non ha fatto che nutrirsi della protesta anti-governativa – sostenuta dalla maggior parte dei sunniti – fino a oscurarla; non è un caso che, prima della spettacolare discesa lungo la direttrice Mosul-Baghdad, ISIS avesse conquistato l’ovest sunnita, aiutando le milizie tribali di Falluja a cacciare l’esercito e prendendo il controllo di una parte di Ramadi. La reazione delle tribù sunnite irachene all’avanzata militare di ISIS dipende, però, principalmente da interessi e opportunità politiche, non dall’ideologia: in molti casi, l’alleanza o la desistenza degli sheikh nei confronti dei miliziani non è dettata dall’adesione al progetto jihadista di califfato islamico proclamato da Raqqa a Diyala, ma dalla volontà di cancellare qualsiasi presidio di Baghdad presente sul territorio.

Una seconda variabile, in chiave regionale, è la Siria: i due conflitti sono sempre più interdipendenti, poiché l’insorgenza irachena e i ribelli siriani condividono legami clanico-tribali, rotte del contrabbando, e protettori regionali. In linea teorica, la crescente attività di ISIS fra i due teatri di crisi potrebbe anche favorire la ricerca di una soluzione diplomatica sponsorizzata dalle potenze mediorientali coinvolte (Iran, Arabia Saudita, Turchia), ma è anche l’argomento politico che Bashar al-Assad e il governo dell’Iraq stanno adoperando per rafforzarsi internamente. Dunque, l’esito del contagio iracheno-siriano è estremamente incerto e di fatto ha allargato il perimetro del conflitto in corso.

Su questo sfondo, va sempre ricordato che la comunità arabo sunnita dell’Iraq ha molte anime: il movimento di protesta contro il governo ha visto manifestare, insieme, capi tribali e religiosi, Fratelli musulmani locali ed ex-Baathisti, jihadisti. Più che il dato etnico e confessionale, sono forse le differenze socio-economiche e di appartenenza territoriale a caratterizzare gli arabi sunniti iracheni. Durante gli anni della dittatura, Saddam Hussein non esitò ad alimentare le rivalità fra tribù, con l’obiettivo di indebolire i vincoli di solidarietà e allargare il perimetro del potere centrale; oggi, spesso i clan sono effettivamente in spietata competizione l’uno con l’altro. Le milizie sunnite che combattono in Iraq non sono infatti solo quelle di ISIS (cui la Jabhat an-Nusra siriana ha fatto voto di obbedienza nella città siriana di Abukamal). L’élite urbana e commerciale di Falluja ha sempre rivendicato maggiore autonomia locale e ha ora approfittato dell’ingresso dei jihadisti per spingere l’esercito fuori dalla città. Falluja ha rifiutato qualsiasi forma di appoggio agli statunitensi fin dal 2005 (e tanti soldati USA persero qui la vita), a differenza dei clan della vicina Ramadi e del suo entroterra rurale, i quali costituirono l’ossatura della sahwa (risveglio, mobilitazione tribale) che coadiuvò il surge militare del generale David Petraeus. In questo senso, il caso di Falluja – dove le tribù governano unite contro Baghdad- è un’eccezione nella regione di al-Anbar, in cui alcuni capi clan osteggiano il potere centrale mentre altri ne sono stati cooptati, alienandosi la fiducia della base tribale. Tra le milizie sunnite più attive, vi è la nazionalista Naqshabandi, condotta da un ex baathista: questo gruppo, anti-sciita e contrario a qualsiasi alleanza con il governo, dichiara un’improbabile adesione al pensiero sufi; ci sono poi le “Brigate 1920”, anch’esse una milizia nazionalista, guidata da un religioso vicino alla Fratellanza musulmana.

L’opposizione allo sciismo, al governo Al-Maliki e all’esercito regolare mettono d’accordo, almeno per ora, il variegato panorama dell’insorgenza sunnita in Iraq. Tuttavia, la mancanza di un progetto politico condiviso apre, nel medio periodo, spazi di mediazione, seppur piccoli, fra le tribù della periferia e il potere centrale: in nome degli interessi territoriali ed economici, i clan potrebbero rivedere il loro schema di alleanze, come già avvenuto fra il 2005 e il 2006. La sahwa tribale anti-qaedista di quasi dieci anni fa vide la luce dopo che l’allora “Stato Islamico nell’Iraq” ebbe sottratto il controllo di aree strategiche (per le risorse naturali e gli affari redditizi, spesso illeciti) a prestigiose tribù sunnite, come avvenne nelle città di Ramadi e Al-Qaim. Mesi fa, il premier al-Maliki ha provato a organizzare una nuova sahwa (al-sahwa al-jadida): nel tentativo di stemperare la protesta sunnita e di frenare l’avanzata di ISIS, il governo ha aumentato i salari dei miliziani e distribuito armi a chi non era sceso in piazza contro l’esecutivo. L’operazione non ha avuto, evidentemente, il successo che Baghdad sperava. In più, essa ha creato un’ulteriore frattura, questa volta generazionale, fra i sunniti: figure tribali vicine al governo (spesso già veterani della prima sahwa) hanno risposto alla chiamata alle armi, mentre molti giovani manifestanti, delusi dall’esperimento democratico, hanno abbracciato la causa jihadista. Il rischio di ritorsioni e faide inter-tribali è dunque altissimo (come conferma anche la recente uccisione, da parte di ISIS, del comandante sahwa di Ramadi, Mohammed Khamis Abu Risha).

Il ricorso alla violenza può essere stabilmente ridotto solo attraverso un serio, lungo processo di inclusione della comunità arabo sunnita nelle istituzioni politiche e militari dell’Iraq: a quasi dieci anni dalla prima elezione (2005) per la scelta dei membri dell’Assemblea Costituente (un voto che fu boicottato in blocco dai sunniti), sembra invece che il tempo sia trascorso invano. Le forze armate irachene, percepite dai sunniti come lo strumento di oppressione territoriale della minoranza sciita, potrebbero divenire il primo terreno di ricostruzione nazionale, se solo vi fosse la volontà politica delle parti (e delle potenze regionali coinvolte); il modello potrebbe essere quello “a quote comunitarie” dell’esercito libanese dopo il 1990, ovvero l’equilibrio etno-confessionale all’interno delle singole brigate, insieme alla promozione di sunniti in posizioni di comando. In questo senso, è urgente che il prossimo governo iracheno (ma le trattative per la sua formazione potrebbero durare a lungo) assegni le cariche di ministro della Difesa e dell’Interno, che invece Al-Maliki (già capo delle forze armate) ha di fatto tenuto per sé dal 2010, riservandosi così il controllo diretto dell’intera catena di comando delle forze di sicurezza. L’integrazione degli arabi sunniti nelle istituzioni irachene dovrebbe poi passare attraverso i partiti politici, che non vengono ancora percepiti come attori di cambiamento economico-sociale. Il voto per appartenenza tribale tende finora a riprodursi nonostante la competizione partitica; in più, la connotazione etnica e confessionale dei partiti iracheni ha incoraggiato la frammentazione del paese (specie dopo lo sfaldamento di Iraqiyya dell’ex premier Iyad Allawi). Attualmente l’Iraqi Islamist Party, formazione politica vicina alla Fratellanza musulmana che ha animato le proteste contro l’esecutivo, raccoglie i maggiori consensi fra le tribù sunnite di Al-Anbar.

Affrontare la questione degli arabi sunniti iracheni mediante il solo strumento del counter-terrorism è dunque chiaramente insufficiente; di certo, la disillusione in merito al progetto di un Iraq democratico e inclusivo è oggi ancora più alta – fra i sunniti ma non solo- di dieci anni fa, spingendo il paese verso la radicalizzazione. Occorre allora puntare lo sguardo sui rapporti fra le diverse milizie sunnite per intravedere dove, potenzialmente, il filo della politica potrebbe riannodarsi: nei pressi di Kirkuk, area contesa fra Baghdad e il Kurdistan Regional Government (KRG), miliziani di ISIS e di Naqshabandi si sono scontrati per tre giorni, quando gli ex baathisti hanno rifiutato di prestare obbedienza a Stato Islamico. Mentre il Consiglio degli ulema sunniti ha condannato la creazione del califfato, il fronte dell’insorgenza è dunque già spaccato; e saranno le tribù sunnite, veri aghi della bilancia irachena, a decidere – sulla base dei loro interessi economici, energetici e territoriali – con quale alleato ballare il prossimo valzer.