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Finanza e regole: l’ora di fermare il cherry picking

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Sta riprendendo il dibattito sui mercati finanziari: sulla loro direzione e sulle preoccupazioni di un uso distorto e schizofrenico di alcuni strumenti finanziari. Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia ma soprattutto presidente del Financial Stability Board (FSB), è intervenuto in veste ufficiale per auspicare regole globali, e raccomanda attenzione. Il problema sembra essere la libera circolazione di prodotti finanziari che, benché formalmente legittimi, potrebbero essere utilizzati in maniera non trasparente (pare siano aumentati gli scambi di titoli eccessivamente strutturati, e di exchange traded-fund sintetici). Il timore che la sregolatezza e l’opacità si insinuino nuovamente nei corridoi della finanza c’è: questo è ascrivibile al fatto che le nuove regole, che avrebbero dovuto governare i nuovi mercati finanziari post-credit crunch, guidare gli addetti ai lavori e ripristinare ordine e trasparenza, ancora non sono state adottate.

Va precisato che il problema è globale: non siamo indietro soltanto in Europa, ma anche negli Stati Uniti (i regolamenti attuativi del Dodd-Frank Act del 21 luglio scorso non sono entrati in vigore). Si invocano le regole come obiettivo comune ma non è chiaro affatto come raggiungere l’obiettivo, e quale sarebbe il percorso individuato per introdurre globalmente le nuove regole sui mercati finanziari.  

Quanto fatto finora dal G20, dal FSB e dall’OCSE ha indubbiamente costituito una tappa fondamentale di approccio. Il lavoro si è tradotto nella individuazione di principi e regole che, seppur indispensabili come basi di partenza, non costituiscono norme vincolanti ma atti di soft law: sono regole che possono orientare i comportamenti dei loro destinatari “di fatto” ma non “di diritto”, essendo norme prive di efficacia coercitiva. Oggi più che mai, però, la nuova regolamentazione finanziaria, per la funzione che è chiamata a svolgere, dovrebbe essere costituita da norme coercitive. Cioè norme i cui contenuti devono poter correggere le disfunzioni di mercato.

Non occorre tanta immaginazione per ritenere che un ruolo forte possa spettare al G20. In quanto forum di discussione delle maggiori potenze economiche mondiali, su questo tema dovrebbe iniziare ad attuare una concreta politica di coordinamento normativo. E’ del resto l’idea propugnata da Michael Spence, premio Nobel per l’Economia nel 2001, come anche dal nostro ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il G20 ha le capacità per agire con la consapevolezza di questo obiettivo, lavorando per l’adozione da parte degli Stati di norme uniformi, dettagliate e concrete che, oltre ad elaborare principi costituzionali per i nuovi mercati finanziari, declinino una normativa di dettaglio (da far poi approvare dai singoli parlamenti). Tali regole devono sciogliere i nodi reali dei mercati, dagli strumenti finanziari complessi alla disciplina dei derivati over the counter (ossia fuori mercato), ai titoli strutturati. Tutto questo con un approccio metodologico che non può rimanere legato soltanto alle logiche nazionalistiche dei singoli ordinamenti.

Il percorso sarebbe sicuramente tortuoso e difficile, ma c’é un gap che deve essere colmato: mentre l’economia è globale, e lo sono soprattutto i sistemi finanziari, la regolamentazione normativa rimane locale, e anzi quasi provinciale. L’unica via è adottare una prospettiva globale coordinata tra gli Stati.

Solo così si potrà evitare che gli operatori scelgano il paese con la normativa più conveniente, spingendo di fatto la regolamentazione verso una corsa al ribasso. I termini per descrivere il fenomeno – come cherry picking o legal shopping – sono già stati coniati. Ora è il momento di affrontare il problema.