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Dove le rivolte arabe sono iniziate: il quadro politico-economico in Tunisia ed Egitto

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Le rivolte del 2010-2011 in Egitto e Tunisia si sono incentrate sul costante peggioramento dei diritti sociali ed economici nei due paesi. Con lo slogan “dignità”, si chiedeva una governance migliore, una lotta alla disoccupazione e alla corruzione, e migliori condizioni di partenza per tutti i cittadini.  A tre anni di distanza il quadro è molto incerto e le aspettative sono rimaste in buona parte deluse.

Il tacito patto sociale tipico dei regime autoritari nella regione aveva in Tunisia caratteristiche simili anche se non identiche ad altri stati rentier, forti di riserve energetiche che facevano da “cuscinetto” consentendo di attutire malcontenti e recriminazioni sociali. Si trattava, nel caso tunisino, di uno stato assistenzialista che offriva beni diversi a seconda delle categorie sociali, il tutto in cambio di significative limitazioni alle libertà individuali e politiche. Nei confronti delle classi meno abbienti, si garantivano prezzi molto bassi per il cibo, mentre nei confronti delle classi medie il patto prevedeva una buona qualità dell’istruzione (eredità del sistema educativo impostato da Bourguiba) e crescita economica. Nei confronti degli imprenditori, i pay-offs avevano una natura modulare e graduata, essendo legati soprattutto al grado di vicinanza alle famiglie Ben Ali e Trabelsi che controllavano i principali settori del sistema economico nazionale.

Ad oggi, bisogna constatare che i diritti sociali sono quelli rispetto ai quali l’Assemblea costituente tunisina sembra avere fatto di meno. Non abbiamo assistito a una riforma del welfare, con una riduzione di sussidi distorsivi e un rafforzamento del sistema sanitario, che resta pubblico e universale ma la cui scarsa efficienza favorisce il settore privato, inaccessibile ai più. La lotta alla povertà, nonostante alcuni provvedimenti ad hoc, resta un fianco scoperto per la stabilità sociale del paese, rappresentando anche un’area fertile ai tentativi da parte di nuove associazioni islamiste di fidelizzare ampi settori della popolazione grazie alla fornitura di servizi che lo Stato non riesce a offrire. A questo si aggiunge l’annosa questione dello sviluppo diseguale tra regioni costiere e regioni meridionali o desertiche, che non è stata affrontata a fondo e continua a fomentare malcontento, scioperi e proteste. Dal canto suo, il leader di Ennahda, Rachid Ghannouci, in un’intervista al Wahington Post di dicembre, sostiene che dopo sessanta anni di disuguaglianze all’interno del paese, la prova del cambiamento rivoluzionario si materializza in una Costituzione (che sta per essere varata) in cui tutte le libertà fondamentali sono garantite, nonché nell’aver destinato un quinto del bilancio alle regioni sfavorite. Ennahda dalla sua ha anche sollecitato forme di sostegno economico internazionale, a partire dai governi del Golfo (in particolare il Qatar), che hanno già contribuito ad ampliare l’offerta di edilizia popolare.

Dopo un difficile 2012, nel giugno del 2013 la Tunisia ha firmato un accordo con il Fondo monetario internazionale, ricevendo una prima tranche di aiuti pari a 150 milioni di dollari nell’ambito di un pacchetto di aiuti del valore di 1.74 miliardi di dollari per un biennio – in cambio della promessa di attuare una serie di riforme e tagli ai sussidi. Da allora i negoziati si sono bloccati: il FMI ha dichiarato che la Tunisia deve ridurre il proprio deficit di bilancio e quello della bilancia commerciale, adottando riforme non derogabili a cominciare dal settore bancario, garantendo al tempo stesso un’azione decisa per ridurre le disparità socio-economiche.

A distanza di ormai quattro anni dall’inizio delle rivolte, i due paesi non sono usciti dalla spirale di difficoltà economiche, che per certi versi sono anzi andate aggravandosi. La percezione dei cittadini è infatti che le condizioni, sia individuali che sociali, siano oggi peggiori rispetto a prima delle rivolte: lo pensa il 65% degli egiziani, mentre il 59% dei tunisini ritiene che un’economia forte sia più importante di un sistema democratico consolidato. 

Vanno sempre ricordate le specificità di ciascun paese, ma alcuni dati comuni fanno riflettere. Prima della cacciata di Mubarak, l’Egitto cresceva del 5% annualmente e la disoccupazione era al 9%. In seguito alla rivoluzione, la crescita si è fermata al 3% e la disoccupazione nel 2013 ha raggiunto il 13,5% a livello generale, mentre supera il 40% tra i giovani. La mancanza di lavoro è un problema particolarmente acuto per i giovani istruiti, donne comprese. Se la fascia della popolazione tra i 15 e i 30 rappresenta un terzo della forza lavoro, ben il 75% risulta senza un impiego.

In Tunisia, prima della rivoluzione il PIL cresceva del 5% annuo, ed è sceso al 2% nel 2012. Oltre al calo del turismo nel corso del 2011 e 2012 (che però ha registrato un chiaro, seppur timido, miglioramento dalla primavera del 2013), è stato il settore industriale a peggiorare maggiormente. L’instabilità politica e la mancanza di sicurezza nel paese, in particolare in seguito agli attentati contro due politici dell’opposizione nel 2013, ha sicuramente influito anche sulla capacità di attrarre finanziamenti dall’estero. In mancanza di riforme strutturali, il governo ha aumentato la spesa pubblica, passando dal 23% del PIL nel 2011 al 26% nel 2012, producendo così un aumento del debito pubblico dal 40% al 46% in due anni.

La Tunisia, il cui PIL continua a dipendere per il 40% dal settore informale, spende il 4% del suo PIL per sussidi, di cui beneficiano in larga parte le classi più abbienti a causa di una serie di distorsioni del sistema economico. Il costo politico della riduzione di questi sussidi è apparso alto al partito islamista Ennahda, che, in clima di pre-campagna elettorale, ha posticipato le riforme. Nonostante la responsabilità del governo di coalizione rispetto alle mancate riforme, alcuni fattori economici restano fuori dal controllo nazionale. Infatti, circa l’80% delle esportazioni tunisine sono destinate all’Europa e solo il 20% di turisti non provengono dall’Europa; quanto alle rimesse, l’87% arrivano dall’Europa, così come il 72% degli investimenti stranieri diretti. In altre parole, continua ad essere estremamente difficile per il paese rimpiazzare investitori e turisti europei, che data la persistenza e la cronicizzazione della crisi in Europa stanno però disinvestendo dai contesti meno sicuri – tra i quali figura appunto la Tunisia.

Alcuni spiragli si cominciano a intravvedere con lo sblocco dei negoziati del Dialogo nazionale, anche grazie alla mediazione del più importante sindacato dei lavoratori della regione, l’UGTT, che ha portato alla nomina di un nuovo primo ministro caretaker, Mehdi Jomaa, attuale ministro dell’Industria, in sostituzione di Ali Laarayedh, di Ennahda e in previsione di nuove elezioni che avverranno entro il 2014.

Solo con una stabilizzazione del quadro politico, la continuazione della lotta al terrorismo jihadista, e un forte sostegno della comunità internazionale la Tunisia potrà continuare a evolversi in maniera inclusiva e democratica, mettendosi così in condizione di sostenere l’impatto di riforme economiche che razionalizzino la spesa pubblica senza toccare la spesa per il sociale e riducendo le persistenti e notevoli disuguaglianze.