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Dopo il midterm: quali scenari?

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Le cause della debacle elettorale del Presidente Barack Obama e dei Democratici saranno debitamente esaminate e vivisezionate. Statistiche ed analisi degli exit polls ci diranno che la grande coalizione obamiana del 2008 e del 2012 funziona meno nelle elezioni di midterm o, addirittura, che sta già perdendo i pezzi, in particolare quel voto bianco e femminile a cui ha prestato forse troppa poca attenzione di recente e che invece è vitale per i Democratici. Analisi di flussi di voto e mutamenti demografici offriranno nuove descrizioni di una mappa elettorale spesso più stabile di quanto non si creda o auspichi.  Ma ora – nella breve parentesi offerta da un ciclo elettorale ormai senza soluzione di continuità – si torna alla politica, con una situazione di governo ancor più diviso rispetto a quella che gli USA hanno vissuto negli ultimi anni.

Cosa si può immaginare per questo ultimo biennio di Obama Presidente e quanto inciderà la prospettiva delle elezioni del 2016 sui comportamenti di Repubblicani e Democratici oltre che, ovviamente, di Obama stesso?

Tre appaiono gli scenari possibili. Il primo è rappresentato dalla radicalizzazione e piena deflagrazione dello scontro politico e istituzionale cui abbiamo già assistito nell’ultimo quadriennio (da quando cioè i Democratici hanno perso la maggioranza alla Camera). Repubblicani e Democratici potrebbero considerare questo il modo migliore per mobilitare appieno i rispettivi elettorati. I candidati alle primarie del 2016 (che cominceranno a fare campagna elettorale tra pochi mesi) contribuirebbero a questa dinamica, spinti dalla necessità d’intercettare un voto per definizione più orientato e militante. Obama, da parte sua, potrebbe decidere che sia finalmente giunto il momento di fare uso pieno ed estensivo dei poteri presidenziali, non avendo più nulla da perdere e volendo lasciare un marchio ultimo e decisivo sulla sua presidenza. La maggioranza repubblicana, infine, riuscirebbe finalmente a realizzare alcuni dei propositi spesso frustrati di questi ultimi anni, in particolare quello di smantellare almeno pezzi della riforma sanitaria – Obamacare. Sarebbe uno scontro, questo, fatto d’iniziative legislative eclatanti, veti presidenziali e decreti esecutivi. Nel quale alla frattura politica e istituzionale si aggiungerebbe, inevitabilmente, quella costituzionale, visto che entrambe le parti – ma la presidenza in special modo – sarebbero tentate di forzare la mano e, con essa, il dettame della Costituzione.

Non è – quello di un biennio di guerriglia permanente – lo scenario più probabile. Ma non è nemmeno del tutto irrealistico. O quantomeno non lo è più di quello di una rinnovata cooperazione tra due pugili oggi finalmente pronti ad abbassare i guanti. La seconda possibilità è infatti quella che il governo diviso sappia moderare le due parti, ricondurle alla ragione e indurle a collaborare: in nome di un superiore interesse nazionale ovvero sotto le pressioni di un’opinione pubblica esasperata da una politica litigiosa, autoreferenziale e inefficace. Già dopo il voto del 2010, alcuni commentatori avevano previsto un esito simile, celebrando le virtù sia del governo diviso sia di un elettorato, quello statunitense, maturo e capace di correggere eccessivi squilibri di potere. In realtà, la storia ci dà indicazioni decisamente diverse. Dal 1945 a oggi, in tempi di governo diviso si è avuta più, non meno paralisi legislativa; una tendenza che si è sempre accentuata nel biennio precedente il voto per le presidenziali.

Resta quindi il terzo scenario, il più probabile forse, per quanto non scontato: quello di una collaborazione limitata tra i due partiti, imposta dalla situazione, ma condizionata dai relativi costi politici ed elettorali, oltre che dall’alto livello di polarizzazione politica. Una collaborazione, cioè, su temi anche rilevanti ma a basso contenuto simbolico per i rispettivi elettorati. Ovvero – in un modello classico ancorché meno frequente di quanto si creda – una convergenza delle componenti più moderate di entrambi i partiti, su alcune grandi questioni, attraverso rilevanti concessioni reciproche e la disponibilità a perdere il sostegno degli elettori più estremi. Questo potrebbe avvenire in nome della governabilità e nella convinzione che sia il modo migliore per recuperare un elettorato alienato e disilluso.

Quali potrebbero essere dunque i terreni di questa convergenza e quali i possibili baratti? Difficile, per quanto non impossibile, si trovi un accordo sull’immigrazione, al di là delle parole di Obama (che su questo, però, potrebbe appunto forzare la mano). Queste elezioni hanno anzi mostrato ai Repubblicani che posizioni rigide al riguardo non risultano necessariamente perdenti, ed è probabile che quello dell’immigrazione diventi terreno di forte scontro simbolico nei prossimi mesi. La politica estera, invece, appare un ambito dove accordi potrebbero essere trovati, magari sfruttando dinamiche già in atto prima del voto. Una maggioranza repubblicana più interventista è probabile trascini l’amministrazione e la induca, ad esempio, ad alzare la soglia dell’impegno nella crisi siriana (anche perché, in prospettiva 2016, forte è l’interesse di molti Repubblicani a isolare dentro il partito le figure anti-interventiste come il Senatore del Kentucky Rand Paul). Un secondo ambito è quello relativo alle politiche ambientali. Sulle quali Obama ha ottenuto alcuni risultati importanti che potrebbero ora indurlo a delle concessioni – come l’autorizzazione al nuovo percorso dell’oledotto Keystone con cui trasportare il petrolio canadese verso le raffinerie texane. Ciò avverrebbe però in cambio di contropartite rilevanti, ad esempio sull’aumento del salario minimo, oggi appoggiato da un’ampia maggioranza del paese, come ben si è visto nei referendum statali sull’argomento (tra i pochi dati positivi per i Democratici in questa tornata elettorale). Infine – così come per il NAFTA negli anni Novanta – il commercio potrebbe anch’esso offrire un canale di dialogo e un ambito di collaborazione tra le due parti, anche se su questo sono i Democratici a rischiare di spaccarsi.

Ma i tempi sono stretti, giacché non appena partirà la corsa delle primarie, il confronto tornerà a incattivirsi e i margini di manovra per collaborare si faranno davvero stretti.