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Dal Kenya alla Nigeria, il versante africano della guerra civile islamica

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L’attentato islamista di Nairobi e la sua vasta eco mediatica seguono di pochi giorni l’ultimo massacro, passato quasi inosservato, compiuto da Boko Haram in Nigeria.

La combinazione di alcuni dati ha indotto certi osservatori a vedere una generalizzata offensiva dell’Islam radicale contro il mondo occidentale e i suoi alleati: la matrice fondamentalista di altri eventi concomitanti, come l’attentato di Peshawar in Pakistan contro la comunità cristiana di domenica 22 settembre o varie azioni recenti che si devono ritenere eterodirette da Al-Qaeda.

Una simile lettura – rafforzata nell’immaginario da alcuni ingredienti come la presenza di advisor israeliani nell’assedio di West Gate a Nairobi – rischia tuttavia di essere fuorviante, dividendo il conflitto tra macro-blocchi, o aree confessionali d’appartenenza, senza tener conto di confini naturali, background storici e rapporti di forza regionali.

In particolare, i fatti di Nairobi e quelli nigeriani ci parlano essenzialmente dell’Africa alle prese con la minaccia islamista, e per tentare d’inquadrare il fenomeno occorre tracciare alcune linee chiare.

Innanzitutto è bene sottolineare come la conflittualità (nonostante gli attentatori di Nairobi abbiano diviso gli ostaggi secondo religione, liberando i musulmani) non sia tra Islam e non Islam, o almeno non solo; lo dimostra l’ultimo attentato di Baghdad dove la violenza sunnita ha ucciso oltre 60 sciiti a Sadr City. L’altro grande conflitto settario (per definizione intra-islamico, cioè quello iracheno) ha dati clamorosi: 500 morti solo nel mese di settembre, oltre 4 mila dall’inizio dell’anno.

La turbolenza che attraversa attualmente l’Islam è dunque vasta, dal momento che la cifra confessionale lascia spesso il passo a esigenze politiche contingenti e pragmatiche; questo vale tanto per le piccole sigle della galassia islamica quanto per formazioni ibride tra milizia e amministrazione (come Hezbollah o Hamas). E vale soprattutto per gli stati nazionali, basti pensare alla rivalità regionale tra Iran, Arabia Saudita, Qatar e Turchia.

Quindi, se pur connessioni globali esistono, non sono ancora tali da poter fornire una spiegazione dell’offensiva islamista tra Africa e Asia attraverso il ricorso a un mantello interpretativo universale che tenga insieme Algeri e Porto Said, Lagos e Doha, Sana’a e Damasco. Piuttosto l’interrogativo è se l’Occidente come modello e come alleato delle forze più moderate e responsabili sia stato all’altezza delle sfide sul campo in Africa: dalla fallita missione Restore Hope del 1992 per quel che riguarda la Somalia ai concetti di de-colonizzazione e modernizzazione per la Nigeria, sino alle recenti guerre di Libia e Mali.

Nell’attentato di Nairobi il movente della “vendetta” per l’invasione kenyota è in realtà una formula che contiene altri e più stratificati elementi. Il gruppo responsabile della strage, Al-Shabaab, è figlio dell’implosione somala dei primi anni Novanta quando la comunità internazionale sotto egida ONU ha tentato con l’operazione UNITAF (United Task Force, più nota come Restore Hope) di porre rimedio alla disintegrazione del paese. La campagna tuttavia durò appena quattro mesi, dal dicembre 1992 al maggio 1993, e finì col mesto ritiro delle truppe internazionali che abbandonarono il paese al proprio destino. Sparute conferenze internazionali non sono servite in questi anni a risolvere il problema del Corno d’Africa, come non hanno sortito effetti decisivi gli interventi degli eserciti di Etiopia e Kenya contro le milizie di Al-Shabaab che hanno esercitato il controllo della Somalia dopo il collasso delle Corti islamiche del 2006.

Il problema, ad esser sinceri, è che nessuna ingerenza straniera ha sinora avuto il fine concreto di stabilizzare la Somalia restituendole dignità, ma è sempre parso un malcelato tentativo di smembramento del suo territorio. In altre parole una sorta di agenda nascosta che ha accomunato gli interessi delle potenze occidentali e di quelle regionali. Se le entità di Puntaland e Somaliland (da dove tra l’altro proviene l’attuale capo di Al-Shabaab, Mukhtar Abu Zubair) hanno una pur minima base storica, il progetto della Jubaland al confine kenyota, ad esempio, è palesemente il disegno di uno stato fantoccio creato per tutelare gli interessi di Nairobi ma anche di Parigi.

Allo stesso modo il controllo di aree strategiche sul piano economico, come la città portuale di Chisimaio strappata appunto dall’esercito kenyota (KDF: Kenya Defence Forces) nell’ottobre 2012 alle milizie di Al-Shabaab, fa parte di un mosaico contradditorio. Se è vero che per il Kenya non deve essere agevole avere ai propri confini una sorta di non-stato in ebollizione come la Somalia, è anche vero che Nairobi, dopo aver invaso il paese nell’ottobre 2011, ha tentato a più riprese di trarre vantaggio dalla situazione d’emergenza insidiando le acque territoriali di confine (l’area di Lamu è strategica per i giacimenti petroliferi) per sottrarle di fatto all’influenza di Mogadiscio.

Ecco allora che il fanatismo religioso di Al-Shabaab si colora di tinte più prosaiche. L’attuale leader del gruppo, Mukhtar Abu Zubair (al quale si deve l’alleanza con Al-Qaeda del 2012 e la vicinanza all’Eritrea, storico nemico dell’Etiopia) ha sconfitto un capo di lungo corso nella storia somala, Hassan Dahir Aweys, poco interessato ad esportare il Jihad fuori dai confini nazionali.

Ora, l’attentato di Nairobi è il secondo su grande scala orchestrato dal gruppo, dopo quello di Kampala (Uganda) che nel 2010 uccise 68 persone; ma se sia il primo di un’offensiva più vasta o solo l’exploit di una formazione che ha subito pesanti sconfitte negli ultimi mesi, è ancora presto per dirlo. È invece evidente che le disorganizzate truppe del debole governo federale somalo possono reggere l’urto delle milizie islamiche solo grazie al costante supporto militare dell’AMISOM (African Union Mission in Somalia), la forza di pace panafricana alla quale si deve il timido risveglio del paese.

Due giorni prima dei fatti del West Gate Mall di Nairobi, quasi sotto silenzio è arrivata poi dalla Nigeria la notizia di un nuovo massacro per mano di Boko Haram (si contano 147 vittime). Anche qui le cause del conflitto non permettono di tracciare linee di demarcazione nette, perché troppo spesso alla follia messianica degli islamisti radicali ha fatto da contrappeso una repressione altrettanto selvaggia. È questo il quadro specifico della crisi nigeriana, innescata dal fallimento del power sharing tra musulmani e cristiani. Privato delle risorse economiche concentrate nel sud cristiano del paese, il nord musulmano della Nigeria si è visto defraudato, dopo la morte nel 2010 del presidente Umaru Yar’Adua, anche del potere politico. Una diaspora etnica che ha alimentato il senso di frustrazione di enormi masse islamiche poco alfabetizzate e facilmente vittime del proselitismo fanatico. Alla mancata modernizzazione di quest’enorme area (la Nigeria è lo stato più popoloso d’Africa) va aggiunto il colpo di coda delle politiche sull’immigrazione di quella che potremmo ormai definire la “Fortezza Europa”. Studi recenti hanno dimostrato come i respingimenti in massa provochino sovente l’arruolamento di molti disperati nelle file islamiste a ridosso del Sahara.

Certo, su tutti questi fattori regionali e locali di tipo oggettivo soffia anche un vento globale: pensiamo alla rivendicazione di Al-Shabaab giunta via Twitter (se ancora qualcuno nutrisse dubbi sull’impatto del social media) o alla quasi irresistibile ascesa del simbolo R4BIA, le quattro dita su campo giallo che ricordano il massacro dell’esercito egiziano in Piazza Rabaa contro i sostenitori del deposto presidente Mohamed Morsi. Il simbolo ha conquistato in meno di un mese diverse piazze islamiche superando con facilità confini culturali e geografici, e dalle strade del Cairo è giunto sino a Istanbul dove lo ha adottato come saluto persino dal primo ministro Recep Tayyip Erdoğan. Chi ha coniato questo simbolo, ormai emblema della frustrazione islamica, ha steso anche un manifesto programmatico nel quale si possono leggere principi caustici (R4BIA is Egypt, Syria, Palestine and the whole geography of Islam; R4BIA is the return of Muslims to world stage; R4BIA is the place where the so-called values of the West collapsed; R4BIA is the name of those who wake all the Islamic world with their death). A fronte di fenomeni del genere, l’Occidente deve porsi molte domande: dalla Libia alla gestione della crisi egiziana, dalle mire non sempre limpide sul Corno d’Africa alla qualità dei suoi alleati regionali, sino all’approccio sull’immigrazione in difesa delle sponde europee, e deve probabilmente rivedere le sue politiche senza farsi illusioni sui tempi necessari alla pacificazione o sorprendersi per le micidiali rappresaglie della rete terroristica di Al-Qaeda. Doveva averlo ricordato a tutti già la crisi nel Mali, che per qualcuno sembra un conflitto ormai alle spalle: invece, come l’Africa non si stanca di insegnarci da decenni, è fuoco sotto la cenere.