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Da failed state a success story? La Colombia di Santos e gli Stati Uniti

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In un’epoca in cui l’influenza degli Stati Uniti in America meridionale sembra attraversare un declino non episodico né casuale, la Colombia ha acquisito un peso specifico di rilievo per Washington nello scacchiere emisferico. Prima come problema, come paese sull’orlo del collasso, assediato sia dai cartelli del narcotraffico sia dalla guerriglia marxista (FARC, ELN) e dalle formazioni paramilitari di estrema destra, ormai sparite dal resto del subcontinente – e quindi afflitto da livelli di violenza, politica e mafiosa, eccezionali anche per quella travagliata regione. Poi come laboratorio di quelle politiche economiche liberiste e di strategie di “guerra” alla droga e al terrorismo che fin dall’inizio dello scorso decennio avevano trovato applicazione nell’ambizioso e controverso Plan Colombia e sono in seguito diventate esportabili nell’area centro-americana e caraibica. E ora infine come opportunità, come prezioso alleato che sta ritrovando, con la stabilità politica e la crescita economica, il suo tradizionale rango di potenza regionale in uno scenario internazionale che presenta grandi sfide per Washington.

Per l’amministrazione Obama l’esito delle elezioni colombiane dello scorso giugno è stato una delle poche buone notizie provenienti dal continente sudamericano negli ultimi tempi. La rielezione di Juan Manuel Santos è stata accolta come ulteriore tappa della stabilizzazione di un paese che negli ultimi dieci anni ha ottenuto importanti successi nei confronti della guerriglia e dei paramilitari, che dal 2010 conosce livelli di crescita superiori al 4%, e che infine si appresta a ritrovare credibilità e influenza internazionale come candidato all’ammissione nell’OECD (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), come protagonista della Alleanza del Pacifico creata nel 2012 insieme a Messico, Perù e Cile, e infine come esportatore di know-how in tema di antiterrorismo e lotta al narcotraffico in stretta collaborazione con Washington.

La rielezione del centrista Santos è stata il risultato di uno scontro aspro e senza esclusione di colpi che al ballottaggio lo ha contrapposto al conservatore Oscar Ivan Zuluaga, il quale aveva prevalso al primo turno – basando la propria campagna sull’opposizione ai negoziati di pace con le FARC, voluti proprio da Santos con l’approvazione degli Stati Uniti e iniziati alla fine del 2012 all’Havana. Entrambi i contendenti erano stati figure di rilievo nell’amministrazione di Alvaro Uribe (2002-2010), punto di riferimento dell’amministrazione Bush per l’implementazione del Plan Colombia.  E Washington aveva allora usato tutta la sua notevole influenza a favore di Zuluaga e contro i negoziati, considerati come una concessione di impunità e un lasciapassare gratuito per l’ingresso di dirigenti e quadri intermedi delle FARC nella vita politica. Così le recenti elezioni si sono trasformate in un referendum sulla “pace” nonostante buona parte dell’elettorato avesse a cuore soprattutto temi socioeconomici (la Colombia è tuttora uno dei paesi con le maggiori diseguaglianze nell’emisfero occidentale).

Per parte loro, i negoziati dell’Havana hanno prodotto finora degli accordi parziali, che non verranno attuati fino alla conclusione di un compromesso complessivo. Sono stati raggiunti risultati sulla partecipazione alla vita politica dei guerriglieri e su alcune misure per attenuare l’estrema diseguaglianza nelle zone rurali, con particolare riferimento alla proprietà della terra. Ma rimane irrisolto il tema della produzione e del traffico di droga, principale fonte di finanziamento delle FARC che, per quanto duramente colpite negli ultimi dieci anni, secondo alcune stime controllano ancora il 20% del territorio nazionale e il 60% della produzione di cocaina. Peraltro il nodo tra concentrazione della proprietà terriera e narcotraffico è sempre stato difficile da sciogliere: da un lato molti proventi del narcotraffico vengono reinvestiti nell’acquisto delle terre migliori, dall’altro molti contadini poveri espulsi dalle zone più fertili si rifugiano in zone remote e si dedicano alla coltivazione della coca. Così si alimenta il circolo vizioso che tuttora lega narcotraffico, violenza e disuguaglianza sociale. 

Vista da Washington, tuttavia, la conferma di Santos ha implicazioni che vanno al di là della auspicata prosecuzione del processo di pace e investono il ruolo della Colombia nei nuovi equilibri interamericani. Economista formatosi a Harvard e alla London School of Economics, il Presidente colombiano ha mostrato di essere tutt’altro che soft nella pacificazione del paese, e in particolare nella lotta alle FARC, fin da quando era ministro della difesa del governo Uribe; ma si è anche proposto come uomo della “terza via” impegnato a conciliare libero mercato, crescita e redistribuzione secondo una visione moderata e dai toni socialmente inclusivi. Durante la sua presidenza è entrato in vigore il CTPA (United States-Colombia Trade Promotion Agreement) accordo di libero scambio siglato nel 2006, ma ratificato dal Congresso degli Stati Uniti solo cinque anni dopo a causa di forti resistenze americane dovute alla violazione dei diritti umani e in particolare alla violenza delle milizie paramilitari nei confronti di esponenti del movimento sindacale. Infatti, tra 3.000 a 4.000 sindacalisti sono stati uccisi in Colombia dalla fine degli anni Ottanta, e 35 nel solo 2012, da parte delle Autodefensas Unidas de Colombia e dei gruppi nati dopo la loro smobilitazione.

Il trattato ha già incrementato gli scambi commerciali tra i due paesi del 20% e ha rafforzato il nuovo profilo della Colombia, da massimo beneficiario di aiuti americani (sei miliardi di dollari dal 2000 al 2008, più di ogni altro paese latinoamericano) a interlocutore privilegiato di Washington nella regione. Poco dopo la sua entrata in vigore, Bogotá ha contribuito in modo rilevante alla nascita della Alleanza del Pacifico (con Cile, Messico, Perù, e in prospettiva Costa Rica e Panama), area di libera circolazione di merci, servizi e persone che guarda all’Asia e che, per peso specifico e orientamenti neoliberali, è vista come alternativa e sfida al Mercosur, progetto di integrazione economica e politica a guida brasiliana (oggi in stato quasi dormiente). 

Infine la Colombia di Santos si sta imponendo come esportatrice di servizi e know-how nel settore della sicurezza verso un numero crescente di paesi latinoamericani, dal Messico al Perù. La formazione di personale e l’esportazione di tecniche sperimentate nella guerra alla droga e nella pacificazione del paese hanno rilanciato lo status di Bogotá nell’emisfero occidentale, oltre a consentire a Washington di ridurre i costi di un proprio coinvolgimento diretto in aree ritenute non vitali per la sicurezza nazionale. In linea con l’approccio indiretto privilegiato dall’amministrazione Obama, è essenziale incoraggiare al contempo proprio la cooperazione Sud-Sud.

I mutamenti dell’ultimo decennio sono evidenti: la Colombia non è più considerata un failed state e la soddisfazione di Washington appare giustificata. Tuttavia la narrazione del caso colombiano come success story va accolta con cautela. I costi umani e sociali della pacificazione sono stati altissimi e devono essere ancora assorbiti, come dimostra il numero abnorme di oltre cinque milioni di “rifugiati interni” a partire dal 1985 – più del 10% della popolazione complessiva. Inoltre, il trattato di libero scambio sta inondando il paese di prodotti agricoli americani, con conseguenze potenzialmente devastanti per centinaia di migliaia di contadini poveri. Infine la Colombia continua a essere uno dei paesi più pericolosi al mondo per sindacalisti, ambientalisti e attivisti impegnati a favore dei diritti umani. Dunque, un quadro di relativo successo, che però presenta ancora diverse ombre.