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Croazia: il ventottesimo membro di una Unione dubbiosa

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L’ingresso della Croazia nell’UE (1 luglio 2013) avviene in un momento piuttosto difficile per il vecchio continente: oggi infatti i cittadini europei si sentono come non mai sfiduciati e dubbiosi rispetto al proprio futuro comune. L’allargamento al ventottesimo paese ha però, oltre ai suoi effetti concreti, un grande valore simbolico ed è un’occasione per riflettere sull’attuale capacità dell’Unione di orientare i suoi vicini alla stabilità e alla democrazia.

L’adesione croata può essere considerata un vero e proprio “ritorno all’Europa”. L’area geografica oggi chiamata “Croazia” è sempre stata un territorio di contatto (e di scontro) tra sistemi politici e culturali occidentali, mitteleuropei, balcanici e orientali. La nascita della Jugoslavia socialista sembrava aver definitivamente legato Zagabria a Oriente, in particolare all’orbita di Mosca e delle economie pianificate. Le guerre degli anni Novanta non hanno consentito una rapida transizione al sistema democratico-capitalista, come invece succedeva in molti altri ex-paesi socialisti. L’ingresso nell’UE aggancia invece stabilmente la Croazia all’Occidente – esito tutt’altro che scontato, considerando che gli altri stati dei Balcani occidentali (ex-Jugoslavia) sono attratti in maniera crescente da modelli alternativi, come quello russo o quello turco.

I negoziati di adesione (2005-2011) sono stati tortuosi: i negoziatori della Commissione hanno mantenuto aperti fino alla fine i capitoli più delicati – giustizia, minoranze, confini – per non rischiare controversie legate a un andamento troppo affrettato, come verificatosi con la Romania. Tuttavia, la prudenza non è stata l’unico fattore di rallentamento: i paesi dell’Unione hanno come sempre usato la possibilità di influenzare le trattative secondo i propri interessi o timori, data la necessità dell’accordo unanime dei governi per la chiusura dei negoziati, e della ratifica di tutti i parlamenti per la vera e propria adesione.

La Francia ha cercato di ritardare la conclusione delle trattative per due ragioni fondamentali. Da un lato, per evitare una temuta ondata migratoria, dovuta all’apertura delle frontiere, che coincidesse con il periodo delle elezioni presidenziali del 2012: a Parigi era ancora fresco il mito dell'”idraulico polacco”, che avrebbe tolto il lavoro ai più cari colleghi transalpini, di cui si favoleggiava ai tempi del primo allargamento a Est. Dall’altro, per non anticipare troppo l’ingresso della Croazia, tradizionale alleato politico-economico di Germania e Italia, rispetto a quello della Serbia, geopoliticamente più affine a Parigi.

Unica componente della ex-Jugoslavia a fare già parte dell’UE, la Slovenia ha sfruttato il suo potere di veto per bloccare i negoziati fino alla risoluzione di un’annosa disputa sui confini marittimi. Prima del raggiungimento di un accordo su questo punto, il governo di Lubiana  ha minacciato di boicottare anche l’adesione croata alla NATO – nonostante i due paesi abbiano percorso la prima parte del tragitto verso l’indipendenza in stretto raccordo, visto che i delegati croati e sloveni abbandonarono insieme i lavori dell’ultimo congresso del partito comunista jugoslavo, fino ad arrivare a una dichiarazione d’indipendenza contemporanea nel giugno 1991.

L’Olanda ha invece condizionato l’andamento dei negoziati all’arresto dei sospetti criminali di guerra e alla loro consegna al Tribunale penale internazionale dell’Aja. Il più importante di loro, il generale Ante Gotovina, latitante a Tenerife e protagonista nel 1995 della controffensiva che scacciò le forze serbe dai territori occupati in Croazia, è stato infine arrestato, processato e poi assolto in appello, tornando in patria accolto da eroe. Nonostante ciò, l’Olanda non ha rivisto la propria posizione, ratificando l’adesione croata piuttosto controvoglia.

Il rapporto privilegiato tra Berlino e Zagabria ha risentito del nuovo ruolo tedesco nella politica europea. Primo paese a riconoscere l’indipendenza e dunque a legittimare lo stato croato, la Germania è stato invece l’ultimo a ratificarne l’ingresso nell’Unione. All’inizio dei negoziati di adesione si prevedeva per la Croazia un fulgido futuro economico; oggi il paese balcanico è al quinto anno consecutivo di recessione, i disoccupati sono il 21% della forza lavoro, il debito vola. Lo scetticismo espresso negli ultimi mesi dai partiti tedeschi, che a settembre si sfideranno alle elezioni politiche, echeggia quello dell’opinione pubblica, che si chiede – come il prestigioso settimanale die Zeit – se non sarebbe stato meglio rinunciare all’adesione di quella che potrebbe facilmente trasformarsi in una nuova Grecia.

Eppure, gli effetti pratici dell’ingresso di un paese di poco più di quattro milioni di abitanti sulle istituzioni europee saranno minimi. Nel Consiglio Europeo Zoran Milanović rafforzerà la truppa di capi di governo di centrosinistra. La Croazia, come ogni altro paese, gode anche del diritto alla nomina di un membro della Commissione. Neven Mimica, attuale ministro degli Esteri di Zagabria, si occuperà dunque di protezione dei consumatori, materia che era di competenza del maltese Tonio Borg, a cui resta la Sanità. Durante la prima audizione, Mimica è stato impallinato dalle domande delle commissioni dell’europarlamento – e in prima fila i deputati della CDU tedesca – perché fosse chiaro che l’approvazione sarebbe stata tutt’altro che scontata.

La freddezza delle capitali europee è ricambiata a Zagabria. Non c’è solo la delusione per la lunghezza dei negoziati e pe i processi dell’Aja: i croati non vedono più nell’Europa una garanzia di sviluppo economico. La crisi che colpisce i Balcani è forse più pesante di quella che imperversa sui paesi del Mediterraneo, tanto da far parlare, per quest’area, di “periferia della periferia”. Con un tessuto sociale e produttivo già povero, perché il sistema di produzione socialista era arretrato ed è stato smantellato, mentre le grandi aziende pubbliche sono state privatizzate e hanno licenziato, i paesi balcanici affrontano il congelamento degli investimenti provenienti dall’UE, che non ha più la liquidità sufficiente per permetterseli. La crisi in Europa ha diminuito anche il flusso delle rimesse degli emigranti, tradizionale fonte di sostentamento per molte famiglie.

Non stupisce quindi che nelle piazze della Croazia si siano perfino viste bruciare bandiere dell’Unione. I croati hanno manifestato la propria disillusione macinando record negativi di partecipazione alle consultazioni relative all’Europa: 43% al referendum dello scorso anno sull’adesione (tra loro, il 66% ha detto sì), 21% alle elezioni di tre mesi fa per i dodici nuovi europarlamentari – con una forte affermazione dei candidati più nazionalisti.

La tendenza, lenta ma stabile, alla democratizzazione dei paesi dell’ex-Jugoslavia, si è attualmente arrestata: le riforme che Bruxelles obbliga a intraprendere in cambio dell’ingresso nell’Unione Europea non sembrano più garantire vantaggi politici ai partiti che le difendono e vantaggi economici ai cittadini che le accettano. L’introduzione dell’economia capitalista in paesi, come quelli dei Balcani occidentali, dove la transizione democratica è fortemente incompleta, ha portato alla delegittimazione sia del mercato che della democrazia, spingendo gli elettori verso scelte nazionaliste e i governi verso scelte oligopolistiche che rendono più difficile una convergenza con il sistema economico europeo.

Il vantaggio più grande per l’UE derivante dall’adesione croata dovrebbe essere l’ancoraggio da parte degli altri paesi candidati (Serbia, Montenegro, Macedonia) o associati (Bosnia-Erzegovina, Kosovo) alla strada seguita da Zagabria. Ma questo, da cui dipende la stabilizzazione e il passaggio nella sfera di influenza europea di una delle aree più dense di turbolenze e conflitti latenti, è ormai condizionato dal raggiungimento di benefici tangibili, e non solamente dalla loro promessa. Solo se l’UE sarà capace di curare i propri mali potrà portare a compimento un tale difficile processo.