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Clima: più collaborazione UE-USA per ristabilire la fiducia

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Il fallimento della conferenza di Copenhagen non lascia molti margini alla firma di un accordo entro fine anno. In particolare, dopo l’annucio cinese della possibile introduzione di una “carbon tax” sulle proprie esportazioni verso l’UE e gli USA, qualora questi adottassero una misura analoga sulle importazioni da Paesi privi di obiettivi di riduzione della CO2. Nonostante negli ultimi quattro mesi si siano tenuti parecchi incontri bilaterali fra i principali Paesi produttori di CO2, i negoziati non hanno registrato progressi. Anche i tre giorni di meeting tecnici a Bonn (9-11 aprile) tra i delegati dei 192 Paesi membri dell’United Nations Framework on Climate Change si sono chiusi con un nulla di fatto. La strategia europea, sin qui rivelatasi fallimentare, nonché lo scontro fra i Paesi in via di sviluppo e le principali economie emergenti, impongono all’Occidente un rilancio della cooperazione transatlantica nel settore delle politiche climatiche.

Finora lo scontro decisivo è stato causato dalla ferma opposizione del cosiddetto gruppo BASIC (Brasile, Sud Africa, India, Cina) all’adozione di obiettivi vincolanti per la riduzione delle emissioni di CO2. Quasi la totalità dei Paesi africani e del Sud Est asiatico hanno infatti apertamente criticato i BASIC, per aver anteposto i propri obiettivi di crescita economica (di breve e medio periodo) a ogni altra considerazione. Come noto, il punto concettuale su cui insistono i BASIC è che le “emissioni per capita” (il quantitativo medio di gas serra che ogni persona emette) risultano essere oggi decisamente inferiori nei paesi emergenti rispetto all’Europa o al Nord America.

Il problema che si sta presentando tra i maggiori protagonisti è quello di una profonda sfiducia nelle reali intenzioni delle controparti. Così, la possibile introduzione, da parte degli USA e dell’UE, di una “carbon tariff” sulle importazioni provenienti da Paesi privi di obiettivi vincolanti per la riduzione dei gas serra, viene interpretata come una semplice misura discriminatoria. E’ innegabile, del resto, che le attuali proposte dei Paesi occidentali imporrebbero un notevole onere su quelli emergenti e in via di sviluppo.

Le ripercussioni di una “carbon tariff” sono però difficili da valutare appieno. Ad esempio, il fatto che l’ipotesi stia circolando ha spinto il governo cinese a dichiarare che potrebbe adottare una propria carbon tax sulle esportazioni verso l’occidente. Tale misura, in teoria, permetterebbe al governo non solo di finanziare l’ammodernamento delle proprie industrie, ma anche di lanciare la transizione della Cina verso un’economia a bassa intensità di carbonio. Tuttavia, l’annuncio cinese ha destato una certa preoccupazione fra gli analisti internazionali, timorosi del possibile avvio di una guerra commerciale globale, giustificata da propositi ambientalisti più o meno veritieri. Dunque, il quadro è ricco di ambiguità.

In ogni caso i Paesi occidentali devono riconsiderare il proprio approccio, prendendo atto del rifiuto delle principali economie emergenti di adottare obiettivi vincolanti, ma anche della persistente assenza di know-how e tecnologie verdi nelle economie africane e in alcune di quelle asiatiche.

UE e USA dovrebbero in primo luogo sviluppare una strategia cooperativa mirante a sostenere azioni concrete, e solo contestualmente a penalizzare i ritardi nell’attuazione di progetti per ridurre le emissioni. Un tale intervento è in effetti più urgente della firma di un ambizioso accordo internazionale che introduca obiettivi vincolanti per la riduzione dei gas serra. E’ necessario, in particolare, fornire gratuitamente ai Paesi in via di sviluppo le necessarie tecnologie a basso carbonio, ma anche puntare a sviluppare un mercato globale di tali tecnologie. E si dovrebbe lanciare un’azione su scala globale, verso i maggiori Paesi inquinanti, per eliminare le barriere commerciali (tariffe e quote) sul commercio di tali tecnologie. Infatti, se gli USA e l’UE applicano oggi tariffe dell’1,75% e 3% rispettivamente, i Paesi asiatici impongono aliquote del 7,5%, quelli africani del 6% e quelli sud-americani del 9%. I negoziati del “Doha round”, bloccati ormai da molto tempo, non includono le tecnologie a basso carbonio, e i negoziatori appaiono alquanto riluttanti anche solo a considerare l’introduzione di tali tecnologie nell’agenda dei lavori. In questo settore è giunto il momento di una forte iniziativa euro-americana per la soppressione delle tariffe, proponendo così un’alternativa costruttiva alle posizioni dei BASIC sulle politiche climatiche.

Un altro fondamentale aspetto delle negoziazioni é rappresentato dal finanziamento dei progetti di “mitigation and adaptation” al cambiamento climatico nei Paesi meno sviluppati. Sebbene l’accordo di Copenhagen abbia indicato la cifra di 100 miliardi di dollari all’anno per finanziare tali progetti fino al 2020, appare chiaro come il riscaldamento del pianeta richieda uno sforzo decisamente maggiore. Anche se Cina e India stanno investendo centinaia di miliardi nei rispettivi pacchetti di stimolo per sviluppare la produzione di elettricità da fonti rinnovabili e migliorare l’efficienza energetica, le esigenze di crescita economica incanalano tali fondi verso le tecnologie più economiche; questo riduce di fatto l’elevato potenziale di riduzione delle emissioni. Si stima che il meccanismo di scambio delle quote di emissione di CO2 (ETS) dell’UE dovrebbe assicurare 3 miliardi di dollari all’anno ai Paesi in via di sviluppo entro il 2020, mentre il budget proposto dall’amministrazione Obama per il 2011, prevedrebbe di aumentare del 40% i fondi della cooperazione allo sviluppo americana (USAID) destinati ai progetti per la lotta la riscaldamento globale. A fronte di questi sforzi, l’ugenza di operare contro il cambiamento climatico impone all’UE e agli USA di elaborare, in concerto con le principali istituzioni finanziarie multilaterali, nuovi meccanismi di finanziamento. In particolare la World Bank potrebbe studiare in collaborazione con l’International Finance Corporation la creazione di “climate bonds”, garantiti dall’International Monetary Fund, per il finanziamento di progetti contro il cambiamento climatico.

Il trasferimento della tecnologia e il supporto finanziario dovrà essere concepito come un vero incentivo per i BASIC e i Paesi in via di sviluppo ai fini di azioni concrete, piuttosto che come passo intermedio per giungere alla firma di un ambisioso accordo internazionale che introduca obiettivi irraggiungibili. Solo in un secondo momento, quando si sarà sviluppato un rapporto di fiducia tra il blocco occidentale e le  economie emergenti, i fondi e la tecnologia potranno essere allocati sulla base delle riduzioni effettuate da ciascuno Stato. In questo modo si introdurrebbe, peraltro, un meccanismo virtuoso che premierebbe i governi maggiormente impegnato nel limitare le proprie emissioni.

In ultima analisi, soltanto con una stretta collaborazione UE-USA, e perseguendo il corretto ordine di priorità, si può sperare di ottenere risultati concreti nelle politiche climatiche.