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Cina-Pakistan: i limiti di un legame tradizionale

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Nulla sembra mettere in dubbio la solidità e l’importanza della partnership tra Pechino e Islamabad. Tanto più in una fase come quella attuale, caratterizzata dall’impegno comune – sancito dall’accordo firmato nel 2013 a Pechino dal Primo Ministro pachistano Nawaz Sharif – per costituire il cosiddetto corridoio economico Cina-Pakistan. Ma questa alleanza di fatto ha una tara potenzialmente grave: poggia su criteri di opportunità geostrategica consolidati, ma proprio per questo vecchi. Il buco nero rappresentato dal futuro dell’Afghanistan, Paese che oggi più che mai vede i suoi destini legati a doppio filo a quelli del Pakistan, insinua ulteriori dubbi sulla tenuta di una convergenza pur così ragionevole e condivisa. La tumultuosa crescita del peso economico, diplomatico e militare della Cina impone inoltre una revisione continua non solo dei mezzi per attuare una ragionevole politica di potenza, ma anche degli obiettivi in cui tale politica si circostanzia. La conclusione è che la scelta che oggi appare vincente rischia in tempi brevi di diventare per Pechino un freno nella ricerca di più vantaggiosi equilibri regionali.

Nell’ambito del “vecchio” e ancora aperto contenzioso con l’India, l’appoggio al Pakistan era un jolly facile da giocare per ostentare in chiave distensiva l’intenzione di fare opera di mediazione o, al contrario, per lanciare minacce indirette. La geopolitica classica, quella che agli albori della guerra fredda aveva indotto gli Stati Uniti a costituire una fascia di sicurezza lungo le coste dell’Oceano Indiano tramite la Central Treaty Organization (con Regno Unito, Iran, Iraq, Turchia, e Pakistan appunto), dava anche agli occhi dei cinesi grande valore al Pakistan. Questo costituisce infatti la più rapida via per raggiungere i mari divenuti progressivamente un crocevia di commerci vitale per la Cina. Inoltre solo puntando, in un progetto a lungo termine, proprio sul Pakistan si poteva avviare la politica di sviluppo delle regioni occidentali del Paese, (l’alternativo corridoio Cina-Myanmar correndo troppo più a Est). Quanto alla crisi afghana, in attesa di una pacificazione che avviasse la ricostruzione, era del tutto normale servirsi del Pakistan come una sorta di cuneo per impedire all’India di svolgere un ruolo attivo, fosse esso autonomo o condotto in sintonia con gli Stati Uniti.

Simili impostazioni contrastano con l’affiorare di nuove esigenze e nuovi fattori. Il primo dato innovativo è il preponderante interesse di Pechino a creare un quadro regionale di stabilità che favorisca la sua penetrazione attraverso strumenti economico/finanziari. Più che gli aiuti – sullo stile del piano Marshall – l’arma totale cui è quasi impossibile resistere sono gli investimenti mirati a creare infrastrutture.  Allo scopo ora Pechino dispone, dopo la Banca di sviluppo dei BRICS con sede a Shanghai, di un importante strumento in più: la Banca Asiatica per le Infrastrutture e gli Investimenti AIIB istituita in aperto antagonismo con gli Stati Uniti e i suoi maggiori alleati dell’area (Giappone e Corea del Sud), nonché coi tradizionali organismi internazionali di finanziamento come la Banca Asiatica di Sviluppo e Fondo Monetario.

Pertanto il Pakistan, che pur si è rallegrato della fondazione della AIIB ma le cui turbolenze interne ne fanno una sorgente continua di instabilità per tutta l’area, non sembra fare pienamente il gioco della Cina. Lo stesso si può dire per un aspetto di fondo della politica “afghana” di Islamabad, quello derivante dal timore del risorgere dell’idea di un Pashtunistan indipendente che assorbirebbe anche parte del territorio pachistano. In base a tale presupposto, un Afghanistan in preda al caos, e travolto da passioni religiose anziché etniche, è in fondo il male minore.

Il problema è che oggi questa linea di pensiero si incrocia con la nascita dell’IS, lo Stato Islamico che conquista proseliti un po’ ovunque nel mondo musulmano, ma in Pakistan più che altrove. Nella jungla dei gruppi armati antisistema pachistani è difficile capire quanto credito abbia la suggestione del Califfato proposta all’IS, ma già si segnalano atti di affiliazione da parte di comandanti di milizie locali. Per di più continuano a sussistere dubbi sulla efficacia e la sincerità delle operazioni antiterrorismo affidate a militari e servizi segreti: anche l’ultima, denominata Zarb-eAzb, che secondo le autorità si sta concludendo con grandi risultati (un migliaio di miliziani uccisi), secondo altre fonti avrebbe ottenuto ben poco. Insomma il terreno è fertile per una penetrazione dell’IS dalle imprevedibili conseguenze.

Le autorità di Pechino, pur favorevoli a una guerra senza quartiere al terrorismo, hanno sempre considerato i buoni rapporti col Pakistan una valvola di sicurezza qualora fosse necessario venire a patti con chi potrebbe esportare in Cina la rivoluzione islamica. Ora devono chiedersi fin dove sono compatibili il principio della non ingerenza con la necessità di mantenere a un livello accettabile il tasso di insicurezza. Sulle tematiche nucleari, ad esempio, fino ad ora la Cina si era limitata a tenere divisi gli aspetti militari (il Pakistan non ha aderito al Trattato di non proliferazione, e secondo fonti americane dispone di materiale fissile per produrre 110/120 testate) e quelli civili (disponibilità di fornire a Islamabad tecnologia nucleare per le centrali di Chashma e di Karachi); ma il nuovo tipo di fondamentalismo rappresentato dall’IS muta il rapporto tra cellule terroristiche e presenza sul territorio di silos atomici. Quanto ai rapporti economici, ciò che vale oggi per quelli con l’Afghanistan, bloccati dalla minaccia del terrorismo, potrebbe presto valere anche per il Pakistan, rimettendo in discussione il “corridoio” per eccesso di vulnerabilità.  

In Afghanistan la Cina è già il maggiore investitore. Una società di Stato cinese ha acquisito i diritti di sfruttamento per 30 anni dei giacimenti di rame di Mes Aynak e il gigante petrolifero CNPC lavora nel bacino dell’Amu Darya. Ma per il momento non ci si azzarda a spingersi molto più in là; se ne è avuta una conferma con la visita a Pechino a fine ottobre del nuovo presidente afghano Ashraf Ghani, il quale ha ricevuto più incoraggiamenti che sostegni materiali. Nell’immediato solo un dono di 500 milioni di yuan (81 milioni di dollari) e altri 1.500 milioni per il triennio 2015-17.  Nei confronti dell’Afghanistan la Cina sembra puntare sul multilateralismo – come l’iniziativa denominata “Processo di Istanbul” che ha tenuto il 31 ottobre a Pechino la sua quarta riunione annuale e a cui aderiscono, tra gli altri, Russia, India, Turchia e Arabia Saudita – piuttosto che sul bilateralismo, che da sempre privilegia. È un cambiamento che presuppone la capacità di gestire il metodo multilaterale e rivolgerlo a proprio vantaggio, in questo caso fornendo una “risposta asiatica” al problema afgano. Non esclude gli Stati Uniti ma dà più peso alla Cina senza peraltro enfatizzarne troppo le responsabilità. Lo stesso obiettivo viene perseguito con altri strumenti: quello potenzialmente più importante è la SCO (Organizzazione di cooperazione di Shanghai) di cui l’Afghanistan è solo osservatore ma che, nella prospettiva di un allargamento delle sue prerogative e dei suoi membri, non potrebbe non concedere la massima attenzione al dossier afghano, entrando nell’ottica di offrire a Kabul perfino sostegno militare. Prenderebbe così corpo l’idea di un blocco asiatico (con la presenza della Russia) alternativo alla NATO e nondimeno impegnato in una funzione stabilizzatrice.

A Pechino si sa bene che in questo blocco deve essere inserita anche l’India (la cui adesione alla SCO è prevista per il 2015). È un elemento in più che induce a pensare a un sia pur lento riavvicinamento tra Pechino e New Delhi malgrado il persistere delle divergenze di confine. Se questo processo si consoliderà, sospinto anche da crescenti seppure squilibrati interessi economici, il Pakistan vedrà ridursi la sua forza contrattuale nei confronti della Cina. Un Pakistan che insista nel costruire la sua identità nazionale solo in antagonismo all’India può forse soddisfare gli interessi di potenze lontane: come gli Stati Uniti, che finita la guerra fredda considerano il Pakistan una essenziale retrovia per la loro guerra afghana, o come la Russia, amica storica dell’India, che dopo aver eliminato l’embargo unilaterale promette ai militari di Islamabad armamenti a prezzi scontati. Ma alla Cina non può piacere essere messa nella necessità di accontentarsi della parte più piccola e povera del subcontinente indiano.