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Catalogna: dalla “utopia disponibile” della secessione alla Realpolitik

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Iniestazo. Cosí i tifosi blaugrana hanno chiamato quel gol di Andrés Iniesta al Chelsea, che regalò, al 92º minuto, la finale della Champions League al Barcellona nel 2009. Un gol mitico, ormai fissato nell’immaginario collettivo: per antonomasia, si dice così in Catalogna se si ottiene un risultato agli sgoccioli, quando tutto sembra perduto.

E proprio un iniestazo è stata, la sera di domenica 10 gennaio, la nomina alla presidenza della Catalogna del nazionalista di centrodestra Carles Puigdemont – finora sindaco di Girona, città di quasi 100.000 abitanti a nord di Barcellona. Ciò ha evitato la convocazione automatica di nuove elezioni regionali a marzo: i termini legali previsti per la costituzione di un governo che si attendeva da più di tre mesi sarebbero infatti scaduti proprio domenica alle 23.59.

Il risultato delle elezioni regionali del 27 settembre era di difficile interpretazione: le liste secessioniste, che avevano chiesto ai cittadini un plebiscito per avviare il processo d’indipendenza, non raggiungevano il 50% dei voti, ma la legge elettorale regalava loro la maggioranza dei seggi in parlamento. E queste stesse liste erano eterogenee, e dotate di peso elettorale ben diverso tra loro.

Da un lato c’era la grande coalizione Junts pel Sí (JxS, Insieme per il sì), formata dai nazionalisti di centrodestra (CDC) con la sinistra indipendentista (ERC), che aveva raccolto 62 seggi. Dall’altro, gli indipendentisti anticapitalisti della CUP portavano a casa 10 deputati. In totale meno del 49% dei voti, ma con più seggi dei 68 che segnano la maggioranza assoluta. Serviva però un patto tra le due formazioni, accomunate sì dall’indipendentismo, ma divise su molti altri temi della politica interna.

Pur se piccola in confronto alla coalizione, la CUP voleva mantenere la promessa di non accettare il reincarico da presidente ad Artur Mas, leader di CDC, contestato per i tagli alla spesa sociale dei suoi governi dal 2010 in poi e per i tanti casi di corruzione che macchiano il suo partito. Per convincerla, all’inizio di novembre JxS passava in parlamento una mozione sulla desconexión legale dalla Spagna (subito denunciata alla Corte Costituzionale dal governo nazionale di Mariano Rajoy), condita da un piano di investimenti sociali. La manovra, pericolosa e affrettata, non è riuscita però nel suo intento.

Lo stallo è durato per altre settimane, fino all’inaspettata intesa in extremis. L’accordo tra JxS e la CUP prevede che Artur Mas rinunci al reincarico, ma in realtà si tratta di una chiara vittoria politica dell’ex presidente. Gli anticapitalisti, sotto pressione e divisi al loro interno, hanno accettato condizioni durissime: la “cessione” di due parlamentari a JxS e un vincolo di mandato, cioè l’impegno, per 18 mesi, a non votare contro il futuro esecutivo.

La Catalogna è dunque piú vicina all’indipendenza? Le cose sono un po’ più complesse. Il lungo negoziato, che ha portato progressivamente a una sorta di depressione un movimento indipendentista attonito e irritato, ha istillato grosse dosi di realismo nel contesto locale. In precedenza invece i catalani si erano abituati – anche grazie ai media regionali, schierati con gli indipendentisti – a mettere in luce gli aspetti taumaturgici di una possibile separazione dalla Spagna, e a minimizzarne costi e difficoltà.

Alla fine gli indipendentisti si sono arresi a una verità lampante ma che, in un vero e proprio esercizio di wishful thinking collettivo , era stata negata: con meno del 50% dei voti, qualsiasi gesto unilaterale nei confronti della Spagna è impraticabile. Anche perché ora l’equilibrio delle forze appare già alterato: alle elezioni politiche spagnole del 20 dicembre il gruppo locale appoggiato dalla sindaca di Barcellona Ada Colau e federato con Podemos – i cosiddetti “Comuni” – è stato la lista più votata di Catalogna (con il 24,7%), scavalcando i partiti pro-indipendenza ERC (16%) e CDC (15,1%), che si presentavano separati.

La proposta dei “Comuni”, europeista ma contraria alle politiche di austerità, ha convinto anche perché collegata all’unica forza politica nazionale – Podemos – che riconosce lo stato spagnolo come “plurinazionale” e vuole ridiscutere la relazione tra la Catalogna e la Spagna attraverso un referendum. La loro vittoria ha convinto Artur Mas della necessità di accordarsi con la CUP: tornando a votare, avrebbe infatti rischiato una grave sconfitta. E l’egemonia del discorso indipendentista – definito con lucidità dal giornalista Josep Ramoneda “l’utopia disponibile” – sarebbe stata compromessa.

Ma Mas, col suo “generoso” passo indietro, non scompare affatto dalla scena: trova anzi mano libera per giocare su tre tavoli. Il primo è quello del suo schieramento: l’ex presidente potrà curare personalmente la rifondazione dello spazio politico catalanista. La nuova “cosa” vorrebbe porsi sul centro dell’arena politica locale: un catch all party nazionalista capace di attrarre ampi settori, dai liberali e moderati agli ex socialisti, recuperando gli elettori passati negli anni a ERC. Inoltre, bisogna “uccidere il padre”: deve scomparire qualsiasi legame anche simbolico con Jordi Pujol – fondatore del partito, presidente della Catalogna per piú di vent’anni (Mas ne fu a lungo il delfino) ora in disgrazia per i casi di corruzione della sua famiglia e dei suoi collaboratori. Operazione che può riuscire solo con la creazione di un soggetto politico tutto nuovo.

Il secondo tavolo è quello istituzionale: la funzione del nuovo governo. Il discorso programmatico del neoeletto Puigdemont – che pur dimostrando una certa autonomia ha sottolineato la sua totale identità di vedute con Artur Mas – è stato ambivalente. Si è riferito alla desconexión votata a novembre, elencando però tutta una batteria di misure concrete, da realizzare cioè nel contesto di una legislatura regionale “ordinaria”. Perché questo atteggiamento?

È qui che entra in scena il terzo tavolo su cui lo schieramento di Mas vuole giocare: quello spagnolo. Lungi dalla tanto strombazzata desconexión, Madrid e Barcellona sono più interdipendenti che mai. Mai il governo nazionale aveva commentato – negativamente – un accordo di governo regionale. Mai le televisioni statali avevano dedicato tanto spazio a Barcellona. E mai l’incertezza politica e istituzionale della Catalogna era stata tanto influenzata dall’incertezza regnante a livello centrale.

Com’è noto, il voto spagnolo di dicembre è stato un terremoto, che rende impossibile il tradizionale governo di un solo partito. Le maggioranze possibili sono tre: grande coalizione tra conservatori e socialisti, cioè PP e PSOE; patto “costituzionalista” tra PP, PSOE e Ciudadanos (quest’ultimo, liberale di centro, garantirebbe i numeri per una riforma costituzionale); patto di sinistra “alla portoghese”, con socialisti, Podemos e il resto della sinistra radicale alleati ai nazionalisti baschi e catalani – che potrebbero accettare in cambio della promessa di un referendum.

Le prime due ipotesi – che oggi, dopo la formazione del governo indipendendista, sembrano le più probabili – provocherebbero una recrudescenza dell’indipendentismo, perché PP, PSOE e Ciudadanos sono in varia misura centralisti e difficilmente concederebbero qualcosa alla Catalogna. La terza, di gran lunga la più difficile per le resistenze interne al PSOE e per lo scopo che si pone, darebbe però piú spazio alle rivendicazioni catalane. In effetti, una riforma dei rapporti con lo stato centrale che non sia punitiva con l’autonomia locale, da ratificare mediante referendum, potrebbe trovare il favore della società catalana: la vittoria dei “Comuni” in dicembre lo dimostra. Anche se parte del fronte indipendentista, radicalizzato negli ultimi anni, non la accetterebbe.

Riforme legittimate da un processo democratico inclusivo potrebbero aiutare a ricomporre il puzzle spagnolo, interdipendente ma frammentato, caratterizzato da spinte centrifughe e centraliste, e pieno di nuove proposte a livello politico. Se gli eventi catalani portassero infine a una revisione del rapporto tra Madrid e Barcellona, magari seguito dall’attesa riforma istituzionale di tutto il quadro spagnolo, ancora una volta la Catalogna sarebbe all’avanguardia del cambiamento della Spagna – e in qualche modo forse in Europa.