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Bielorussia: l’ultima dittatura europea

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La Bielorussia (o Russia Bianca) ha visto il proprio destino legarsi indissolubilmente a quello di Mosca da quando l’esercito russo la occupò nel XVII secolo Nel 1918, la neonata Repubblica popolare Bielorussa è subito entrata a far parte dell’URSS come Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia. Nel 1991 si è proclamata indipendente ed ha fondato con Ucraina e Federazione Russa la Comunità degli Stati Indipendenti, la cui sede amministrativa è a Minsk. Oggi, il paese è – correttamente – considerato “l’ultima dittatura europea”.

La Bielorussia è sempre restata intorno all’orbita di Mosca. I vari tentativi di conquistare un’autonomia davvero sostanziale, messi in atto durante i tanti sconvolgimenti politico-istituzionali della regione, si sono realizzati solamente con la fine dell’ultimo “impero russo”. All’indipendenza ottenuta nel 1991 non hanno però fatto seguito l’instaurazione di una vera democrazia e il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, diversamente da quanto accaduto in altri ex componenti del blocco sovietico.

La nazione è guidata, fin dalle prime elezioni “libere” tenutesi nel 1994, dallo stesso uomo: Alexander Lukashenko. L’informazione non è libera, come certificato da Freedom House; numerose sono le condanne a morte eseguite, circa 400 dal 1991 (la Bielorussia è l’unico paese europeo a prevedere la pena capitale); gli oppositori sono osservati speciali della polizia segreta, tuttora denominata KGB.

Lukashenko, che si è costruito negli anni un profilo da “padre della Patria” (si è autonominato appunto “Batka”, cioè padre), ha mantenuto la guida del paese negli ultimi diciotto anni anche perchè una modifica alla Costituzione, operata per sua volontà, ha eliminato ogni limite di mandato. Il suo potere autoritario e incondizionato si fonda su due pilastri: da una parte, un sistema economico di stampo sovietico con una struttura produttiva quasi interamente sotto il controllo statale, puntellato da sussidi generalizzati e piena occupazione; dall’altra, il non trascurabile sostegno di Mosca, che considera il paese parte integrante della grande nazione russa. Inoltre, il gas e il petrolio forniti ai paesi europei transitano in territorio bielorusso.

L’appogggio di Mosca a Lukashenko, tuttavia, ha iniziato ad affievolirsi nell’estate del 2010, proprio in ragione di una disputa sul costo delle forniture di petrolio e gas destinate alla Bielorussia. Da allora, il Cremlino sembra auspicare l’arrivo di un nuovo presidente più accondiscendente alla propria volontà.

Le ultime elezioni presidenziali, svoltesi il 19 dicembre 2010, sono state caratterizzate da un pluralismo quantomeno “di facciata”. Sono stati ammessi numerosi candidati alla presidenza, cui è stato consentito perfino di attaccare il governo durante programmi televisivi, in onda sulla rete nazionale. La crisi economica che si è abbattuta con durezza anche sulla Bielorussia ha reso necessaria qualche formale apertura democratica, sia per placare il crescente malcontento popolare, sia per ricevere aiuti dall’Unione Europea.

Nonostante questi progressi, il risultato elettorale di fine 2010 non ha fatto registrare alcuna sorpresa: Lukashenko è stato confermato presidente con circa l’80% dei consensi. L’Osce ha espresso più di una perplessità sul voto, dichiarando che il procedimento elettorale non è stato corretto: gli osservatori hanno infatti riscontrato irregolarità nei conteggi e violente intimidazioni ai candidati dell’opposizione. La risposta del governo a tali affermazioni è stata la chiusura degli uffici Osce di Minsk.

L’opposizione ha reagito al risultato elettorale con una manifestazione di protesta durante la quale sono stati arrestati centinaia di dimostranti, tra cui numerosi giornalisti e i sette sfidanti nella corsa alla presidenza. Una repressione duramente condannata dall’Unione Europea.

L’episodio più recente nell’ambito delle politiche repressive del regime è la condanna a morte di due giovani, Vladislav Kovalev e Dmitri Konovalov, accusati di aver provocato un attentato nella metropolitana di Minsk nel 2011, a seguito di un processo sommario e falsato.

A questi problemi politici si sono poi aggiunte serie difficoltà economiche: la crescita del PIL è crollata (passando dal +8,6% del 2007 al +0,1% del 2009, stimata al +1,2% nel 2012), il debito estero ha superato la soglia del 55% e il rublo ha subìto una svalutazione fortissima: di conseguenza, l’inflazione ha avuto un incremento spaventoso tra 2010 (7,7%) e il 2011 (stimata al 40,9%). Una situazione che potrebbe  costringere il regime di Lukashenko a intraprendere almeno in parte la strada della democrazia e del rispetto dei diritti umani, condizioni poste per l’ottenimento degli gli aiuti del Fondo Monetario Internazionale (cui il governo bielorusso ha chiesto un prestito di 8 miliardi di dollari) e della Ue.

La Bielorussia è considerata dall’Unione Europea uno dei paesi dello spazio post-sovietico con cui è importante avere relazioni politiche e economiche stabili: è infatti parte del Partenariato Orientale formalizzato nel 2009. Il Partenariato Orientale è un accordo di cooperazione multilaterale, di cui fanno parte anche Armenia, Azerbaijan, Georgia, Moldavia e Ucraina, che ha come principali obiettivi la cooperazione in materia di immigrazione (quindi un regime più elastico di visti), la creazione di un’area di libero scambio e la possibilità di concludere Accordi di Associazione con disposizioni in materia di interdipendenza energetica. I paesi coinvolti nel Partenariato dovrebbero ricevere aiuti finanziari dall’Ue in cambio di riforme politiche ed economiche che garantiscano la stabilità e lo sviluppo dell’area, e si impegnano a favorire la democrazia, la costituzione di uno Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

In Bielorussia, tuttavia, queste riforme tardano a essere avviate e l’inasprirsi delle misure repressive adottate dal governo di Minsk hanno spinto le istituzioni comunitarie a sanzionare in vario modo il paese. Con l’ultimo provvedimento, 12 nuove persone sono state aggiunte alla lista delle otre 200 non gradite ai 27 paesi europei e 29 società vicine al regime hanno subito il blocco dei beni. Il Parlamento europeo, per parte sua, sta mettendo a punto una risoluzione di dura condanna, sostenendo l’azione del Consiglio.

L’Unione Europea, dunque, non sembra più disposta a tollerare le continue persecuzioni verso gli oppositori politici e il mancato rispetto delle libertà fondamentali in un paese ai propri confini che rappresenta davvero un’eccezione negativa nel panorama continentale.