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Australia: la linea Asia first alla prova

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Sempre più Asia per l’Australia, ma senza diminuire il peso e il significato dell’alleanza che la lega agli Stati Uniti: la collaudata linea direttrice della politica estera australiana non subirà deviazioni di rilievo in conseguenza dell’avvicendamento alla guida del governo di Canberra tra laburisti e conservatori. Gli aggiustamenti tattici potrebbero però trasformarsi in una catena di cambiamenti tutt’altro che irrilevanti alla luce di tre elementi: 1) l’enfasi che il nuovo esecutivo, guidato da Tony Abbott, intende dare al contenimento dell’immigrazione clandestina, uno dei principali cavalli di battaglia della travolgente campagna elettorale della coalizione composta da liberals e nationals; 2) la riduzione dei margini di crescita economica negli ultimi due trimestri (l’Australia non è stata duramente colpita dalla crisi internazionale scoppiata nel 2008 ma ora subisce i contraccolpi del rallentato tasso d’incremento del PNL cinese, principale partner commerciale dell’Australia, e del generale calo del prezzo delle materie prime); 3) Il rimodellarsi, in sede bilaterale e multilaterale, dei rapporti tra gli attori regionali con ricadute sul piano economico e militare.

Il 30 settembre Abbott ha effettuato la sua prima missione all’estero e ha scelto come meta l’Indonesia. Seguiranno a ruota le visite a Pechino e Tokyo. Un inequivocabile modo per rafforzare la propria immagine di premier che crede nella linea Asia First. “Sarà soltanto dopo avere reso visita ai nostri partner regionali e commerciali che effettuerò i tradizionali viaggi a Washington e Londra”, ha detto Abbott precisando poi il motivo di tale scelta: “Bisogna concentrarsi sulle relazioni che hanno più bisogno di attenzione (…) e sappiamo che decisioni riguardanti i nostri interessi nazionali saranno prese a Giakarta, Pechino, Tokyo e Seul non meno che a Washington”.

La visione strategica viene poi parzialmente distorta dall’opportunità diplomatica nella dichiarazione secondo cui “in ragione delle sue dimensioni, della sua vicinanza, delle sue potenzialità, l’Indonesia è il Paese più importante per l’Australia”. Ma se i rapporti con l’Indonesia non sono così vitali, almeno a paragone di quelli con gli Stati Uniti o la Cina, sono in effetti i più delicati e scivolosi nell’immediato. Su di essi infatti impatta l’Operation Sovereign Borders, cui Abbott intende affidare il contrasto del “contrabbando di esseri umani”. Pur ammantato di populismo e dai risvolti essenzialmente domestici, il piano di Abbott ha precise ricadute strategiche anche perché l’Australian Defence Force vi svolgerà un ruolo chiave. L’Indonesia, da sempre considerato dai generali australiani l’unica fonte di una possibile diretta minaccia, ora si avvia a diventare il capofila del blocco ASEAN e una media potenza in grado di gareggiare con l’Australia in alcuni settori. Nei decenni passati i rapporti sono stati altalenanti e non sono mancate crisi gravissime sfociate in interventi militari. I rapporti di forza erano però talmente sperequati da impedire a tali crisi di tramutarsi in problemi di sicurezza per l’Australia e anche, per l’inverso, da spingere Canberra a ignorare i vantaggi di un fattivo buon vicinato. Nel secolo dell’Asia però le cose stanno cambiando tumultuosamente. Abbott pertanto sa di rischiare grosso con una politica anti immigrazione che, per usare un eufemismo, irrita Giakarta. Renderla compatibile con la cooperazione tra i due Paesi è una sfida non facile da vincere; a maggior ragione considerando che l’attuale governo punta a una riduzione di quegli aiuti all’estero, su cui i laburisti avevano basato buona parte della loro politica estera e il raddrizzamento dei rapporti con Giakarta.

Non migliora il quadro un’analisi basata sui tempi lunghi e sul quadro strategico regionale. L’Indonesia è il più grande arcipelago del mondo; se la sua crescita economica non si arresta (si calcola che nel 2030 avrà un PNL doppio di quello australiano) non può non diventare una potenza marittima. Fino ad oggi per la sua sicurezza si è affidata all’ombrello americano, ma il Pivot to Asia del presidente Obama richiede che gli ex protetti assumano maggiori responsabilità nel campo della sicurezza, se appena ne hanno le capacità. E l’Indonesia, con la sua crescita al 5% annuo, non può tirarsi indietro. Nel generale build up militare dell’area, è facile prevedere che si doti di una marina e di un’aeronautica in grado di costituire un deterrente per i vicini ostili e un sostegno per quelli amici. È chiaro che per Canberra diventa una priorità collocarsi stabilmente tra questi ultimi, anche se è difficile credere a coloro secondo i quali in prospettiva l’Indonesia sarebbe un alleato potenzialmente più importante di Tokyo.

Oggi infatti il Giappone è il secondo partner commerciale dell’Australia, e con esso Canberra sta accrescendo la cooperazione militare nel nome di un concetto di sicurezza che presuppone proprio il controllo dei mari. Lo ha detto chiaramente il nuovo ministro della Difesa David Johnston: “Siamo una nazione che si basa sul commercio marittimo; dai prodotti agricoli al petrolio, al gas, al ferro, al carbone, tutto è esportato via mare (…) Dobbiamo trarne le conseguenze e dire ai nostri clienti, in particolare cinesi, giapponesi e sudcoreani: renderemo sicure le linee di comunicazione marittime per voi”. Accresciuto impegno militare, quindi, in nome di una partnership che, quando si rivolge alla Cina, si sforza di apparire come l’esatto opposto del “contenimento” che Pechino ritiene sia il vero obiettivo di Obama (e degli alleati degli Stati Uniti). Il fulcro di tale impegno dovrebbe essere sostenere l’industria bellica nazionale (quella navale soprattutto), rispettare i contratti d’acquisto di caccia di ultima generazione, creare un apparato di difesa “flessibile e versatile”, adatto sia a crisi globali (da gestire con gli alleati) sia al pattugliamento leggero. Quanto ai mari sui quali esercitare il controllo, nella lista oltre al Pacifico dovrebbe essere incluso l’Oceano Indiano, in ragione del crescente peso commerciale dell’India.

Si va dunque nella direzione indicata da Obama, anzi si cancellano i dubbi che avevano destato a Washington i tagli operati dai laburisti, arrivati a dedicare alla difesa solo l’1,6% del bilancio statale. Ma non tutto quadra. Una maggiore presenza militare presuppone infatti un aumento di spesa, per cui si vuole ora tornare al 2% del bilancio statale; ma non è chiaro dove si troveranno le risorse. Inoltre gli sforzi sul piano militare potrebbero venire vanificati da intese commerciali che passano sopra la testa degli australiani. L’adesione fin dal primo giorno alla Trans Pacific Partnership potrebbe contare poco, ad esempio, di fronte a quella zona di libero scambio triangolare Cina-Giappone-Corea del Sud, per ora solo ipotizzata ma che potrebbe prima o poi realizzarsi. Non gioverebbe allora la preferenza di Abbott per gli accordi bilaterali rispetto a quelli multilaterali ai quali invece guardavano con simpatia i laburisti. 

Quelli con la Cina, colonna portante dell’Asia first, rappresentano la “madre di tutti gli accordi bilaterali”. Su questo punto non sembra ci siano differenze tra il vecchio e il nuovo governo: la ricerca di più intensi rapporti commerciali col gigante asiatico è un assioma indiscusso e bipartisan. Anzi secondo alcuni è divenuta una vera ossessione. Nell’ultimo incontro tra primi ministri, la primavera scorsa, Julia Gillard e Li Keqiang hanno deciso di tenere vertici annuali nel contesto di una “partnership strategica” e di incrementare la cooperazione militare, pur limitata all’assistenza umanitaria e alle operazioni di peacekeeping. Inoltre, a beneficio del commercio, è stata stabilita la diretta convertibilità yuan-dollaro australiano. Abbott è ora chiamato a sciogliere un nodo essenziale, quello degli investimenti cinesi in Australia, che tra il 2006 e il 2012 hanno raggiunto i 45 miliardi di dollari, concentrati nel settore minerario e petrolifero. C’è chi, specie tra i conservatori, diffida di quella che potrebbe diventare un’invasione e vuole più severi controlli per accertare che gli interessi nazionali non siano minacciati. Ma prestare orecchio a questi dubbi rischia di tagliare fuori  il Paese dalle grandi opportunità regionali dei prossimi decenni. Il boat stop anti-immigrati è forse ancora gestibile; l’investment stop sarebbe una patente negazione dell’apertura all’Asia.