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Atene vista dalla Francia

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La cura di austerità imposta alla Grecia servirà a qualcosa? In Francia, i media, la politica e l’opinione pubblica continuano a interrogarsi sull’utilità degli ultimi sacrifici imposti al paese ellenico dall’Unione europea, dalla Bce e dal Fmi in cambio di un nuovo piano di aiuti da 130 miliardi. La vicinanza dell’appuntamento elettorale favorisce il fiorire di un dibattito a cui i cittadini francesi non si sentono certo estranei.

Le Monde, in un editoriale emblematico intitolato “Lasciamo un po’ di ossigeno ai greci”, interpreta i dubbi presenti nel campo progressista. È comprensibile che i partner europei pretendano delle garanzie sui prestiti versati, ed è anche giusto attendersi dalla Grecia un piano rigoroso di intervento, così come è stato chiesto e ottenuto in precedenza nei casi irlandese e portoghese. Ma, allo stesso modo, è difficile non solidarizzare con chi in Grecia protesta dopo che il Parlamento ha votato, con la sensazione di avere la pistola puntata alla tempia, delle misure di austerità tanto draconiane nel contenuto quanto incerte nell’effetto.

Il nuovo prestito dovrebbe infatti consentire ad Atene di abbassare il proprio debito pubblico dal 160 al 120% del Pil. Gli esperti di economia interpellati dal quotidiano diretto da Éric Fottorino tuttavia dubitano che ciò possa servire alla Grecia per recuperare competitività, dato il suo povero tessuto industriale: il paese rischia dunque una situazione di depressione economica permanente, da affrontare senza le minime protezioni sociali.

L’uscita dall’euro viene considerata impraticabile, per gli imprevedibili effetti che avrebbe su tutte le economie continentali, Francia inclusa. Le Monde propone quindi una soluzione radicale, capace da un lato di restituire margine di manovra alla Grecia, e dall’altro di arginare la rabbia montante nei cittadini ellenici: la cancellazione del debito pubblico, seguita da un referendum sulla permanenza nell’Eurozona. Solo restituendo parte della sovranità al popolo greco, secondo questa visione, si potrebbe arginare la deriva estremista che i sondaggi preelettorali stanno registrando, e sperare in un relativo rasserenamento della situazione nella seconda parte dell’anno.

François Hollande, il principale sfidante alla presidenza della Repubblica, non può certo condividere una tale opzione, ad oggi improponibile in sede europea. Ma il candidato socialista critica comunque le scelte del direttorio conservatore Merkel-Sarkozy, responsabile di una cura insensata fatta esclusivamente di rigore budgetario. Secondo Hollande, la risposta alla crisi greca, e a tutte le altre crisi europee del debito, si chiama crescita: la mancanza di questo principio fondamentale nel federalismo di bilancio approntato dai paesi dell’UE porterà all’astensione i socialisti in occasione della ratifica parlamentare in Francia.

Inoltre, Hollande considera gli Eurobond uno strumento teoricamente capace di alleggerire la pressione sul debito dei singoli stati, offrendo così ai governi europei la leva di una maggiore quantità di investimenti pubblici come volano della crescita. È notevole dunque la distanza che separa questa posizione da quella di Nicolas Sarkozy, ma soprattutto da quella di Angela Merkel, fautrice di un’adozione del piano di austerità da parte della Grecia senza se e senza ma.

Sarebbe stato proprio Sarkozy a correre il rischio politicamente più grave se l’Eurogruppo non avesse sbloccato il piano di aiuti: non stupisce che finora il presidente uscente si sia tenuto bene ai margini del dibattito sulla crisi di Atene. Un default della Grecia si ripercuoterebbe in maniera disastrosa non solo sulle finanze francesi, ma comprometterebbe anche l’immagine del leader impegnato a contrastare la crisi sullo scenario europeo: le speranze di rielezione sarebbero dunque drasticamente ridotte. L’accordo notturno raggiunto dai ministri dell’economia dell’Eurozona è stato perciò accolto con sollievo all’Eliseo, sebbene la forte limitazione della sovranità che esso presuppone rifletta soprattutto i dubbi dei paesi che orbitano attorno all’area economica tedesca, piuttosto che la volontà del presidente Sarkozy.

Il governo francese, in questi giorni, si è espresso per bocca del ministro agli affari esteri ed europei Alain Juppé, secondo una linea che interpreta l’approvazione delle misure di austerità come un ulteriore passo della Grecia verso la ricostruzione della propria credibilità e il mantenimento degli impegni presi. È la linea condivisa dal quotidiano conservatore Le Figaro, che nei suoi reportage da Atene evidenzia in primo luogo la consapevolezza dei greci rispetto alle pesanti responsabilità della propria classe politica nei confronti del disastro attuale. Dunque, al di là della pesantezza del sacrificio richiesto, l’adozione del nuovo programma di austerità è “l’unica maniera per salvare il paese dall’abisso”.

La sinistra radicale francese non ha invece difficoltà ad esprimere la propria solidarietà con le proteste del popolo ellenico. In questa area politica risiede una forte tradizione euroscettica, soprattutto dal punto di vista del contrasto a un’intrusione neoliberista nella sovranità degli stati europei: varie forze dell’estrema sinistra, alcuni giornali come Libération e anche non pochi esponenti del partito socialista si sono schierati apertamente contro il progetto di Costituzione europea, poi fallito, e bocciato dai cittadini francesi per mezzo di un decisivo referendum nel 2005.

Oggi, Libération descrive l’umiliante e antidemocratico commissariamento subito dal governo greco dal parte di Ue, Bce e Fmi sia come una cura fallimentare, sia come un evento che potrebbe toccare un giorno anche alla Francia, data la direzione impressa dalle élite conservatrici continentali ai trattati europei. Il cadidato alle presidenziali del Front de gauche, Jean-Luc Mélenchon, condivide pienamente queste perplessità, e invita i cittadini francesi a manifestare contro l’approvazione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) voluto da Merkel e Sarkozy: questo trattato condurrebbe l’Europa alla catastrofe, perchè i suoi principi (soprattutto il rigido rispetto della disciplina di bilancio) hanno già portato alla rovina la Grecia. Opporvisi duramente è la giusta maniera di essere solidali con il popolo ellenico, secondo il candidato dell’estrema sinistra.

Ma non tutti, a sinistra del Ps, sono d’accordo con lui: la candidata verde Eva Joly (la coalizione ecologista raccolse un sorprendente 16% alle elezioni europee del 2009), in visita ad Atene per due giorni, ha espresso la necessità di un nuovo trattato federale europeo, da firmare simbolicamente nella capitale greca, che poggi sui pilastri della solidarietà fiscale e dell’indebitamento comune (da gestire attraverso l’emissione di Eurobond). Attraverso una forte tassazione sul capitale e una più decisa lotta all’evasione fiscale i paesi europei potranno così trovare le risorse con cui tornare a crescere, investendo sullo sviluppo di un modello economico più sostenibile.

Lo stesso eurodeputato verde Daniel Cohn-Bendit, intervistato da Libération, considera il Mes come un primo fondamentale passo nell’instaurazione di un principio permanente di solidarietà economica nei rapporti tra i paesi dell’Unione Europea. Rifiutarlo, come sembrano fare le altre componenti della sinistra francese, significherebbe assumere un atteggiamento ipocrita, a rischio di compromettere il futuro dell’UE.

Meno complessa la posizione di Marine Le Pen, candidata del Front national alla presidenza della Repubblica, che giudica l’euro una “terribile macchina contro i popoli, partorita dal cervello di un’élite populofoba”: l’unica via di salvezza sarebbe l’istituzione di un’organizzazione che curi il ritorno dei singoli paesi alle vecchie valute nazionali. Le sue parole testimoniano il livello che il dibattito pubblico continentale potrebbe raggiungere se la strategia europea anticrisi dovesse fallire.