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A sud di Varsavia, cosa fa la NATO?

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Guardiamo all’Europa come snodo centrale della sicurezza transatlantica: l’interesse della NATO, nonostante la fine della guerra fredda e con i prolungati impegni balcanici, sembra essersi proiettato quasi esclusivamente a Est, e dunque verso la Russia, piuttosto che verso il Mediterraneo. È del resto la classica visione della proiezione strategica dell’Alleanza Atlantica fin dalla sua fondazione. Tuttavia, questa narrativa dei due fronti – uno privilegiato, uno trascurato – non riporta fedelmente la situazione reale: i confini dell’Europa, per tutta la loro lunghezza, presentano una ben più complessa serie di criticità: un vero e proprio ininterrotto arco di instabilità.

Per accorgersene, basta scorrerlo pezzo per pezzo. Procedendo da Nord-Est, il primo punto critico si trova nei Paesi baltici, ultimi avamposti filo-atlantici prima del territorio russo. Dopo le schermaglie in Ucraina, la conseguente introduzione del regime di sanzioni tra Bruxelles e Mosca (oltre che tra Washington e Mosca) e le provocazioni militari russe ai confini europei, l’assertività russa a è tornata a essere percepita come una minaccia che merita la più seria attenzione. Del resto, nemmeno la sede dell’ultimo summit è stata una scelta casuale: la Polonia, infatti, ha più volte chiesto il sostegno di UE e NATO in chiave anti-russa, e la presenza dei leader occidentali in loco serve almeno in parte ad affermare questo principio.

Proseguendo verso Sud, però, le criticità aumentano e si diversificano. Troviamo da un lato le regioni della ex-orbita sovietica (Bielorussia, Georgia e Paesi del Caucaso), rimaste intrappolate nell’area di influenza di Mosca, ma che guardano sempre più a ovest – verso la vicina Unione europea oltre che verso la distante Washington; e dall’altro la regione mediorientale, la cui endemica instabilità è ora acutizzata dal fallimento istituzionale di Siria e Iraq, dalla presenza dello Stato Islamico e da focolai di violenza armata come la guerra civile in Yemen.

Le interconnessioni strategiche espandono per migliaia di chilometri il vecchio fronte Sud, che si trasforma dunque nel cosiddetto “Mediterraneo allargato”. Spostandoci dal Golfo troviamo il Corno d’Africa, il Mediterraneo centrale e il Maghreb – con la crisi piu’ acuta oggi concentrata in Libia.

Guardando la mappa ci accorgiamo insomma che non si tratta di fronti separati, ma di un enorme, unico scenario. La narrativa dei due fronti è una semplificazione, probabilmente ingannevole; l’intero confine esterno della NATO è in subbuglio, fuori dal controllo dei Paesi membri di quella che pure rimane, tecnicamente, la piu’ potente alleanza politico-militare al mondo.

Gli equilibri e le scelte strategiche della NATO sono messi alla prova dagli interessi di ciascuno dei membri. Se i Paesi dell’Europa orientale, così come la Germania, privilegiano una discussione imperniata sul difficile rapporto con Mosca, i Paesi meridionali – Italia in testa, ma anche la Francia, date le proprie relazioni internazionali e il proprio impegno nell’Africa centrale – sono sempre più preoccupati per le sorti del fronte Sud. Ciascuno però con la propria agenda nazionale.

Fino a oggi l’Alleanza ha risposto a questo “dualismo” operando una scelta in termini di priorità, assegnando maggiore urgenza alle problematiche dell’Est a discapito di quelle del Sud. Più che da questioni politiche, però, questa scelta è dipesa, almeno formalmente, da aspetti economici: in tempi di ristrettezze (sono solo cinque i Paesi che al momento, investono il 2% del proprio PIL in spesa militare come richiesto durante il Summit del Galles del 2014) non era possibile impegnarsi simultaneamente su due fronti – cosa che ha avuto notevoli ripercussioni strategiche.

La situazione a Sud è obiettivamente complicatissima, e certo non avrebbe un miracoloso miglioramento neppure se ci fosse un cospicuo aumento dell’impegno militare euro-americano. Gli annosi problemi dell’area – terrorismo jihadista, governi dittatoriali e inefficienti, scarsa crescita economica e sfida demografica – si sono trasformati o aggravati in seguito alle Primavere arabe. La destituzione delle vecchie classi di governo ha condotto a una disgregazione delle strutture statali, che ha complicato ulteriormente la situazione interna di alcuni Paesi – nel modo peggiore in Libia. I vuoti di potere hanno sia originato che facilitato migrazioni di massa – è uno dei motivi per cui l’Italia, e prima ancora la Grecia, hanno richiesto il sostegno NATO – e lasciato spazio all’affermazione di attori non-statali.

Sul fronte Est invece la minaccia principale è ancora rappresentata da attori statali, Russia in testa. A livello politico, il rischio è quello di rimanere bloccati in un circolo vizioso: l’assenza di una strategia specificamente dedicata al fronte Sud ne ha ridotto ulteriormente l’influenza occidentale su dinamiche gia’ particolarmente complesse; ma questo, a sua volta, rende ora molto difficile delineare una strategia onnicomprensiva che consenta la stabilizzazione di un’area divenuta ancora piu’ vasta e variegata che in passato.

In più, le esperienze pregresse in Afghanistan, Iraq e Libia insegnano che il solo intervento armato non costituisce la panacea di tutti i mali. Soprattutto in tempi in cui l’Alleanza – in modo quasi paradossale, vista la sua vocazione militare – fatica ad assolvere efficacemente le sue core missions. Dopo anni di budget non solo ridotti, ma anche allocati in modo inefficiente (soprattutto nei Paesi europei, la maggior parte dei fondi vengono impiegati per il personale, piuttosto che per il mantenimento, l’efficientamento e le nuove acquisizioni), la maggior parte dei membri non è in grado di proteggere autonomamente i propri interessi, all’estero e ormai neppure all’interno dei confini nazionali.

Il coinvolgimento della NATO a fini di prevenzione e gestione dei conflitti, o di deterrenza e contrasto a minacce specifiche, puo’ anche andare a vantaggio dei membri di qualsiasi area geografica (sia questa sul fronte Sud o sul fronte Est), ma a patto di ricordare – è bene ribadirlo – che questa è un’organizzazione di tipo militare. È quindi soprattutto in questo senso che può essere impiegata.

Come ormai e’ ben noto, non necessariamente lo strumento militare rappresenta la soluzione idonea alla tutela degli interessi dell’area Sud, anche se puo’ dare un contributo decisivo. Ma non in assenza di una strategia compiuta e con l’attuale situazione delle Forze armate dei membri, non in grado di esprimere un deterrente né una forza offensiva credibile su larga scala.

Il rischio che si corre, come già avvenuto in passato, è dunque che la NATO sia chiamata ad agire con azioni di tipo ibrido – si pensi al supporto alle attività di pattugliamento marittimo richiesto dall’Italia per il contrasto all’immigrazione clandestina – più che militare. Si snaturerebbe così per rispondere a esigenze squisitamente politiche, sovrapponendosi per di più ad altre istituzioni (UE, OCSE, ONU). Oltretutto, in assenza di una vera strategia politica e di sicurezza piu’ ampia, l’Alleanza finisce per essere utilizzata come una sorta di strumento “neutro” per missioni di corto respiro e/o con un mandato poco chiaro.

L’Alleanza atlantica porta avanti diverse iniziative navali lungo il fronte Sud, tra le quali spiccano l’operazione Active Endeavour – iniziata in funzione anti-terrorismo dopo l’11 settembre – e lo Standing NATO Maritime Group 2 (SNMG2) – che provvede una capacità navale minima sempre disponibile per una vasta gamma di utilizzi. Queste attività, però, rappresentano solo misure tampone prive di profondità strategica. Nelle intenzioni, il summit di Varsavia avrebbe dovuto puntellare il rinnovato interesse per l’area traducendolo in politiche specifiche a essa dedicate Ma il vecchio copione si è reiterato: sebbene alcune misure siano state prese (come la modifica del mandato di Active Endeavour o la possibilità di supportare l’Operazione UE Sophia-Eunavfor Med), non è stata concertata alcuna strategia specifica. Del resto, per poterne introdurne una realmente di successo, bisognerebbe concepirla attraverso un approccio a più livelli, tutti parimenti importanti ma raramente considerati simultaneamente.

All’atto pratico, anche adesso che l’attenzione verso il fronte Sud sembra aumentare, molto dipenderà dall’atteggiamento di Turchia e Stati Uniti: il loro peso ponderato li rende protagonisti inevitabili nello scenario in questione. Ankara ha cercatonegli ultimi anni di utilizzare la sua posizione geografica e la sua potenza militare per ribadire il proprio ruolo sullo scacchiere internazionale. Per farlo, però, il presidente Erdogan ha intessuto relazioni con una serie di attori (statali e non) diversi, e talvolta in conflitto tra loro. I risultati sono stati assai deludenti, e si intravede ora qualche segnale di ripensamento e di maggiore prudenza. Intanto, un atteggiamento più assertivo della NATO nell’area mediterranea – si pensi alla Siria –  potrebbe comunque mandare all’aria i piani diplomatici di Ankara: la possibilità di un veto della Turchia non è perciò da escludersi.

Ulteriore ostacolo potrebbe essere rappresentato dagli Stati Uniti. Attualmente la lorovisione dell NATO sembra maggiormente proiettata sul fronte Est, come dimostrato dai recenti rischieramenti e dal previsto aumento di truppe in Europa orientale, così come dall’accento posto sull’implementazione delle Forze di intervento ad alta prontezza sempre in riferimento a quell’area. A questo si aggiunge la postura, che a oggi si potrebbe definire disinteressata, rispetto a un eventuale impegno militare in Libia, che è poi l’unica azione militare che allo stato attuale potrebbe impegnare i membri dell’Alleanza sul fronte Sud. In assenza di volontà di intervento statunitense, infatti, è praticamente impossibile che gli altri membri dell’Alleanza possano condurre un’operazione complessa in autonomia – qualora lo volessero.

In conclusione, l’approccio erroneo della divisione su due fronti limita moltissimo le possibilità di trovare una soluzione politico-militare risolutiva delle criticità dell’Alleanza. Anche ammettendo la lettura dei due fronti, la formulazione di una strategia efficace per quello meridionale non dovrebbe prescindere da un approccio che consideri i livelli politico, strategico (ovvero profondità e complessità dell’area) e militare, con particolare attenzione sugli ultimi due. In realtà, però, sono proprio questi a non essere tenuti in considerazione, mentre l’accento è posto sulle scelte politiche.

In un contesto che presenta criticità nuove, per le quali non funzionano le classiche chiavi di lettura – come nel caso del confine meridionale dell’Alleanza – questo rappresenta un enorme limite: quand’anche una strategia dovesse essere individuata a livello politico, probabilmente non si rivelerà efficace perché non supportata dalle adeguate valutazioni strategico-militari.