international analysis and commentary

A cosa serve il G8

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Ho davanti agli occhi la Dichiarazione finale del G8 di Deauville. Ho letto parecchie volte documenti del genere. Sono vaccinata, insomma. E so di cosa si tratta: di dichiarazioni di intenti. Si vedrà fra un anno quanti dei 20 miliardi di dollari promessi sulla carta a Egitto e Tunisia saranno stati effettivamente erogati; e soprattutto, a chi saranno andati. Ma intanto mi colpisce la frase iniziale: per la prima volta da anni, il documento finale del G8 non si apre con una frase di rito sullo sviluppo sostenibile, o sulla povertà, o sulla crisi economica ma si apre con la riaffermazione del valore universale della libertà e della democrazia.

Certo, anche questa può essere considerata una frase di rito. Ma il punto sostanziale è un altro: il punto è che il G8 tende così a riqualificarsi come il nucleo di un’Alleanza fra democrazie. Un nucleo basato sugli Stati Uniti, il Canada, i quattro principali paesi europei, più il Giappone e la Russia. E che vede i suoi compiti centrali non nella gestione delle crisi economiche internazionali – ormai materia di G20 – ma nell’appoggio all’evoluzione democratica di Africa e Medio Oriente e nella discussione di temi politicamente sensibili: dalla sicurezza nucleare, al controllo dell’Iran, al futuro di internet.

Ha senso il passaggio da un G8 economico ormai superato a un G8 politico? O è solo un tentativo di parte (questa volta della presidenza francese) di salvare un foro ormai inutile? La mia risposta è che ha senso, per tre ragioni importanti. Prima ragione: Stati Uniti ed Europa escono finalmente dalla sindrome “declinista” degli ultimi anni, in base a cui la democrazia – come sistema politico competitivo – era ormai condannata al fallimento di fronte all’ascesa delle cosiddette “autocrazie sostenibili”, a cominciare dalla Cina. Se l’89 del mondo arabo ha funzionato da tonico, è essenziale che la Primavera araba non diventi rapidamente un Inverno, come è purtroppo possibile.

Seconda ragione: Stati Uniti ed Europa cominciano finalmente a riscoprire l’importanza della loro relazione reciproca. È evidente che, con lo spostamento verso il Pacifico dell’asse dell’economia globale, il vecchio rapporto atlantico non basta più a governare il mondo. Negli anni scorsi, tuttavia, si è passati un po’ troppo in fretta da questa premessa (l’Occidente non basta più) alla conclusione che il West fosse ormai superato dall’ascesa del Rest. In realtà, la coesione fra gli Stati Uniti e l’Europa è ancora una delle carte migliori che abbiamo per riuscire a integrare le potenze in ascesa a condizioni non troppo sfavorevoli per gli interessi delle democrazie occidentali. La parabola del G8 stesso è indicativa. Per anni, il G8 è stato dominato dall’incubo dell’outreach; dal bisogno, in altri termini, di trovare il modo di invitare al tavolo dei Grandi del XX secolo anche le potenze del XXI secolo: prima la Cina, poi l’India, poi il Brasile e così via. Il varo del G20 a livello di capi di Stato e di governo, sotto l’impatto della crisi finanziaria del 2008, ha risolto il problema. A Deauville, il G8 è potuto tornare a un formato ristretto, senza troppi complessi. Un invito è stato rivolto alle élite della transizione in Tunisia e in Egitto: una transizione rispetto a cui le capitali occidentali e una parte del G20 – basti citare la Cina e l’Arabia Saudita – hanno propensioni distinte. Il che dimostra una cosa: nel mondo del G20, l’importanza della coesione occidentale aumenta, non diminuisce. La nomina di Christine Lagarde alla guida del Fondo monetario internazionale dovrebbe essere vista così, dall’Europa e dagli Stati Uniti: non come la stanca difesa di una tradizione vetusta o di un “diritto divino”; ma come la sensata affermazione di un interesse condiviso a guidare ancora per alcuni anni la complicata e difficile transizione che stiamo vivendo.

Conta infine – terza ragione – la questione “Russia”. Che Mosca sia parte di un’Alleanza fra democrazie mature è discutibile, ma è indiscutibile che il G8 possa servire a tenere ancorata la Russia all’Occidente allargato. Vedremo nei prossimi giorni cosa succederà in Libia e se una mediazione di Mosca sia effettivamente possibile. In ogni caso, il G8 bilancia i nuovi fori che si stanno costruendo fra i BRICS – e di cui la Russia fa parte assieme alla Cina.

Nell’insieme, mi sembrano ragioni solide. Che verranno svuotate, tuttavia, se alle dichiarazioni di intenti non seguiranno politiche conseguenti. Che la Primavera non diventi un Inverno è decisivo per le aspirazioni di milioni di giovani arabi. È una questione-chiave per il futuro dell’Europa, come anticipano le tensioni sul problema immigrazione. E sarà importante per la credibilità della democrazia, in una competizione globale che non è più soltanto economica ma riguarda i modelli politici. Se le poste in gioco sono queste – lo sono –  meglio che il G8 politico dimostri tutta la sua utilità.