Perché Erdogan non è certo di vincere

Il 24 giugno la Turchia farà una doppia scelta elettorale: e per la prima volta – conseguenza della riforma costituzionale presidenzialista dello scorso anno – voterà simultaneamente sia per rinnovare il Parlamento unicamerale ampliato a 600 membri, sia per eleggere il presidente della Repubblica, ormai anche formalmente a capo dell’esecutivo.

Ci sarà però una possibile coda: perché mentre i deputati verranno nominati su base proporzionale in collegi plurinominali, la scelta del capo dello Stato sarà perfezionata in un secondo turno – fissato per l’8 luglio – nel caso in cui nessuno dei sei candidati in lizza raggiungerà il 50%+1 dei voti validi. Questa eventualità non è esclusa dai sondaggi, che danno il favorito e presidente uscente Recep Tayyip Erdoğan oscillare al di sopra e al di sotto della soglia richiesta (del resto, nel 2014 venne eletto col 51.79%). Ma, soprattutto, la situazione rende incerti l’esito delle elezioni e lo stesso futuro politico del Paese e meno convincenti le accuse mosse al leader del Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP) di aver creato un sistema autoritario o addirittura dittatoriale.

Sondaggi e aspettative dell’opinione pubblica dimostrano invece che, nonostante il permanere delle restrizioni dello stato di emergenza decretato dopo il tentato golpe del 15 luglio 2015 e limitazioni strutturali alla libera competizione elettorale (lo squilibrio dei mezzi finanziari e comunicativi a disposizione è notevole), non esistono vincitori predeterminati.

Infatti, queste duplici elezioni del 24 giugno 2018 – anticipate rispetto alla scadenza naturale del 2019 per decisione proprio di Erdoğan – si presentano come le più combattute dal 2002, da quando il partito conservatore di ispirazione islamica ha assunto il potere: incerte sia nella scelta del presidente, sia nell’emergere di una maggioranza parlamentare. Elezioni simmetriche, che anche se intrecciate nelle dinamiche politiche vanno analizzate separatamente.

In virtù del doppio turno “alla francese” e della strategia condivisa dalle opposizioni, sono proprio le presidenziali a essere quelle meno scontate; se dovessero determinare la sconfitta di Erdoğan che pur resta il grande favorito, porterebbero a un terremoto politico che sconvolgerebbe non solo gli equilibri interni ma anche gli orientamenti di politica estera della Turchia (l’attivismo soprattutto regionale dei governi AKP verrebbe ridimensionato). Tra gli scenari possibili, ovviamente, c’è un’inedita coabitazione tra presidente e maggioranza parlamentare di colori diversi.

C’è in effetti una grande novità: mentre nel 2014 il Partito repubblicano del popolo (CHP, kemalista) e il Partito del movimento nazionalista (MHP) schierarono un candidato unico e debole come Ekmeleddin İhsanoğlu, intellettuale conservatore ed estraneo alla politica incapace di catalizzare nuovi consensi soprattutto tra i giovani della “generazione Gezi” (si fermò al 38.44%), quest’anno ogni partito ha schierato un suo esponente così da diversificare lo spettro delle opzioni alternative. L’obiettivo dichiarato: impedire la vittoria di Erdoğan al primo turno, convergere poi tutti sul candidato che lo sfiderebbe al ballottaggio.

D’altra parte, fedele all’alleanza con l’AKP, il MHP ha deciso di sostenere sin dal primo turno il presidente uscente. Sono così in lizza, oltre a Erdoğan: Meral Akşener, leader del Partito Buono (IYI) nato recentemente per via scissionista dal MHP, più centrista e dalla comunicazione particolarmente innovativa; Muharrem İnce, a capo dell’opposizione interna al CHP e per due volte sfidante sconfitto del segetario Kemal Kılıçdaroğlu, designato inaspettatamente ma il più accreditato numericamente in caso di secondo turno; i presidenti di due partiti minori, quello islamista della Felicità (SP) e quello ultranazionalista della Partito patriottico (Vatan); l’anomalia Selahattin Demirtaş, già co-leader del Partito democratico dei popoli (HDP), da mesi imprigionato perché accusato di fiancheggiamento dell’organizzazione terroristica PKK, costretto a una campagna elettorale episodica per via televisiva o telefonica.

Nelle politiche, a sfidarsi sono invece due alleanze elettorali (consentite per la prima volta), oltre all’HDP e a ulteriori partiti minori. Da una parte, l’AKP e il MHP – condividono Erdoğan come candidato presidente, oltre che lo stesso elettorato di riferimento – coalizzati nell’Alleanza popolare e già forti di due anni di consolidata collaborazione politica e parlamentare, sfociata per l’appunto nella riforma costituzionale in senso presidenziale del 2017. Dall’altra, il blocco eterogeneo delle opposizioni confluite nell’Alleanza nazionale – CHP. IYI, SP più il minuscolo Partito democratico (DP) – che pur se diversissimi per ideologia e proposte hanno in comune l’obiettivo di detronizzare l’attuale presidente (le coalizioni sono favorite nell’assegnazione dei seggi dal meccanismo elettorale proporzionale) e si presentano come baluardo della democrazia. Dall’alleanza formale delle opposizioni è rimasto fuori l’HDP, incapace di staccarsi in modo definitivo dalla contiguità anche solo ideologica col PKK e pertanto inviso agli elettori kemalisti e nazionalisti; nel caso tutti insieme – Alleanza popolare e HDP – formassero numericamente la maggioranza, la collaborazione in Parlamento sarebbe automatica.

Muharrem İnce, candidato del CHP

 

Anche in questo caso i sondaggi sono aperti a ogni risultato. La decisione di ricorrere a elezioni anticipate condivisa da AKP e MHP, sempre smentita ma non del tutto inaspettata, è stata vista come segno di debolezza. Votare subito, cioè prima che la crisi finanziaria – tasso di cambio crollato, inflazione galoppante e deficit delle partite correnti esploso, a fronte di una crescita superiore al 7% (ma con disoccupazione sempre superiore al 10%) – eroda consensi in modo significativo, prima che l’effetto patriottico che premia solitamente i governi svanisca dopo la vittoriosa operazione di Afrin in Siria (contro le milizie affiliate al PKK, percepite come minaccia nazionale dalla maggioranza schiacciante dei turchi).

La campagna elettorale – per la brevità del tempo a disposizione, forse meno colorata e partecipata del solito (anche perché si è svolta integralmente durante il mese sacro del Ramadan) – è stata incentrata sul grande tema della riforma delle istituzioni in fase di perfezionamento, con l’elezione del primo presidente dotato di poteri esecutivi: svolta storica per l’AKP e il MHP, degenerazione autoritaria da scongiurare e smantellare il prima possibile (ma occorrerebbero i 3/5 dei deputati per avviare il processo) per tutte le opposizioni.

Lo slogan principale del partito di Erdoğan è a questo proposito emblematico: “Parlamento forte, governo forte, Turchia forte”, sventolato e messo in musica assieme ad altri che rivendicano 16 anni di buona amministrazione e promettono stabilità, altri grandi progetti infrastrutturali, nuove riforme anche in senso democratico. Il CHP ha risposto con, tra gli altri, “Ormai è abbastanza”: riprendendo l’hashtag #tamam che ha per alcuni giorni infuocato Twitter; l’IYI con una campagna sofisticata e avvincente proprio sul web e sulle reti sociali, puntando al voto dei moltissimi giovani senza un’identità politica definita; l’HDP enfatizzando la volontà di cambiamento, dopo il decennio a mezzo a guida AKP.

Al di là del risultato che poi otterrà, tra tutti i candidati è comunque İnce – ancor più della Akşener, poco strutturata sul territorio – che si è imposto per incisività nello stile e innovazione nella proposta politica. Ha infatti saputo osare come nessun’altro esponente del CHP prima di lui (anzi, eclissando il leader Kılıçdaroğlu) sulla questione curda, che come nelle politiche ripetute del 2015 potrebbe rivelarsi numericamente determinante.

Il presidente in carica ha alzato i toni nei comizi e ha scatenato l’ennesima offensiva contro il PKK prendendo di mira direttamente il loro quartier generale in Iraq settentrionale e puntando tutto sul voto nazionalista; İnce è andato invece a visitare Demirtaş in carcere chiedendone la liberazione, soprattutto in un comizio a Diyarbakır ha promesso l’insegnamento in curdo e la ripresa del processo di pacificazione. Ha mostrato coraggio e fiuto. Se sarà ritenuto credibile, potrebbe aver già conquistato voti preziosi in caso di secondo turno.

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