L’Egitto ancora senza Parlamento

Da due anni privo di Parlamento, l’Egitto rischia di restare senza un potere legislativo ancora per un po’. Le elezioni previste per marzo che dovevano eleggere il Parlamento sono infatti destinate a slittare. Questo è quanto ha confermato il 3 marzo la Corte amministrativa del Cairo, che non lascia presagire strade alternative. Definendo come incostituzionale l’Articolo 3 della legge sulla divisione delle circoscrizioni, la Corte ha di fatto bocciato il regolamento elettorale che doveva essere usato  per il terzo e ultimo passaggio della road map indicata nel luglio 2013 dai militari, dopo la deposizione del Presidente islamista Mohamed Morsi.

Impegnandosi a rispettare le sentenze della Corte, la commissione elettorale che già da mesi era al lavoro per organizzare le imminenti elezioni si è pubblicamente impegnata a obbedire alla Magistratura, mostrandosi pronta a riprendere in mano in calendario per decidere una nuova data elettorale. Analoga la posizione del Presidente Abdel Fattah al-Sisi che in un comunicato ha però premuto il piede sull’acceleratore, chiedendo al governo di apportare gli emendamenti necessari nel giro di massimo un mese.

Su queste tempistiche restano però dubbi. Basteranno 30 giorni per mettere la pezza a un testo che è stato attaccato sin dalla sua genesi o serviranno – come si vocifera – almeno sei mesi? Quando lo scorso anno la legge era stata approvata per decreto numerose voci vi si erano opposte, puntando il dito soprattutto contro il sistema di ditribuzione dei seggi. Queste critiche erano confluite in tre ricorsi presentati davanti alla Corte Costituzionale. Il primo metteva in dubbio la costituzionalità della legge sui diritti politici, il secondo quella del regolamento per le elezioni parlamentari e l’ultimo – l’unico acettato dalla Corte – si concentrava sulla legge che definiva le circoscrizioni. Così come è scritta, la norma bocciata non garantirebbe infatti agli elettori delle diverse circoscrizioni un’equa rappresentanza: è l’aspetto che ha messo la legge in contraddizione con l’Articolo 102 della Costituzione che protegge invece questo basilare principio.

L’Egitto dovrà quindi aspettare un altro po’ prima di eleggere il suo organo legislativo, praticamente inesistente dal gennaio 2011. Dopo la caduta di Hosni Mubarak, il Consiglio Supremo delle Forze Armate decise infatti di dissolvere il Parlamento. Un nuovo Parlamento è stato poi eletto tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, ma nel giugno del 2012 la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale il regolamento elettorale con il quale si erano svolte le elezioni parlamentari, dissolvendo di fatto la Camera bassa e lasciando a quella Alta il compito di redigere un nuovo testo. Da allora in Egitto a legiferare è stato esclusivamente il potere esecutivo che si è servito dello strumento del decreto per arrivare anche alla stesura della nuova legge elettorale. A firmarla è stato Adly al-Mansour, il Presidente ad interim che ha traghettato l’Egitto nelle mani di Al-Sisi.

Come ben dimostrato da un progetto di monitoraggio del Tahrir Institute for Middle East Policy, da quando è diventato Capo dello Stato, l’ex Generale esercita non solo il potere esecutivo – come previsto dal suo mandato – ma anche quello legislativo che è ancora formalmente nelle mani di nessuno.

Questo spinge alcuni analisti a guardare con sospetto anche la recente sentenza della Corte Costituzionale. Posticipando ulteriormente il giorno in cui Al-Sisi dovrà confrontarsi con il potere dell’Assemblea legislativa, la Magistratura finirebbe per fare il gioco del Presidente. Se da una parte è chiaro che la sentenza della Corte non pone limiti precisi al ruolo di Al-Sisi, dall’altra è anche evidente che il pronunciamento della Corte rischia di mettere i bastoni tra le ruote al progetto di lifting cosmetico che da mesi il “nuovo” regime porta avanti, facendo il possibile per mostrare al mondo intero il suo volto democratico.

Il rispetto delle tempistiche della road map è stato infatti un pilastro della retorica che ha accompagnato Al-Sisi in tutti i suoi incontri internazionali, l’amo che il Presidente ha più volte gettato per convincere molti leader occidentali a partecipare all’imminente conferenza di Sharm el-Sheikh per la ripresa economica dell’Egitto.

Per evitare di perdere credibilità, il regime dirà ora che il rispetto della recente sentenza da parte delle autorità in carica mostra che la Magistratura egiziana è un potere realmente indipendente – cosa molto discutibile visti i continui verdetti che colpiscono l’opposizione al “nuovo” regime militare.

Retorica a parte, nei fatti il risultato non cambia. Se prima della sentenza il rischio era la creazione di un Parlamento acquiescente che si limitava a timbrare e avallare le decisioni del raìs, ora che nessun legislativo sarà eletto continuerà a mancare un formale contrappeso all’esecutivo.

Nulla di nuovo, se si osserva la sentenza in un’ottica storica. Questa è infatti in linea con il corso seguito dalla giurisprudenza egiziana. Pur con tempistiche molto più dilatate, già nel 1987 la Corte Costituzionale aveva dissolto con motivazioni simili il Parlamento eletto nel 1984, e nel 1990 quello insediatosi nel 1987. Lasciando ampi margini discrezionali al Presidente della Repubblica per dissolvere il Parlamento, anche l’ultima Costituzione segue questo sentiero. I costituenti che hanno redatto l’ultimo testo hanno infatti fatto il possibile per mantenere in piedi un sistema politico che, sin dagli anni Cinquanta, si basa sulla supremazia del Presidente. Ieri come oggi, le redini del potere politico sono nelle sue mani.

Visti nel loro complesso, gli eventi più recenti immortalano un Egitto privo di una genuina volontà politica per realizzare i cambiamenti auspicati da più parti. Un Paese dove manca un progetto reale per intraprendere le riforme che sarebbero necessarie ad evitare un semplice ritorno al passato.

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