Le ambizioni regionali dell’Etiopia dopo la guerra del Tigray

Nel 2022 gli Accordi di Pretoria hanno posto fine, almeno formalmente, alla guerra del Tigray (l’area nel Nord del Paese, e una delle sue dieci regioni), un conflitto scoppiato nel 2020 in un contesto di forte deterioramento dei rapporti tra il governo federale etiope e il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF). Lo scontro fu aggravato dalla decisione del primo ministro Abiy Ahmed di rinviare le elezioni a causa della pandemia da Covid-19.

Questa mossa fu interpretata dal TPLF come un tentativo di prolungare il mandato di Ahmed, al quale movimento reagì con elezioni locali e attacchi contro le basi governative nel nord del Paese. Il conflitto assunse in poco tempo una dimensione regionale, quando l’Eritrea (con cui il Tigray confina a Nord) decise di supportare Addis Abeba per l’ostilità nei confronti del TPLF. Dopo due anni di stallo, l’Unione Africana intervenne per mediare gli Accordi di Pretoria, chiudendo formalmente il conflitto ma lasciando irrisolte le tensioni interne e regionali.

 

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La guerra del Tigray ha avuto un profondo impatto sulla postura regionale etiope, amplificando e accelerando ambizioni già esistenti. Fino al conflitto del Tigray infatti, l’Etiopia, dopo l’insediamento di Ahmed nel 2018, si presentava come uno Stato democratico e riformatore, distaccato dal suo passato e determinato a mostrare la sua preminenza nel Corno. La guerra cambia le carte in tavola e l’Etiopia, per necessità esistenziale, cambia di conseguenza; la sicurezza nazionale diventa un pilastro fondamentale e il suo atteggiamento si fa più assertivo. Tale assertività si concretizza in due ambiti chiave, su cui Ahmed insiste: l’inaugurazione della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), la diga sul Nilo (vicino al confine con il Sudan) che consente all’Etiopia di incrementare la produzione nazionale di energia idroelettrica e di rafforzare la sua postura regionale, e la ricerca di uno sbocco sul mare, essenziale per consolidare il ruolo del Paese come potenza regionale.

 

Una questione di unità nazionale: la GERD e lo sbocco sul Mar Rosso

A settembre 2025, dopo quindici anni di lavori, è stata inaugurata la GERD, fondamentale per l’autonomia energetica del Paese. Mentre Addis Abeba ha celebrato l’evento come un’opportunità condivisa per la regione, i Paesi a valle del Nilo, Egitto e Sudan, hanno subito ribadito la preoccupazione sui rischi per la loro sicurezza idrica e accusando Addis Abeba di violare gli accordi che regolano il controllo e la gestione del fiume.

 

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L’inaugurazione della GERD chiude un lungo processo che ha preso avvio grazie al Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF), la coalizione che portò alla fine della dittatura del DERG nel 1991 e che rimase alla guida del governo fino al 2019. La coalizione vedeva nel progetto il modo per condurre l’Etiopia post-Menghistu sulla strada dello sviluppo economico e il suo maggior promotore, il leader Meles Zenawi, ne fece l’obiettivo strategico del suo mandato.

I lavori furono avviati ufficialmente nel 2011 ma, fin da subito, emersero tensioni con Egitto e Sudan sulle acque del Nilo (di cui l’Etiopia controlla il corso più meridionale prima che il fiume attraversi il Sudan e poi l’Egitto). Ci furono successivi tentativi di cooperazione e il primo risultato concreto, la Dichiarazione di Principi del 2015, avrebbe dovuto stabilire regole condivise per la gestione della diga. Tuttavia, l’Etiopia è stata più volte accusata di violazione della Dichiarazione, sia per l’avvio dei lavori sia per il riempimento progressivo del bacino, prima che fosse raggiunto un accordo definitivo. Egitto e Sudan, quindi, hanno sempre continuato ad evidenziare il problema dell’aspetto securitario, nello specifico le probabili carenze idriche derivanti dal riempimento non coordinato del bacino.

La GERD e il suo bacino

 

Tuttavia, occorre soffermarsi anche su un’altra dimensione, quella identitaria. Nella disputa irrisolta per il Nilo, infatti, l’Egitto teme di poter perdere anche la caratteristica che ha storicamente definito la sua identità nella regione, ovvero quella di ponte tra Africa e mondo arabo; ciò rientra nel più ampio dibattito della “africanizzazione” del Nilo, non in senso strettamente ideologico ma politico, come ridefinizione della governance del grande fiume.

D’altro canto, la sfera identitaria è altrettanto cruciale anche per Addis Abeba: la diga è divenuta un simbolo di unità nazionale, in un periodo storico in cui l’identità etiope vive una crisi; l’equilibrio tra gruppi etnici e unità statuale, che la stessa costituzione del 1994 aveva tentato di stabilizzare in chiave federale, è in bilico. L’inaugurazione della diga, quindi, si può leggere anche come l’affermazione delle ambizioni etiopi, nonostante la ricorrente instabilità interna.

Il timore dell’Egitto è fondato e spiega il tentativo del Cairo di rafforzare i legami con il Sudan, soprattutto tramite esercitazioni militari congiunte (come la Nile Eagles-1 nel novembre 2020 e Nile Eagles-2 nel marzo 2021), e accordi commerciali. Più in generale, la Nile Strategy egiziana mira a coinvolgere altri attori chiave della regione, tra cui Burundi, Kenya, Sud Sudan, Tanzania e Uganda, proprio nel tentativo di bilanciare l’assertività etiope.

 

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A complicare ulteriormente il quadro esiste anche un’altra ambizione centrale nella strategia etiope, quella di avere uno sbocco sul mare. L’Etiopia ha potuto contare sull’accesso diretto al Mar Rosso fino al 1993, quando l’Eritrea era ancora parte integrante del Paese e offriva i porti di Massaua e di Assab. Dopo l’indipendenza di Asmara, l’Etiopia si è appoggiata soprattutto al confinante porto di Gibuti ma, con l’insediamento di Aby Ahmed, il dibattito sulla necessità dell’accesso al Mar Rosso si è riacceso.

All’inizio del 2024 si è verificato uno dei momenti più critici per l’equilibrio della regione, quando Addis Abeba ha deciso di firmare un Memorandum con il Somaliland per l’accesso al porto di Berbera per i prossimi cinquanta anni e a venti chilometri di costa sul Golfo di Aden per fini commerciali, in cambio del possibile riconoscimento del Somaliland (attualmente privo di legittimità internazionale, avendo rapporti diplomatici ufficiali soltanto con Israele).

Questo ha incrinato i rapporti con Mogadiscio, che considera il territorio come parte integrante della Somalia; ha creato tensioni anche con l’Eritrea, per la destabilizzazione degli equilibri regionali, e con Gibuti, timorosa di vedere un indebolimento del suo ruolo centrale nel commercio etiope. Grazie alla mediazione turca, Addis Abeba e Mogadiscio stanno lavorando sulla normalizzazione dei loro rapporti, ma l’Etiopia non ha intenzione di abbandonare la sua ambizione e si concentrerà sulla salvaguardia dei propri interessi mentre sfrutterà il disgelo con la Somalia per allontanarla dall’Egitto e dall’Eritrea.

Il primo ministro etiope Aby Ahmed accolto dal presidente del Kenya in visita di stato (2024)

 

L’allineamento anti-Etiopia

L’assertività etiope ha stimolato la formazione di un allineamento tra Egitto, Sudan, Eritrea e Somalia, guidato soprattutto dal Cairo e da Asmara, a cui non sono mancati tentativi di consolidamento: Asmara, ad esempio, ha sfruttato la tensione tra Egitto ed Etiopia per la disputa del Nilo invitando il Cairo all’ incontro trilaterale con la Somalia, avvenuto nell’ottobre 2024, proprio per contenere le aspirazioni etiopi.

Questo tentativo di allineamento si scontra però con un limite strutturale: l’assenza di un vero asse unitario. Gli interessi dei singoli attori restano eterogenei, solo parzialmente convergenti, rendendo l’intesa fragile e reattiva, più che strategica; il Cairo tenta di sfruttare questa convergenza per esercitare pressione diplomatica su Addis Abeba e per avere il controllo sulla disputa riguardante la GERD; l’Eritrea mira ad impedire l’emergere dell’egemonia etiope, soprattutto dopo il raffreddamento delle relazioni, piuttosto che a costruire un fronte stabile. Il Sudan e la Somalia sembrano avere un’importanza “periferica”, poiché affrontano profonde crisi interne che limitano la possibilità di avere un peso nell’ allineamento anti-Etiopia.

L’attivismo egiziano è poi indebolito dagli interventi della Turchia, che gioca il ruolo di mediatrice riducendo l’influenza del Cairo, e degli Emirati Arabi Uniti che hanno interessi portuali e commerciali e contribuiscono a destabilizzare un fronte già poco coeso.

I tentativi di contenimento non frenano Addis Abeba, che non ha intenzione di retrocedere: la GERD e le ambizioni di accesso al mare sono ormai simboli di unità nazionale e leva geopolitica. Quello sbocco ancora non c’è, ma accordi logistici per il commercio continuando ad essere stretti. Attualmente, qualsiasi cedimento rischierebbe di minare la credibilità esterna del governo e la capacità di gestire le tensioni interne. L’Etiopia è determinata a confermarsi come la maggiore potenza del Corno, ma potrà farlo solo prevenendo il consolidamento di un vero asse anti-etiope.

 

 

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