L’altra realtà palestinese: Ramallah, la città diversa

Una sola città palestinese non fa paura agli israeliani: Ramallah. La capitale di quello Stato in fieri, con uno status ad oggi incerto che molti temono voglia rimpiazzare Israele. Non solo non fa paura: Ramallah è l’unica città di là dal Muro di cui gli israeliani sono curiosi, perché con i suoi mille bar e le sue mille luci, la sua vita h24, ricorda Tel Aviv. E in molti sfidano i divieti ed entrano comunque. Clandestini. In Israele ha fatto clamore il nuovo Icon Mall di Ramallah. Che tra i suoi marchi ha Armani. Non si è parlato d’altro anche tra i palestinesi, in realtà: per molti di loro però l’Icon Mall è un simbolo, sì, ma di una città che si è venduta l’anima. Che mentre Gaza è alla fame, si filma su TikTok davanti ai ristoranti del centro commerciale.

Se non fosse che il manager dell’Icon Mall si chiama Qassam Barghouti, figlio di Marwan, il “Mandela” palestinese in carcere in Israele sin dal 2002. Davvero è possibile accusarlo di ignorare l’Occupazione? Di non averla mai vissuta sulla propria pelle?

L’Icon Mall di Ramallah

 

In genere, Ramallah è liquidata sbrigativamente come la città dell’Autorità Palestinese. E cioè, per i critici, della collusione con Israele. In una Cisgiordania in cui tanti, ancora, dipendono dall’UNRWA, il 23% del bilancio del governo, qui, va a intelligence e polizia – in Europa, il dato equivalente è l’1,7%. In cambio, Mahmoud Abbas, già Primo ministro dell’Autorità Palestinese, e poi suo presidente dal 2005, ha avuto l’economia: in cui hanno un ruolo da protagonisti Yasser e Tareq Abbas: i suoi figli, ora milionari. Del suo stretto giro non si sa molto. Giusto quello che è filtrato nel 2016 dai Panama Papers. Perché nonostante non si voti dal 2006, e il mandato di Mahmoud Abbas, ormai 90enne, sia scaduto nel 2009, la comunità internazionale continua a sostenere l’Autorità Palestinese. Così com’è.

Il cosiddetto Piano Trump, quello da cui è partito il cessate-il-fuoco a Gaza, imporrebbe riforme, ma comunque minime: la revisione, e deradicalizzazione, dei libri di testo, e l’abolizione dei sussidi ai familiari dei prigionieri. Nient’altro. E quindi, per i palestinesi del resto della Cisgiordania, Ramallah, più che un’altra città, è un altro mondo. Con i prezzi di Roma. La concessionaria Friends Motors, che ha auto dai 60mila euro in su, ha un ordine ogni tre giorni anche adesso che, con la guerra, il PIL è crollato del 30%. A Ramallah, sul bus per Gerusalemme, che è a 13 chilometri, il biglietto si paga con la Rav-Kav: il tesserino verde della rete di trasporto israeliana, come fosse un suo sobborgo. In fondo, sulle mappe il Muro è elencato tra le attrazioni turistiche.

 

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Ramallah, in realtà, è in larga parte un’illusione ottica. Nonostante negli anni degli Accordi di Oslo i palestinesi abbiano avuto, pro capite, il maggior numero di aiuti internazionali al mondo, oggi l’Autorità Palestinese è a rischio fallimento: paga il 60% dei salari e il 30% dei fornitori. La vera ricchezza è per pochi: per la maggioranza dei palestinesi, il reddito si basa su prestiti e mutui. Il 90% degli acquisti è a rate. Con carte revolving. E cioè, con debiti coperti con nuovi debiti. E per avere un finanziamento, è richiesta la garanzia di due funzionari pubblici. Di due funzionari dell’Autorità Palestinese.

 

Ma davvero Ramallah è solo questo? Davvero la sua normalità è solo normalizzazione? Ramallah è la città dell’Autorità Palestinese, sì. La città in cui i conti non tornano. Con miliardi di dollari rubati o sprecati. O più semplicemente, svaniti. Ma è anche, da sempre, la città della sinistra liberale. E della cultura. L’unica città con librerie, cinema, teatri, concerti, gallerie d’arte. Viene descritta come cristiana, ma è mista, ed essenzialmente laica. E cosmopolita. Ha molti expat. E moltissimi palestinesi che hanno studiato e vissuto a lungo all’estero. Ramallah è liberale, prima che liberista. Attrae per questo, più che per gli Icon Mall. E per questo è sempre stata nel mirino dei conservatori, e cioè, degli islamisti: è la città in cui con lo za’atar, la spezia a base di origano e timo che qui si usa su tutto, si fa la birra Taybeh. All’apertura dell’Icon Mall, la prima critica non è stata in nome di Gaza: ma per delle ballerine troppo svestite.

L’individualismo di cui è accusata, spesso è solo libertà. La Cyber Crime Law, introdotta da Mahmoud Abbas nel 2017, vieta la diffusione di informazioni che minano “la sicurezza”, senza troppi dettagli: e qualifica come reato anche un like su una rete sociale. Con pene maggiori che per furto e stupro. Non parla nessuno, qui, il che rende difficile capire di più. Nella Cisgiordania, Fatah ha istituito un regime non meno autoritario di quello di Hamas a Gaza. Ma la Ramallah che tanti bollano come cinica e mercenaria è anche la città che in questi anni ha tentato di costruire la Palestina. Lo Stato di Palestina. Istituzioni, imprese, infrastrutture, servizi. Una Ramallah che sfida lo stereotipo per cui il vero palestinese è il palestinese con kefiah e fionda. Quello che nella sua tendopoli senza acqua né elettricità non ha più niente da perdere. Per tanti, il palestinese laureato a Oxford è come se fosse un po’ meno palestinese. Nonostante non sia un segreto: molti ventenni, moltissimi, si arruolano solo per avere uno stipendio.

Ramallah è l’unica città da cui i palestinesi non tentano di andare via. Qui l’ultima immagine di Yahya Sinwar, ricordate?, quella in cui ferito, con le sue ultime forze scaglia uno spezzone di legno contro il drone da cui è braccato, non è letta come la metafora di un uomo pronto a battersi contro Israele con qualsiasi mezzo, in qualsiasi condizione: ma come la follia di opporsi con le armi a una potenza nucleare. Come la prova della necessità di un’altra strategia.

 

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Perché Ramallah, è vero, è la città che non si unisce mai alle manifestazioni. Ma è una città senza resistenza, o forse una città che ha scelto una resistenza diversa in un momento in cui, senza dirigenza, senza elezioni, senza politica, senza neppure più uno spazio di confronto e discussione, ognuno qui non ha che se stesso? In fondo, Ramallah toglie a Israele l’arma più efficace della sua narrativa: l’idea che i palestinesi non siano capaci di governarsi. Se in un contesto così sono capaci di avere Armani, e essere normali, di cosa sarebbero capaci senza Occupazione?

Tutto intorno, la Cisgiordania è sotto l’assalto dei coloni, e Gaza è allo stremo. Ma in questi anni, chi ha costruito di più, per i palestinesi? E Israele, dove ha ottenuto più risultati? Nella liberale Ramallah, che ha lasciato vivere, o nella ribelle Jenin, che ha strangolato? Quale delle due è più pericolosa per gli israeliani?

 

 

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