È ormai trascorso oltre un anno dalle contestate elezioni del 26 ottobre 2024 in Georgia. All’indomani del voto, giudicato “compromesso” dagli osservatori della missione OSCE/ODIHR – che nel loro report finale hanno tracciato i contorni di una consultazione democraticamente svuotata, seppur formalmente ordinata – le opposizioni avevano annunciato il non riconoscimento dei risultati e il boicottaggio del Parlamento. Nella società civile, già stremata da una primavera di lotta, prevaleva una paralizzante miscela di sfiducia nei confronti dell’intera classe politica e di scetticismo sulle reali possibilità di ottenere nuove elezioni.
La deflagrazione è avvenuta soltanto un mese più tardi, quando le modeste proteste sulla regolarità del voto stavano già scemando. La dichiarazione del premier Irakli Kobakhidze sullo stop ai negoziati di adesione all’UE – un annuncio in totale contrasto non solo con quanto affermato in campagna elettorale dal suo partito, Sogno georgiano, ma con quasi un quarto di secolo di avvicinamento costante alle istituzioni euroatlantiche – ha innescato la reazione furibonda di una popolazione profondamente filoeuropea: una mobilitazione senza precedenti nella storia recente della repubblica caucasica, che non è tuttavia riuscita a tradursi in un cambiamento.
Oggi il Paese appare radicalmente mutato. Un ricorso alla Corte costituzionale mira alla messa al bando delle tre principali formazioni di opposizione, mentre diverse personalità del campo antigovernativo sono oggetto di seri procedimenti penali. Norme sempre più restrittive limitano le libertà di parola e associazione. Le imponenti proteste, che al loro apice avevano costituito una sfida autentica al potere di Sogno georgiano, saldo dal 2012, si sono progressivamente smorzate. Falciate dalla repressione e dalla stanchezza, si sono tramutate in una resistenza, quotidiana e risoluta, composta da poche centinaia di attivisti: una manciata di migliaia in occasione di dimostrazioni organizzate.
E mentre il partito di governo consolida la sua stretta sugli avversari politici e sulla società civile, è utile interrogarsi sulle cause di tale esito, spesso ricondotto a due soli fattori: l’ingerenza di Mosca e l’inerzia dell’Occidente. Entrambi colgono aspetti reali della crisi georgiana, ma non sono sufficienti a raccontarla nella sua integralità. L’attuale traiettoria del Paese è piuttosto il risultato di una convergenza di fattori, interni ed esterni, attraverso cui va letta la resilienza di Sogno georgiano. Questi elementi offrono, inoltre, indicazioni cruciali per valutare la sostenibilità, nel medio periodo, di un progetto autoritario.
Una democrazia incompiuta
La prima ragione è di natura strutturale. La rapida involuzione illiberale di Tbilisi ha esposto le fragilità di un sistema che non è riuscito a istituzionalizzare la democrazia, rivelandosi incapace di resistere a un esecutivo determinato a concentrare il potere. L’esperienza dell’UNM dell’ex presidente Mikheil Saakashvili, leader della Rivoluzione delle rose del 2003 che prometteva la costruzione di un autentico stato di diritto nell’ex Repubblica sovietica, ha visto il Paese progredire in modo sostanziale, modernizzarsi e aprirsi all’economia globale. Tuttavia, nonostante il ruolo centrale di Saakashvili nel processo di state building della Georgia indipendente, la sua gestione del potere è stata segnata da gravi violazioni dei diritti umani e da un marcato accentramento autoritario: un parlamento subordinato alla presidenza e una magistratura asservita non potevano garantire alcun effettivo bilanciamento istituzionale.
Nel 2010, con l’avvicinarsi della scadenza del secondo mandato, Saakashvili fa approvare una riforma costituzionale in senso parlamentare, funzionale a preparare la sua transizione alla carica di primo ministro. Ma nel 2012, anche sulla scia della rovinosa guerra con la Russia avvenuta quattro anni prima, a Tbilisi ha luogo il primo – finora ultimo – trasferimento di potere attraverso le urne. Vulnerabile e debilitato, “Misha” riconosce, obtorto collo, la sconfitta a favore della coalizione guidata dal miliardario Bidzina Ivanishvili, l’uomo più ricco del Paese, e dal suo Sogno georgiano, attorno a cui si erano radunate le principali forze di opposizione. Un passaggio che alimenta aspettative di progresso democratico. Le speranze si riveleranno illusorie: in pochi anni, la coalizione si disgrega e il sistema scivola nuovamente verso la familiare dinamica di predominio di unico partito, in cui una élite ristretta gestisce le istituzioni come strumenti del proprio potere.
L’attuale repressione va quindi letta come il prodotto di una avanzata “cattura istituzionale”, che ha consentito a Sogno georgiano di esercitare una capacità coercitiva diffusa e coordinata. Il controllo simultaneo di tutte le leve del potere ha permesso al partito di reprimere sistematicamente il dissenso, ovunque si sia manifestato. Innanzitutto, nelle strade, grazie a un corpo di polizia fedele e ben retribuito, impiegato per gestire la fase acuta delle proteste e, successivamente, per aumentarne il costo individuale attraverso pratiche intimidatorie selettive. Un Parlamento di fatto monocolore ha adottato un vasto dispositivo legislativo che sta logorando, per mezzo di multe elevate e brevi periodi di detenzione, quel che resta del movimento di piazza, demolendo al contempo la capacità operativa e finanziaria delle organizzazioni non governative. Il dominio sull’apparato amministrativo si è tradotto nell’epurazione di centinaia di funzionari non allineati. E l’assoggettamento della corti ha reso possibile la repressione legalizzata delle opposizioni politiche e civiche.
A ciò si somma l’impiego pervasivo dei media pubblici e filogovernativi, nonché del discorso istituzionale, per delegittimare le proteste, descritte come eversive e eterodirette. Malgrado permangano spazi informativi indipendenti, seppur sotto pressione, la loro capacità di influire è progressivamente erosa dall’asimmetria di risorse e accesso. Di più complessa lettura l’ondata di arresti che ha travolto diverse figure legate a Sogno georgiano, tra cui il due volte primo ministro (2013-2015 e 2021-2024) Irakli Garibashvili, condannato a cinque anni per riciclaggio. L’ipotesi di un consolidamento autoritario all’interno del partito stesso, esacerbato dalla necessità di serrare i ranghi in una fase rischiosa, appare tuttavia la più plausibile.
Un’opposizione fragile, un’Europa irresoluta
Un’altra causa va ricercata nella debolezza delle opposizioni. Frammentate, personalistiche e prive di un robusto radicamento sociale, troppo dipendenti, sul piano materiale e simbolico, dall’Occidente e intrappolate in una riduttiva dialettica “Russia contro Europa”, non sono state capaci di trasformare le proteste di massa in rivendicazioni politiche coerenti. La persistente rilevanza nel campo antigovernativo – sebbene dal carcere dove si trova, dal 2021, per reati legati al suo mandato – dell’assai divisivo Saakashvili, da un lato ha alimentato la polarizzazione interna, ostacolando la costruzione di un fronte unitario, e dall’altro ha fornito a Sogno georgiano un’arma potente per screditare l’intero spettro avversario (“l’UNM collettivo”).
Il boicottaggio del Parlamento, e poi delle elezioni municipali dello scorso ottobre, ha infine condannato le opposizioni all’irrilevanza, privandole di uno strumento essenziale per esercitare una pressione politica sostenuta. Senza fantasia, risorse economiche e leader carismatici, incapaci di replicare incisivamente alle narrative di Sogno georgiano, queste si sono in larga parte limitate a lavorare affinché Washington e Bruxelles intervenissero in aiuto. Tuttavia, la risposta dell’Occidente è stata tutto fuorché uniforme. Se da un lato gli USA, durante gli ultimi scampoli della presidenza Biden, hanno rotto gli indugi colpendo con sanzioni finanziarie lo stesso Bidzina Ivanishvili, e Londra ha di recente esteso la propria “lista nera” ai vertici della propaganda governativa, l’UE è rimasta invischiata nei propri meccanismi di unanimità.
Questo scollamento non ha solo indebolito la pressione diplomatica, permettendo a Tbilisi di giocare di sponda sulla frammentazione occidentale, ma ne ha eroso l’impatto strutturale. Senza l’allineamento di Bruxelles – primo partner commerciale della Georgia e principale orizzonte di integrazione del Paese – le misure di USA e UK non si sono tradotte in un costo sistemico né in una minaccia esistenziale per le reti di potere interne, consentendo a Sogno georgiano di presentare le sanzioni come iniziative circoscritte, politicamente motivate e non indicative di una frattura insanabile con l’Occidente. Il costo è rimasto gestibile, evitando quell’effetto di “élite panic” che avrebbe potuto rappresentare un fattore destabilizzante concreto.
Poco dopo l’insediamento di Mikheil Kavelashvili come presidente, l’Alto rappresentante per gli Affari esteri UE, Kaja Kallas, aveva proposto un piano di sanzioni mirate, bloccato dal veto di Ungheria e Slovacchia. Sarebbe però disonesto limitarsi a spiegare l’assenza di interventi con l’ostruzionismo di Budapest e Bratislava. Diversi Stati membri hanno esitato per timore di innescare una rottura irreversibile con un Paese già pericolosamente in bilico verso la sfera d’influenza russa. Nonostante condanne formali e richieste di trasparenza elettorale, l’UE si è astenuta dall’adottare misure coercitive. E mentre le opposizioni si illudevano su promesse ambigue di supporto, Sogno georgiano, facendo leva su risoluzioni del Parlamento di Strasburgo prive di conseguenze, e inopportune partecipazioni di rappresentanti dell’UE alle dimostrazioni su viale Rustaveli, rafforzava la narrativa secondo cui le proteste fossero spinte da attori stranieri, marginalizzando ulteriormente la resistenza interna. In mancanza di deterrenza, la finestra di opportunità si è progressivamente ridotta, irrobustendo la capacità del partito di governo di consolidare la propria presa sul potere.
Il fattore economico, il contesto internazionale e il ruolo della Russia
Altri due fattori hanno poi giocato a favore di Sogno georgiano: innanzitutto, una crescita economica sostenuta e costante dal 2021. Il rimbalzo post-pandemia si è sovrapposto, dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina, a un afflusso straordinario di capitali, persone e redditi provenienti dalla Russia, che ha prolungato e rafforzato la fase espansiva, incrementando consumi, investimenti e domanda di servizi. Nel 2024, il PIL georgiano è aumentato del 9,4%. Il Fondo Monetario Internazionale stima una crescita del 7,2% per l’anno appena terminato e del 5,3% per il 2026.
Malgrado restino disparità notevoli, barriere sociali e geografiche che ne limitano considerevolmente l’impatto sul benessere diffuso dei georgiani, il reddito medio è in aumento da anni. Così le proteste, innescate da motivazioni politiche, non sono riuscite a evolvere in un movimento di malcontento sociale. Pur non essendo, almeno all’inizio, confinate alla capitale (dove risiede quasi un terzo della popolazione), non hanno potuto coinvolgere gli abitanti delle regioni, dipendenti in larga misura dalla generosità del governo, che si tratti di assicurazione sanitaria, servizi sociali o impieghi amministrativi. Le aree rurali rappresentano una roccaforte per chi è al comando: un’eredità tramandata intatta con ogni cambio di potere.
Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca si è poi assistito al radicale depotenziamento degli strumenti di soft power di Washington: USAID e NED. Un processo che in Georgia ha inferto un colpo micidiale alle ONG e ai media indipendenti, principale argine alla deriva autoritaria. Per Sogno georgiano è stato un dono dal cielo, non solo perché ha prosciugato i fondi su cui questi attori contavano per la sopravvivenza, ma anche perché ha rafforzato la sua narrazione delle ONG come strumenti di illegittima ingerenza estera, contro cui si era già scagliato con la legge sugli “agenti stranieri”. In un contesto internazionale sempre più segnato dalla competizione tra grandi potenze e dallo sfaldamento del multilateralismo, Sogno georgiano risulta meno vulnerabile alle pressioni esterne in materia di democrazia e diritti umani, potendo articolare una narrativa pragmatica che rende sfumati i confini tra interesse nazionale e stabilità del regime.
Malgrado la riabilitazione sul palcoscenico globale (e la revoca delle sanzioni) che il partito si aspettava con il ritorno di Trump non si sia concretizzata, la sua scommessa su un indebolimento dell’Occidente come progetto politico fondato sui valori, giustificando così la necessità di Tbilisi di riposizionarsi nel nuovo ordine globale transazionale, parrebbe vinta. Tuttavia, è alto il rischio che questo quadro non veda emergere una Georgia più autonoma, ma più isolata e alla mercé di Mosca. La questione cruciale, osserva con acume Natalie Sabanadze, ambasciatrice di Tbilisi a Bruxelles tra il 2013 e il 2021, non è tanto se Sogno georgiano abbia previsto correttamente i mutamenti geopolitici, quanto se il Paese possa permettersi di avere ragione.
Dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022, Tbilisi non ha imposto sanzioni bilaterali alla Russia, pur aderendo formalmente a quelle occidentali. I legami commerciali con Mosca si sono irrobustiti, beneficiando dell’architettura economica emersa nel nuovo contesto regionale. Sogno georgiano è spesso accusato di essere un partito filorusso, ma una lettura in bianco e nero può risultare fuorviante. Nonostante non siano emerse prove di canali di dialogo diretti né tantomeno di un controllo esercitato dal Cremlino, è evidente che la Russia tragga beneficio dalle sue politiche. Al contempo, Tbilisi resta impossibilitata a ripristinare le relazioni diplomatiche a causa della perdurante presenza militare russa in due regioni separatiste georgiane, l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud: il riconoscimento della loro indipendenza da parte di Mosca, all’indomani del conflitto del 2008, resta un impedimento sostanziale a una piena normalizzazione.
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Ciononostante, il massiccio arrivo post-2022 di cittadini, di imprese e capitali russi, che ha determinato la recente espansione economica, sta mettendo radici nel Paese. E la crescente dipendenza della Georgia dalle importazioni energetiche russe costituisce un ulteriore indicatore di un avvicinamento sistemico difficile da invertire con il passare del tempo. Dal punto di vista russo, vi è tutto l’interesse affinché il riorientamento della Georgia diventi permanente, cementando strutture e narrazioni a tal punto che nemmeno un cambio ai vertici potrebbe riportare Tbilisi sulla via euroatlantica. In fin dei conti, poco importa se questo traguardo venga raggiunto grazie a una decisione deliberata della classe dirigente georgiana, o semplicemente perché la necessità di restare al potere di quest’ultima si traduce in una convergenza di interessi con il Cremlino.
Un “autoritarismo di equilibrio”
Seppur fiaccata, la società civile georgiana non è stata affatto addomesticata, costringendo il governo a un delicato equilibrio tra repressione e cautela, consapevole che misure troppo drastiche potrebbero riaccendere disordini di massa. E lo stesso è vero per i rapporti con Mosca, caratterizzati da un’ambiguità strategica. Sogno georgiano sostiene di non avere modificato il vettore di politica estera e di star lavorando affinché Tbilisi possa entrare nell’UE quando questa si sarà liberata dal “virus del fascismo liberale”, che minaccia i valori tradizionali, la fede ortodossa e l’identità nazionale della Georgia, accusando al tempo stesso Bruxelles di voler trascinare il Paese in guerra con la Russia. Il partito di governo si erge a unico garante di pace e stabilità, ma la percezione di uno scivolamento verso una subordinazione strategica a Mosca esporrebbe le crepe di questa narrazione, offendendo la sensibilità nazionalista di molti tra i suoi sostenitori. Un bilanciamento complesso, che impone stretti margini di manovra.
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Più che verso un regime filorusso, Tbilisi pare orientata in direzione di un “autoritarismo di equilibrio”, costretta a sopravvivere nel vuoto creato dalla rottura con l’Occidente senza poter però essere integrata pienamente nella sfera di Mosca: un sistema che si tiene in piedi grazie alla gestione opportunistica delle vulnerabilità interne e delle trasformazioni dell’ordine internazionale. Tale strategia presenta limiti strutturali. L’isolamento della Georgia da parte di UE e USA inizia a trovare un’eco anche sul piano regionale: Azerbaigian e Armenia guardano a Tbilisi con crescente diffidenza. E non può individuare un’adeguata compensazione né nell’apertura agli investimenti dei Paesi del Golfo e della Cina (una Georgia isolata dall’Occidente risulta inoltre molto meno appetibile) né nel rafforzamento dei legami con Mosca.
Priva di alleati affidabili e di un robusto consenso interno, Tbilisi resta in un limbo, profondamente esposta a scossoni interni ed esterni. L’economia, in particolare, drogata dall’afflusso di capitali russi, poggia su basi fragili: se i numeri del PIL brillano sulla carta, il motore dello sviluppo appare spento. E, malgrado l’avanzata cattura istituzionale e l’utilizzo crescente della coercizione, la Georgia resta uno Stato con meno di quattro milioni di abitanti, attraversato da reti sociali dense ed estese.
A differenza di regimi come, ad esempio, quello russo o bielorusso, il controllo non si fonda su un apparato di sicurezza separato e impersonale, né su una paura interiorizzata. Quella georgiana rimane una società ribelle ed emotiva, con una memoria politica puntellata da rivolte e lotte intestine che ne hanno scandito la storia moderna, rappresentando il freno ultimo contro le derive autoritarie. In questo senso, se la politica appare esaurita come processo, resta vivissima come evento. E a Tbilisi, puntualmente, gli eventi decidono il destino di poteri che si credono immobili.