Il 26 febbraio 2026, Friedrich Merz ha assistito a una dimostrazione di robot in Cina. Il fondatore di Unitree Robotics, il trentenne Wang Xingxing, ha allestito uno spettacolo di Kung-Fu con umanoidi: il cancelliere tedesco sedeva in prima fila con uno sguardo visibilmente ammirato. Come documentato anche dai media tedeschi, nella delegazione di imprenditori che l’hanno accompagnato si è diffuso un senso di allarme e di sorpresa.
Le immagini del Cancelliere, e le sue parole dopo la visita sull’entità della sfida cinese al cuore manifatturiero europeo, hanno rappresentato un’inversione strutturale rispetto all’inizio del secolo, quando l’industria tedesca portava in Cina la tecnologia come emblema del proprio vantaggio competitivo. Ora è la Germania a dover studiare la componentistica cinese e la sua logica organizzativa, per capire come restare rilevante nell’era della robotica e della physical AI (dimensione fisica dell’intelligenza artificiale).
La Germania e la crescente competitività cinese
Quest’asimmetria si riflette negli equilibri della bilancia commerciale tedesca, con la riduzione delle esportazioni della Germania verso la Cina e l’aumento del deficit commerciale verso Pechino. Ormai è condivisa, anche all’interno del dibattito tedesco, una diagnosi più diffusa negli Stati Uniti (avanzata da tempo, per esempio, da economisti come Brad Setser) del cosiddetto “secondo shock cinese”[1] che sta colpendo in modo crescente i motori economici della Germania, dall’automotive (il caso più noto) alle biotecnologie, passando per la meccanica e la chimica.
La risposta tedesca, anche per i vincoli commerciali tra la grande impresa della Germania e la filiera cinese, è finora sempre stata più timida di quella statunitense a seguito del Piano Made in China 2025 del 2015, se si eccettua una maggiore attenzione progressiva in materia di autorizzazioni degli investimenti esteri diretti, dopo il caso paradigmatico che ha coinvolto proprio il settore della robotica, con l’acquisizione di Kuka da parte del gruppo cinese Midea[2].
Dentro questo processo di lungo corso di indebolimento della competitività tedesca rispetto alla Cina, il caso Volkswagen è paradigmatico. Il gruppo ha dominato il mercato cinese per decenni con una quota superiore al 50%; nel 2025 i marchi cinesi sono invece giunti a controllare quasi il 70% del loro mercato interno. Nel tentativo di recuperare spazio, Volkswagen ha investito 3 miliardi di euro nel più grande centro di ricerca e sviluppo estero del gruppo, a Hefei, e ha annunciato il lancio di nuovi modelli elettrici sviluppati “in China, for China”, anche in collaborazione con Xpeng[3]. La nuova Volkswagen che rivendica apertamente la sua offerta “cinese” ha recuperato a inizio 2026 quote significative di mercato, ma il rimbalzo è stato reso possibile anche dalla scadenza delle esenzioni fiscali. La struttura del problema rimane, e la Germania sembra essere intrappolata: la competizione si gioca sempre più sull’intera catena del valore, dai chip alle batterie fino al software di guida autonoma, e su questi elementi il divario con i produttori cinesi si è ampliato a ogni aggiornamento tecnologico.
Un settore in cui lo shock cinese ha già lasciato ferite strutturali è la chimica. La Germania ospita l’industria chimica più grande d’Europa, che ha il suo centro propulsivo nell’enorme sede di BASF, azienda che coincide con parte della storia della chimica europea. Sulla geografia degli investimenti in questo settore, ha pesato nel recente passato il costo della regolamentazione ambientale europea e continua a pesare il costo dell’energia. Aziende come BASF non possono effettuare un reshoring complessivo verso l’Europa, perché la concentrazione delle strutture produttive del pianeta nell’Asia-Pacifico rende quel mercato troppo attraente: i loro investimenti in Cina continuano[4], e il peso del fattore geopolitico porterà, eventualmente, a un riequilibrio interno all’Asia, a meno che la manifattura europea non torni a essere trainante per la chimica. La traiettoria recente è stata analoga a quella dell’automotive: reinvestimento dei profitti cinesi in Cina, riduzione della base produttiva in Germania.
Un’altra particolarità della chimica è la sua posizione, spesso sottovalutata, nella filiera dei semiconduttori, cioè l’industria più importante del pianeta: i gruppi Merck KGaA e BASF sono anche fornitori di prodotti chimici per la produzione di chip. Berlino ha discusso l’introduzione di controlli sull’export di questi prodotti verso la Cina, in coordinamento con Washington, ma si pone sempre il problema della filiera con cui la struttura produttiva è stata organizzata: le stesse aziende tedesche hanno sussidiarie cinesi che producono localmente, rendendo i controlli all’esportazione parzialmente inefficaci o, in alcuni casi, controproducenti.
L’impatto profondo sulla sicurezza economica nazionale
Se analizziamo la posizione tedesca in termini di sicurezza economica, una debolezza da non sottovalutare riguarda l’incapacità strutturale di costruire scorte strategiche e catene di fornitura diversificate, nonostante le lezioni della pandemia e la promessa di una struttura industriale ed economica da ripensare sulla base della cosiddetta “resilienza”.
Se ragioniamo in termini industriali, dobbiamo considerare la sicurezza economica non solo come un insieme di regole e di provvedimenti, ma come un imperativo – costoso – di diversificazione, fondato sullo studio dell’evoluzione delle catene del valore.
A fine 2021 c’era già stata una dimostrazione di questo problema: dopo la riduzione della produzione cinese di magnesio, l’industria europea — che ha una forte dipendenza dalla Cina per questo metallo, indispensabile tra l’altro per le leghe di alluminio usate nelle scocche delle automobili — si trovò sull’orlo del blocco produttivo[5]. La crisi rientrò quando Pechino riprese la produzione, ma la dipendenza non è stata superata.
A fine 2025 si è visto uno schema su scala potenzialmente più vasta con la vicenda Nexperia: il governo olandese ha preso il controllo del produttore di semiconduttori, di proprietà cinese, invocando la sicurezza nazionale, e la Cina ha risposto bloccando le esportazioni dallo stabilimento di Dongguan. L’ACEA (associazione europea dei costruttori di automobili) ha comunicato che senza quei chip non potevano esserci i componenti necessari alle case automobilistiche[6]. Bosch ha ridotto le ore di lavoro nei propri stabilimenti; Honda ha stimato un impatto molto significativo sui propri utili; BMW e Mercedes erano potenzialmente esposti a impatti più forti nelle settimane successive.
Il modello just-in-time, che ha contribuito a rendere l’industria tedesca più efficiente, ha mostrato l’altro lato della medaglia: la vulnerabilità. La prospettiva che sconsigliava le scorte — il capitale immobilizzato, il rischio di obsolescenza — non aveva incorporato il rischio geopolitico e di interruzione brusca delle forniture, oltre che il rischio “cognitivo” di scarsa visibilità della supply chain.
Dopo il Covid, i documenti di strategia industriale tedesca ed europea avevano esplicitamente identificato questo problema, presente anche nella Strategia tedesca di sicurezza nazionale. A tale individuazione, come in altri ambiti, non sono seguite misure concrete, secondo un copione che caratterizza le politiche europee e degli Stati membri in questo secolo, e che continua a ripetersi. Il divario tra teoria e pratica, tra annuncio e realtà, che abbiamo sottolineato in questa serie di contributi nell’analisi del contesto francese[7], si ripete anche nella scala industriale ben più ampia del sistema tedesco.
Si può ovviamente sostenere che l’Europa debba usare i propri chokepoints in un’epoca di competizione sulla tecnologia e le catene del valore[8]. Per farlo, occorre avere una reale consapevolezza della loro composizione e dei loro vincoli. Colmare questo divario di conoscenza resta l’imperativo più urgente per la sicurezza economica europea.
I punti di forza della Germania
Se quelli sopra individuati sono alcuni elementi di debolezza della posizione tedesca, bisogna anche riconoscere che la Germania ha varato alcune misure per aumentare la sua competitività nelle filiere tecnologiche.
Consideriamo anzitutto la European Semiconductor Manufacturing Company di Dresda: una joint venture tra TSMC, Bosch, Infineon e NXP il cui cantiere è stato inaugurato il 20 agosto 2024[9]. La decisione del leader indiscusso di mercato, TSMC, di aprire una fabbrica in Europa resta importante, anche se l’investimento tedesco sui semiconduttori a livello complessivo è stato ridimensionato dal disimpegno sull’Europa di Intel, dopo che l’azienda statunitense in difficoltà aveva fatto leva soprattutto sulla Germania per il suo “shopping di sussidi” nel vecchio continente.
Il limite strutturale del progetto European Semiconductor Manufacturing Company è che gli stessi taiwanesi considerano l’Europa una destinazione meno attraente rispetto agli Stati Uniti e al Giappone, per i costi più elevati e per un ecosistema meno sviluppato, dove mancano clienti significativi soprattutto nei mercati legati al super-ciclo dell’intelligenza artificiale. Pertanto, l’investimento di TSMC è sempre a rischio di essere ridimensionato, o di non essere aumentato nel tempo, se non ci sarà una ripresa degli assi principali dell’industria europea: l’automotive e la robotica/automazione.
Allo stesso tempo, la Germania ha un ruolo di primo piano nella filiera tecnologica europea più all’avanguardia, quella dei fornitori di ASML, anzitutto attraverso i due partner fondamentali del gigante di Veldhoven, Trumpf e Zeiss, e in questi termini quello che abbiamo definito come “Effetto ASML” si ripercuote sul sistema industriale tedesco[10].
La Germania è al centro anche di un nuovo ciclo di investimenti sulle start-up di intelligenza artificiale e deep tech, in particolare defense tech. Helsing, fondata nel 2021 a Monaco, ha raccolto 450 milioni di euro in una Serie C nel luglio 2024 e 600 milioni in una Serie D nel giugno 2025, raggiungendo una valutazione di 12 miliardi di euro. Black Forest Labs, fondata a Friburgo nel 2024, ha raccolto 450 milioni di dollari in due anni con una valutazione di 3,25 miliardi. Black Semiconductor di Aquisgrana ha ottenuto 254 milioni di euro nel 2024 per tecnologie di interconnessione basate sul grafene.
Sul versante dell’infrastruttura digitale, una decisione importante è giunta da Schwarz Digits, divisione IT dello Schwarz Gruppe (Lidl, Kaufland), che il 17 novembre 2025 ha posato la prima pietra di un datacenter da 11 miliardi di euro a Lübbenau (Brandeburgo), sull’area di un ex impianto a carbone, con fino 100.000 GPU per addestramento di grandi modelli di intelligenza artificiale[11], con la disponibilità del primo modulo entro fine 2027. La struttura ha dietro un gruppo che gestisce 14.200 negozi in 32 paesi. Il modello Lidl, in questo senso, è un esempio lungimirante di sovranità tecnologica europea.
Sul fronte energetico, la Germania ospita alcune delle scommesse più ambiziose dell’ecosistema europeo della fusione nucleare. Proxima Fusion, spin-off del Max-Planck-Institut für Plasmaphysik fondato nel 2023, ha raccolto complessivamente 200 milioni di euro. Tra gli investitori è presente CDP Venture Capital[12] e il CEO, Francesco Sciortino, è italiano. Il governo federale tedesco ha stanziato nel 2025 oltre 2 miliardi di euro per la ricerca sulla fusione.
Scelte industriali e consenso
Ciò che questa sequenza di investimenti riflette è anche una base scientifica e tecnica che rimane solida nel panorama globale. L’opportunità di concretizzarla attraverso iniziative imprenditoriali dipende dalle nuove aperture del bilancio tedesco, raggiunte con un significativo e non scontato consenso politico. Ciò è avvenuto – non dobbiamo dimenticarlo – dopo una lunga stagione di contrazione e stagnazione della domanda interna e di dipendenza strutturale dalle esportazioni. Le scelte in politica interna tedesca e nella gestione delle istituzioni europee nell’era di Merkel e Schäuble hanno contribuito al declino europeo di questo secolo e alla “trappola” cinese in cui la Germania tuttora si trova.
Leggi anche: The “Made in Europe” principle and the future of EU industrial policy
Un altro rischio per la Germania risiede in una concorrenza eccessiva tra i nuovi progetti finanziati dal bilancio tedesco e ciò che già esiste nell’ecosistema europeo, con un rischio di dispersione e di conflittualità interna che potrebbe caratterizzare vari settori, tra cui aerospazio e difesa.
In sintesi, è ancora soprattutto in Germania che si stabilirà quanto l’Europa saprà, nel suo complesso, divenire un protagonista tangibile nella competizione tecnologica globale.
Note:
[1] Si veda a questo proposito: Sander Tordoir, Brad Setser “How German industry can survive the second China shock”, Center for European Reform, gennaio 2025.
[2] Per un approfondimento, si rimanda a Alessandro Aresu, “Predatori e prede: le acquisizioni cinesi in Europa”, Aspenia, n. 4, 2025.
[3] Si veda https://www.bgnes.com/economy/volkswagen-invests-3-billion-in-china
[4] Per esempio, “BASF Opens $11.6 Billion Chinese Site as Iran War Stokes Turmoil”, Bloomberg, 26 marzo 2026, https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-03-25/basf-opens-10-billion-chinese-site-as-iran-war-stokes-turmoil?embedded-checkout=true
[5] Si considerino i toni perentori del comunicato dei produttori automobilistici del 2021: https://www.acea.auto/files/2021-10-22-Cross-Industry-Statement_Magnesium-Supply-Crisis-in-Europe_FINAL.pdf
[6] Per il comunicato dei produttori automobilistici del 2025: https://www.acea.auto/press-release/critical-chip-shortage-worsens-by-the-day/
[7] https://aspeniaonline.it/il-paradosso-francese-e-la-sicurezza-economica-europea/
[8] Si veda a questo proposito Martin Sandbu, “It is time for Europe to weaponise its chokepoints”, Financial Times, 21 giugno 2026.
[9] Si veda https://www.eunews.it/en/2024/08/20/esmc-microchip-plant-breaks-ground-in-dresden-von-der-leyen-europe-is-an-innovation-powerhouse/
[10] Per un approfondimento, Alessandro Aresu, “Geopolitica di ASML”, 7 gennaio 2026, https://capitalismopolitico.substack.com/p/geopolitica-di-asml
[11] https://schwarz-digits.de/schwarz-digits-datacenter-luebbenau
[12] https://www.cdpventurecapital.it/it/news.page?contentId=COM51921