La svolta nella Difesa che trasforma la Germania

“I decenni della Pax Americana sono ampiamente finiti per noi in Europa e per noi in Germania. Non esiste più così come l’abbiamo conosciuta. E la nostalgia non aiuta… Ora dobbiamo perseguire anche i nostri interessi. E, cari amici, non siamo così deboli in questo senso, non siamo così piccoli”. Lo ha detto il cancelliere tedesco Friedrich Merz lo scorso dicembre, che poi ha anche spiegato che la Germania proverà innanzitutto ad aumentare il numero dei propri soldati con il sistema di leva volontaria, ma “se non riusciremo a farlo così velocemente come ne abbiamo bisogno, dovremo ancora discutere in questa legislatura di elementi obbligatori della leva, almeno per i giovani uomini”.

Due dichiarazioni che riassumono l’essenza delle evoluzioni politiche tedesche sul dossier militare. Da una parte, la Zeitenwende, la promessa svolta epocale degli investimenti nella difesa, avviata nel febbraio 2022 e fatta oggi di massicci finanziamenti nella spesa militare e di una possibile ristrutturazione industriale per creare la “più forte forza armata convenzionale in Europa”. Dall’altra parte, la consapevolezza che una riformulazione del rapporto tedesco con la difesa ha bisogno dell’impegno e della convinzione di corpi e menti, cioè di un sostegno maggioritario nella società, senza il quale qualsiasi svolta epocale finirà per naufragare.

 

I miliardi della Zeitenwende

Per il 2026, il ministero tedesco della Difesa potrà contare su investimenti superiori a 108 miliardi di euro. Negli anni successivi la cifra crescerà, fino a raggiungere 152 miliardi di euro per il solo 2029, cioè tre volte tanto quanto investito nel 2023. Nel 2029 potrebbe essere già centrato l’obiettivo NATO del 3,5% del PIL in spesa militare. Complessivamente, nei prossimi anni Berlino dovrebbe dedicare oltre 650 miliardi alla difesa, con un particolare focus sulla propria produzione interna. Spese che devono innanzitutto portare a un livello “normale” la prontezza e la preparazione difensive di un paese come la Germania, le cui forze armate restano carenti e arretrate. Berlino ha superato il traguardo del 2% del PIL solo nel 2024 e nella Bundeswehr permangono significativi problemi operativi, di materiale e di personale.

Fino a tre anni fa, la Germania stava continuando a scommettere fideisticamente sul pacifismo e sulle garanzie del multilateralismo (NATO anzitutto, cioè per definizione soprattutto il sostegno USA). Per Berlino, l’accelerazione geopolitica dal 2022 in poi è stato uno shock sistemico. L’appeasement con Mosca era stato portato avanti fino alle più estreme possibilità, ad esempio con la decisione, sotto Angela Merkel, di aumentare i rapporti di dipendenza energetica nonostante l’invasione russa della Crimea nel 2014. Ora, però, nei corridoi tedeschi riecheggia la previsione dei servizi d’intelligence secondo cui la Russia potrebbe essere in grado di attaccare un Paese Nato a partire dal 2029. Non si tratta di una certezza, ma soltanto di un’analisi previsionale sullo spettro delle possibilità. Ma nella strategia militare è proprio la possibilità a definire la creazione di contromisure. Nessuna nazione che punti a preservare sé stessa può ridursi a sperare nell’inattività dei propri potenziali antagonisti.

Adesso Berlino dice ai propri partner, con le parole del presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier lo scorso aprile: “una Germania scarsamente armata rappresenta oggi una minaccia maggiore per l’Europa rispetto a una Germania fortemente armata.” La stessa tenuta del legame transatlantico sembra ormai dipendere da quanto la Germania sia in grado di dimostrare il proprio impegno nel sottrarsi al marchio di “free rider” di Washington. A Berlino cresce la scommessa che più la Germania assumerà responsabilità all’interno della NATO, meno gli Stati Uniti saranno irritati e spinti ad abbandonare traumaticamente l’impegno atlantista in Europa.

 

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Al suo interno, il governo tedesco è tendenzialmente diviso tra la maggiore e convinta propensione al riarmo della CDU-CSU e le storiche prudenze delle correnti più di sinistra della SPD. Nel quadro delle attuali difficoltà produttive ed economiche tedesche, gli investimenti nella difesa vengono intanto proposti come nuova occasione per rafforzare e riformulare gli sforzi industriali, anche nel campo dell’innovazione tecnologica e nella produzione dual-use. “La separazione tra industria militare e civile non ha senso”, ha affermato il ministro tedesco della Difesa, Boris Pistorius a inizio dicembre.

Boris Pistorius su un carro armato Leopard 2.

 

Operazione Germania

I progetti direttamente militari sono rivolti sia alla produzione classica – munizioni, droni, armi per la fanteria – sia a quella più specializzata. La vertiginosa crescita negli ultimi tre anni dell’azienda d’armi tedesca Rheinmetall è considerata avanguardia emblematica di queste evoluzioni. Berlino sa di non dover investire solo su panzer o mezzi da combattimento, ma soprattutto sulla propria Luftwaffe, così come sulle capacità IAMD (Integrated Air-and-Missile Defense system). Significativo è il progetto integrato europeo European Sky Shield Initiative, così come l’acquisto tedesco del sistema israeliano-americano di missile anti-balistico Arrow 3.

Centrali nell’approccio agli investimenti sono analisi strategiche come quella del nuovo capo della Bundeswehr, il tenente generale Christian Freuding, che sostengono un profondo riorientamento delle forze terrestri, con particolare attenzione alla deterrenza prima ancora che al combattimento tradizionale e con l’obiettivo primario di impattare e scoraggiare il nemico da lunghe distanze. Per cercare di disinnescare uno dei mali più radicati del processo decisionale tedesco, il governo ha intanto implementato un’apposita “Legge sull’accelerazione della pianificazione e degli appalti” per le forze armate.

Sembra dunque emergere l’intenzione di trasferire sulla Zeitenwende militare quello slancio industriale con cui per decenni la Germania s aveva trionfato nell’export, ricavando grandi guadagni dalla globalizzazione. Tale dinamica potrà causare anche attriti con specifici partner europei. I ripetuti problemi nel progetto franco-tedesco-spagnolo FCAS (Future Combat Air System), riemersi proprio ora, sono un esempio di difficoltà bilaterali. Se la Francia, unica potenza nucleare dell’UE, resta pietra angolare della geometria di difesa in Europa, un volume così massiccio di investimenti militari convenzionali da parte tedesca potrà ulteriormente squilibrare il cosiddetto asse franco-tedesco – anche se per un altro verso i due apparati militari risulterebbero complementari, secondo una tesi che si sta rafforzando anche in ambienti militari.

 

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Per Berlino saranno anche fondamentali i progetti infrastrutturali. L’aspetto più importante dell’Operationsplan Deutschland in caso di invasione russa – ampiamente ripreso recentemente dal Wall Street Journal – non è militare, bensì logistico. Il piano mira a far funzionare al meglio la rete organizzativa della Germania nel suo ruolo di cruciale e irrinunciabile hub operativo della NATO, vista anche la sua posizione geografica.

Un F-35 in costruzione nella fabbrica Rheinmetall di Weeze, al confine con il Belgio.

 

I giovani tedeschi e il fattore umano

Non c’è esercito senza soldati e non c’è personale militare senza una società civile che condivida l’idea di addestrare  una parte significativa delle giovani generazioni alla guerra. L’aspetto più critico di questo “fattore umano” della Zeitenwende è l’arruolamento di soldati nella Bundeswehr. L’obiettivo di Berlino è passare dagli attuali 182.000 a 260.000 uomini e donne nel 2035, il tutto da compiere nel quadro già difficile della decrescita demografica tedesca.

Un secondo impegno è far salire i riservisti richiamabili da 60.000 a 200.000. Dopo mesi di discussioni, a novembre la maggioranza di governo CDU-CSU/SPD ha raggiunto un accordo per una nuova formula del servizio militare. Tutti i 18enni maschi tedeschi verranno chiamati per una visita medica di idoneità alle armi, anche se la Bundeswehr continuerà a contare soltanto sui volontari. Se mancherà un numero sufficiente di soldati volontari, al Bundestag verrà chiesto di prendere in considerazione altre opzioni, tra cui l’idea di un sistema di lotteria per un servizio obbligatorio (che attingerebbe tra i giovani già ritenuti idonei). Le donne non sono attualmente coinvolte nel modello, perché per farlo sarebbe necessario un modifica costituzionale con i due terzi dei voti parlamentari, un passaggio che l’attuale maggioranza non è in grado di permettersi, visto che dovrebbe affidarsi al sostegno esterno e non scontato dei Verdi, oppure a quello ancora più difficile della Linke o di AfD.

Il corpo sociale tedesco sembra reagire in maniera ambivalente alle accelerate mutazioni in termini di difesa, soprattutto per quanto riguarda la leva. Al momento, una maggioranza dei tedeschi è a favore di un reinserimento diretto della leva obbligatoria. Molti cittadini maschi tedeschi che hanno più di 30 anni hanno fatto il servizio militare obbligatorio, fino alla sua sospensione nel 2011, e sono ancora familiari con questo modello. Tuttavia, tra i tedeschi che oggi hanno tra i 16-29 anni, cioè proprio quelli che sarebbero ora interessati dal servizio militare, questo consenso non esiste: in controtendenza con il resto del Paese, la maggioranza dei cittadini in questa fascia d’età è infatti contraria alla reintroduzione della leva.

Nei giorni dopo la decisione dell’esecutivo sulla riforma del servizio militare, poi approvata in parlamento, migliaia di giovani sono scesi in piazza per protestare. C’è una questione di Weltanschauung: l’attuale generazione Z tedesca è ampiamente cresciuta e si è formata in un’ideale pacifista e nell’inimmaginabilità di essere coinvolta in un potenziale conflitto armato. “Gli ucraini dovevano arrendersi… io preferirei essere comandato da Putin in Germania piuttosto che trovarmi in guerra”, ha detto recentemente un 18enne in un’agitata trasmissione della tv pubblica tedesca.

Simili posizioni sembrano svilupparsi soprattutto nelle aree studentesche di sinistra, cioè quelle più vicine alla Linke e a una parte degli stessi socialdemocratici di governo. Le proteste si sono già intrecciate con altre posizioni dei settori militanti che si professano anti-imperialisti, anti-NATO e anti-colonialisti, seguendo il modello di quelle che furono le mobilitazioni del “Fridays for Future” sulle questioni ambientali. Resta difficile credere che questi segmenti possano, sul lungo periodo, contenere e affrontare interamente la complessità del dibattito sul dossier militare. Molte posizioni sul tema potranno modificarsi in futuro di fronte agli shock geopolitici in corso, come hanno dimostrato altri casi simili in Europa, ad esempio le veloci mutazioni nell’opinione pubblica svedese e finlandese rispetto all’ingresso nell’Alleanza Atlantica.

Una manifestazione di studenti contro le nuove leggi tedesche sulla leva.

 

L’ultradestra e la questione militare

In Germania è fondamentale considerare anche la posizione del più grande partito di opposizione, Alternative für Deutschland (AfD), che i sondaggi stimano in testa alle intenzioni di voto, e politicamente affine sia alla visione politica trumpista, sia all’idea di una distensione con la Russia di Vladimir Putin. Il partito è piuttosto spaccato sulla questione degli investimenti per la difesa e il ruolo dei giovani nella Bundeswehr.

La corrente maggioritaria di destra populista e Völkisch (etno-popolare) si oppone alla Zeitenwende e alle misure del governo, restando innanzitutto fedele alla propria posizione filo-russa. Il “pacifismo” di molti parlamentari di AfD appare principalmente come obbedienza ai dettami e alle necessità tattiche del Cremlino, oltre a radicarsi in una lunga tradizione anti-atlantista e anti-americana della destra radicale tedesca. Il leader della corrente di estrema destra nella stessa AfD, Björn Höcke, rifiuta il potenziamento della Bundeswehr dicendo che la Repubblica Federale non meriterebbe di essere protetta nei suoi fondamenti liberali, “woke” e nelle sue politiche d’immigrazione. “Prima che anche un solo giovane in questo Paese sia costretto a indossare nuovamente l’uniforme, questo Stato deve finalmente tornare ad essere uno Stato per i tedeschi”, ha tuonato Höcke.

Una posizione ai limiti dell’eversione, che non è però condivisa nella prassi da tutto il partito. Tra i segmenti con meno sudditanza rispetto a Mosca e tra una parte dei più giovani in AfD – in controtendenza rispetto agli orientamenti dei loro coetanei e in nome di un certo neo-occidentalismo filo-trumpiano – circola la convinzione che una Germania che investirà nuovamente sulla centralità della forza militare sia fisiologicamente destinata a spostarsi verso un’idea più conservatrice della nazione, e ad assorbire così anche valori e impostazioni di destra nazionalista.

 

Una trasformazione inevitabile

I dibattiti interni sulla difesa avranno un’importanza impossibile da sopravvalutare. La Zeitenwende è e sarà una svolta materiale e mentale, sia se verrà rifiutata sia se verrà implementata. Chi oggi a Berlino sostiene più convintamente il nuovo slancio militare punta a creare un modello di consenso sociale simile a quello finlandese – dove c’è la leva obbligatoria per tutti i maschi e volontaria per le donne, oltre a un sistema di forze armate professioniste integrato con centinaia di migliaia di riservisti e una società complessivamente inserita nelle strategie di difesa, il tutto per garantire un concetto di difesa territoriale totale dalle minacce esterne (kokonaismaanpuolustus in finlandese). Modello che però non sarebbe semplice da replicare in Germania, per motivi storici, pratici e culturali.

 

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I nemici del rilancio della Bundeswehr hanno intanto già iniziato a scatenare i mezzi di una guerra culturale per condizionare il dibattito nella società tedesca. Reinserire il soggetto militare negli equilibri istituzionali, industriali e sociali sarà una prova complessa per la Repubblica Federale. Comunque vada, la Germania ne emergerà trasformata.

 

 

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