La memoria persiana dell’Iran

[Pezzo pubblicato in settembre sul numero 3-2025 di Aspenia]

L’eredità culturale e la percezione di una memoria storica antica, costruita sul passato di un grande impero e di una grande civilizzazione, sono elementi ricorrenti della narrativa politica iraniana, sia precedente che successiva alla rivoluzione islamica del 1979. In particolar modo, tale memoria storica è stata fortemente rivitalizzata dal fondatore dell’ultima dinastia regnante, Reza Scià Pahlavi, salito al trono nel dicembre del 1925 dopo la deposizione dell’ultimo scià della dinastia Qajar, Ahmad.

 

IL NAZIONALISMO DELLO SCIÀ PAHLAVI. Reza Scià, già ufficiale comandante della brigata persiana dei cosacchi, non provenendo da una famiglia della nobiltà persiana, ed essendo il capostipite di una nuova dinastia senza alcun retaggio storico, avvertì immediatamente l’esigenza di creare una narrativa identitaria intorno alla quale costruire l’immagine del nuovo sovrano.

Assunse come nome della dinastia quella di Pahlavi, termine che indica la lingua ormai estinta dell’impero sassanide che governò il paese tra il III e il VII secolo: il palese obiettivo era quello di restaurare la memoria e la grandezza dell’impero achemenide. Una scelta non casuale, che richiamava al passato zoroastriano del paese e alla sua identità storica preislamica e che venne accompagnata anche dalla riscoperta e dall’impiego di un diffuso simbolismo di epoca achemenide nell’iconografia dei simboli ufficiali dello Stato.

Nel 1935, Reza Scià stabilì anche che il nome ufficiale del paese venisse mutato da Persia in Iran, sottraendolo alla tradizionale designazione occidentale legata a uno dei gruppi etnici del paese, i persiani appunto, e attribuendolo a una memoria collettiva più antica (il nome Iran era in uso almeno dal XI secolo a.C.), considerata come il ripristino di un’eredità storica nazionale indipendente. Mentre i persiani nell’interpretazione dello scià erano stati vittime della dominazione straniera e dell’imperialismo (almeno nell’ultima fase della loro lunga storia), l’Iran sarebbe invece risorto come libero e indipendente.

Non ultimo, affascinato dal processo di modernizzazione e laicizzazione dello Stato lanciato in Turchia da Mustafa Kemal Ataturk, Reza Scià ne seguì l’esempio attraverso un profondo programma di rilancio dell’economia, dell’istruzione e delle infrastrutture, veicolandoli attraverso l’immagine del riscatto nazionale.

Reza Scià fu tuttavia costretto ad abdicare da inglesi e sovietici nel settembre del 1941 a favore del figlio Mohammad Reza. Questi ne seguì comunque la tradizione modernizzatrice e nazionalista, continuando a perseguire l’obiettivo di una nuova identità storica di memoria imperiale per il paese.

Divenuto di fatto un monarca assoluto in conseguenza delle intense vicende politiche che interessarono l’Iran dal 1941 al 1953 con un forte appoggio esterno prima britannico e poi soprattutto americano, il nuovo scià Mohammad Reza Pahlavi beneficiò degli ingenti proventi dell’industria petrolifera e lanciò un progetto di modernizzazione e industrializzazione del paese, con l’ambizione di raggiungere gli standard economici occidentali entro pochi decenni e conferire all’Iran lo status di potenza regionale.

Gli anni della bonanza petrolifera che precedettero il cosiddetto “shock petrolifero” del 1973 furono caratterizzati in Iran da un intenso programma di riorganizzazione dell’economia, della cultura, della difesa e della politica estera del paese, con l’impiego di ingenti risorse economiche per consentire una modernizzazione forzata dell’industria ma anche del costume.

In tale contesto, anche per il nuovo scià si pose l’esigenza di creare una narrativa e una mistica di memoria imperiale capace di attribuire al ruolo del sovrano un retaggio storico plurimillenario, nella continuità di un ruolo della monarchia iraniana che veniva in tal modo a collegare la dinastia Pahlavi direttamente con l’impero achemenide di Ciro il Grande, Dario e Serse.

Questa esigenza trovò pratica manifestazione nella sontuosa cerimonia di autoincoronazione che si tenne a Teheran nell’antico palazzo reale del Golestan il 26 ottobre del 1967, e poi ancora nelle celebrazioni per i 2.500 anni dell’impero persiano tenutesi a Persepolis dal 12 al 16 ottobre del 1971.

 

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Due cerimonie, tuttavia, i cui effetti non produssero i risultati auspicati dal monarca. Mentre lo scià le aveva concepite e organizzate con l’intento di guadagnare l’ammirazione e il rispetto della comunità internazionale, trasferendo al tempo stesso alla popolazione iraniana l’orgoglio di una rinnovata memoria nazionale, la percezione estera di questi eventi fu quella di una patetica smania di grandeur (sebbene il decisivo appoggio americano proseguì ancora fino ai tardi anni Settanta), mentre sul piano interno vennero ampiamente criticati come un inutile spreco di risorse pubbliche.

La vocazione ancestrale dello scià e il richiamo ai fasti di un periodo dominato dal ruolo della religione zoroastriana, unitamente al processo di modernizzazione del paese e di secolarizzazione del costume, si scontrò progressivamente con le frange più radicali del tessuto clericale sciita, che al contrario insistevano, in modo sempre più netto, sulla valorizzazione dell’identità islamica della tradizione iraniana.

Questo scontro venne esacerbato dalle dinamiche della rivoluzione del 1978-1979, culminate poi nella caduta della monarchia e l’instaurazione di una Repubblica islamica fortemente motivata a eradicare ogni elemento della narrativa imperiale promossa dallo scià, e caratterizzata nelle sue frange più estreme da posizioni iconoclaste.

Reza Scià Pahlavi in un dipinto di Samuel Johnson Woolf del 1938

 

LA FASE RIVOLUZIONARIA, TRA ASPIRAZIONI ED EREDITÀ STORICA. I primi anni del rigore rivoluzionario, gravati anche dall’inizio di un sanguinoso conflitto di otto anni con il vicino Iraq, furono caratterizzati dall’esigenza di imprimere nella coscienza degli iraniani una nuova identità storica, plasmata sui valori dell’Islam e costruita intorno alla sua storia, che ben presto cercò di abbandonare ogni riferimento alla tradizione del passato achemenide per concentrarsi invece sulla tradizione religiosa e sui martiri dello sciismo.

Ancora una volta, tuttavia, come già accaduto a più riprese nella storia del paese, il retaggio delle storiche tradizioni iraniane sopravvisse e finì per dominare la narrativa delle nuove élite del potere.

In tal senso, l’eredità storica era in effetti complessa e ambigua – come spesso accade per le radici “identitarie” degli Stati-nazione. Nel VII secolo d.C. l’Iran fu conquistato dagli arabi, che imposero progressivamente la religione islamica. Mentre il sunnismo ha rappresentato la principale confessione islamica del paese dal VII al XV secolo, l’avvento della dinastia Safavide e la decisione di adottare lo sciismo come religione ufficiale trasformò ancora una volta profondamente l’identità nazionale.

Sebbene ormai ridotto a una percentuale di seguaci irrisoria, lo zoroastrismo non svanì tuttavia con l’espansione dell’islamizzazione, sopravvivendo nella memoria ancestrale delle tradizioni iraniane, nelle festività, nelle ricorrenze e nelle manifestazioni che la religione islamica cercò poi di fare sue.

In tal modo è possibile affermare che un’identità iraniana profonda non solo esiste ed è sopravvissuta a secoli di evoluzioni storiche anche traumatiche, ma anche che questa continui a caratterizzare la cultura e il pensiero della società, a plasmarne la moderna identità e soprattutto a differenziarla etnicamente da quella degli arabi – perfino nel contesto peculiare dei primi anni post rivoluzione.

Più complesso, invece, stabilire se questa identità presenti caratteristiche di stampo compiutamente “imperiale”, e quindi sia parte di un patrimonio immateriale collettivo che guarda alla tradizione iraniana come egemonica, assertiva ed espansiva. Non esiste una risposta univoca a una domanda così posta.

Mentre il carattere storico della tradizione iraniana è stato certamente dominato da una visione espansionistica connessa alla volontà di ampliare i confini dell’impero, soprattutto in epoca achemenide e sasanide, e poi ancora dal XVI al XVIII secolo sotto la dinastia safavide, la successiva storia del paese è stata caratterizzata da un progressivo declino, da vaste riduzioni territoriali e dalla dominazione sempre più invasiva da parte di potenze esterne.

Questo processo ha condotto alla definizione degli attuali confini dell’Iran e alla perdita di numerose aree di tradizione, lingua e cultura iraniane, che tuttavia non sono ormai da secoli oggetto di rivendicazioni, sebbene il paese ne riconosca e ne salvaguardi la percezione storica.

Tra il XVIII e il XX secolo l’Iran ha vissuto una lunga fase di crisi e declino, in particolar modo nel periodo della dinastia dei Qajar, e nemmeno il tentativo della dinastia Pahlavi di ripristinare l’autorità politica del sovrano e la sua indipendenza rispetto all’influenza e al dominio straniero si è tradotto in nuove ambizioni di espansione territoriale e riconquista degli spazi storicamente iraniani.

Le principali iniziative identitarie dell’Iran si sono in tal modo limitate alla difesa della toponomastica storica, come nel caso della strenua difesa del nome del Golfo Persico rispetto al tentativo arabo di rinominarlo Golfo Arabico, e in più limitate azioni a difesa della nazionalità iraniana di poeti, artisti, scienziati e pensatori illustri.

L’unico episodio della storia contemporanea nel quale l’Iran ha adottato una visione espansionista e aggressiva della propria politica estera è stato quello connesso alla controversa annessione delle isole di Abu Musa e Tunb, conquistate nel novembre del 1971 nel momento in cui vennero abbandonate dalle forze inglesi e pochi giorni prima della formazione degli Emirati Arabi Uniti, che le hanno da allora sempre reclamate.

L’instaurazione della Repubblica islamica è stata certamente caratterizzata da una breve e fallimentare fase che, se non espansionista, può essere certamente definita come internazionalista. L’ayatollah Khomeini, detentore di un potere pressoché assoluto dopo aver dominato un processo rivoluzionario inizialmente costituito da una pluralità di componenti ideologiche, tra le quali quelle nazionaliste e marxiste, sostenne in effetti di voler “esportare” la rivoluzione islamica al di fuori dei confini iraniani, alimentando i timori soprattutto dei vicini arabi.

 

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L’esportazione della rivoluzione è tuttavia rimasta un concetto astratto, irrealizzabile nella pratica anche e soprattutto all’interno della sfera delle stesse comunità sciite della regione, dove la declinazione politica imposta dalla Repubblica islamica ha determinato sin dall’inizio una decisa resistenza tra i vertici del clero sciita.

L’emergere del conflitto con l’Iraq, durato dal 1980 al 1988, ha poi definitivamente cancellato ogni ambizione di esportazione della rivoluzione islamica, imponendo al contrario al paese una politica emergenziale atta a fronteggiare una minaccia esistenziale. Con la morte dell’ayatollah Khomeini, nel 1989, l’Iran ha inoltre subito una profonda ristrutturazione dell’originale impianto istituzionale della Repubblica islamica, transitando in direzione di un modello meno assolutista e più partecipativo, non prettamente democratico ma allo stesso tempo non più dominato dal ruolo apicale assoluto della Guida suprema, che – pur mantenendo l’ultima istanza decisionale – assunse al contrario una funzione di moderazione e compensazione dell’eterogeneo e sempre più polarizzato contesto politico iraniano.

Un soldato iraniano sorveglia prigionieri iracheni nel 1987

 

LA SECONDA GENERAZIONE NELLA REPUBBLICA ISLAMICA E LA PROIEZIONE ESTERNA. La definizione e lo sviluppo del sistema del cosiddetto “asse della resistenza”, e quindi del complesso di alleanze regionali che nel corso degli ultimi tre decenni hanno legato l’Iran all’Hezbollah libanese, al regime siriano del deposto Bashar al-Asad, alle milizie sciite irachene e, in misura diversa, a Hamas e agli Houthi dello Yemen del nord, è stato spesso considerato dai paesi della regione come la manifestazione di una chiara attitudine espansiva della visione e della strategia iraniane. Una manifestazione che è stata più volte attribuita a una visione di carattere imperiale della politica di Teheran, finalizzata alla riconquista di spazi geografici storicamente considerati come parte della propria sfera di influenza esclusiva.

La definizione del cosiddetto “asse della resistenza”, tuttavia, deve essere individuata nell’ambito di un percorso di diversa natura, che affonda le sue radici nel traumatico ricordo dell’esperienza bellica contro l’Iraq, che, nella percezione dell’Iran postrivoluzionario, viene considerato un conflitto non già contro il solo regime di Saddam Hussein quanto piuttosto con l’intera comunità internazionale che lo ha sostenuto e armato. Intanto, il termine stesso è controverso: secondo alcuni autori non è nemmeno stato coniato dai suoi aderenti, quanto piuttosto da un giornalista libico che in un articolo del 2022 lo utilizzò per ridefinire quello che il presidente americano George W. Bush aveva chiamato “asse del male”. Ciononostante, l’Iran prima e i suoi alleati poi, si riferirono con sempre maggiore frequenza al proprio sodalizio utilizzando il nome di “asse della resistenza”, formalizzandone in qualche modo l’adozione.

L’invasione iniziale del suolo iraniano per mano irachena, la percezione di una minaccia esistenziale alla recente esperienza rivoluzionaria e la successiva fase di conflitto che ha colpito tanto il cuore dei centri abitati iraniani quanto i suoi interessi economici più vitali nell’area del Golfo Persico, hanno determinato l’esigenza postbellica (il conflitto si chiude nel 1988 con centinaia di migliaia di morti da parte iraniana) di rivedere la complessiva strategia difensiva del paese attraverso due assi primari.

Il primo è quello strategico, costruito sul presupposto di una dottrina nota come “difesa avanzata”, capace quindi di impedire in futuro la possibilità di un ulteriore conflitto lungo i confini diretti del paese, attraverso la creazione di un sistema di difesa e deterrenza comune strutturato sull’alleanza con attori regionali compatibili. Il secondo è invece quello logistico, che ha portato allo sviluppo di un articolato sistema industriale della difesa, capace di sopperire alle esigenze operative dell’Iran mitigando gli effetti delle sanzioni e del cessato rapporto con gli Stati Uniti.

La definizione di questa nuova visione strategica, tuttavia, non è stata costruita su presupposti configurabili come espansionistici, quanto piuttosto come strumento di deterrenza e difesa capace di sopperire alla scomoda posizione derivante dall’isolamento dell’Iran postrivoluzionario.

Non quindi espressione di una visione “imperiale”, quanto piuttosto del tradizionale pragmatismo politico e strategico che ha tradizionalmente caratterizzato la postura della politica iraniana, soprattutto nel corso degli oltre quattro decenni di storia della Repubblica islamica.

In questo pragmatismo, peraltro, terminati i rigori del primo decennio successivo alla rivoluzione, le autorità clericali hanno riconsiderato il proposito di riscrivere un’identità iraniana imperniata sul predominio dei valori religiosi: è stata di fatto accettata una commistione e una convivenza tanto di questi quanto di quelli preesistenti, in tal modo miscelando la tradizione nazionalista dei fasti dell’impero persiano con la mistica dello sciismo e del culto del martirio espressi dalla memoria islamista.

Le stesse autorità della Repubblica islamica hanno quindi sempre più di sovente fatto ricorso all’eredità storica di una grande civilizzazione, per sostenere le prerogative della politica estera iraniana e la sua compatibilità con sistemi equivalenti. Una narrativa fortemente imperniata sulla volontà di distanziare il sistema iraniano da quello dei vicini arabi, considerati privi della profondità storica e culturale dell’Iran.

 

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Una concezione, quindi, che è certamente caratterizzata da una memoria imperiale, ma che non si proietta oggi nel definire un ampliamento dello spazio iraniano, quanto piuttosto nell’astrarre l’Iran dal contesto regionale in cui si inserisce, ponendolo a diretto confronto con sistemi considerati equivalenti e compatibili, come quelli dei paesi europei, mediterranei e asiatici eredi delle grandi civilizzazioni del passato.

L’Ayatollah Ali Khamenei si rivolge alla folla durante le celebrazioni del 45° anniversario della Repubblica Islamica (2024)

 

LE GIOVANI GENERAZIONI. Un elemento identitario più recente, infine, è quello scaturito dal rapporto tra la diaspora iraniana e il paese d’origine. All’interno della vasta comunità iraniana residente all’estero, soprattutto in nord America e in Europa e costituita originariamente in larga misura da coloro che hanno lasciato il paese durante o subito dopo la rivoluzione islamica, è presente oggi una seconda e una terza generazione di “expats” che, pur sentendosi orgogliosamente iraniani, non hanno più alcun effettivo legame con il paese d’origine.

All’interno di queste generazioni più giovani, complici le più recenti vicende interne al paese, sono emerse forme di attivismo finalizzate a promuovere la democratizzazione dell’Iran e la cessazione del rigore imposto dal sistema teocratico, dando vita a un’ampia quanto eterogenea e polarizzata comunità, impegnata spesso tuttavia più nel contrasto alle formazioni antagoniste della diaspora che non alla Repubblica islamica.

Complice il pervasivo controllo securitario esercitato dai vertici della Repubblica islamica, scarse sono le connessioni dirette tra l’attivismo della diaspora e quello interno al paese, che, in più occasioni, non ha lesinato critiche ai primi accusandoli di non essere rappresentativi della reale dimensione del fermento culturale e ideologico delle più giovani generazioni iraniane.

Nel definire i propri riferimenti ideologici, gli attivisti più giovani della società iraniana hanno da tempo cercato modelli di riferimento che li distanziassero tanto dall’esperienza rivoluzionaria della prima generazione quanto da quella dell’epica bellica della seconda, riscoprendo in modo sempre più pervasivo un’identità costruita sulla memoria imperiale storica dell’Iran, rigorosamente declinandola nella tradizione preislamica.

Anche i gruppi dell’attivismo della diaspora hanno fortemente imperniato sul nazionalismo e sulla memoria dell’antica civilizzazione la costruzione della loro identità ideologica, assumendo tuttavia nel più recente passato un connotato particolare e per certi versi paradossale.

Sempre più frequente, all’interno di questa comunità, è il riferimento all’autoidentificazione di sé stessi come persiani, e non già come iraniani, abbinando il significato di iraniano a un implicito riconoscimento di appartenenza alla Repubblica islamica.

Un paradosso, in termini generali, perché, pur rifacendosi al nazionalismo e all’identità storica del paese, attraverso il ricorso all’identità persiana in realtà si nega non solo la reale matrice storica del paese ma anche quel patrimonio collettivo del pluralismo etnico iraniano che è alla base dei valori stessi del nazionalismo.

Una memoria imperiale e la percezione di un’identità storica che affonda le sue radici nella lunga tradizione della civilizzazione sorta con i fasti dell’impero persiano, è certamente presente nell’immaginario collettivo dell’odierno Iran. Si tratta tuttavia di una riscoperta moderna, avviata poco più di un secolo fa con l’inizio della dinastia Pahlavi e sopravvissuta con alcuni innesti di carattere confessionale all’indomani della rivoluzione islamica, dando corpo a un sentimento di identità nazionale che si è tuttavia strutturato più nella differenziazione dal contesto arabo che non in una effettiva ambizione di riconquista dello spazio geografico iraniano.

La memoria imperiale odierna, in tal modo, non presenta i tratti tipici di un nazionalismo che intende promuovere l’espansione di una dimensione geografica ormai consolidata e accettata, quanto piuttosto quelli di difesa di un’identità percepita da lungo tempo come minacciata e ubicata in un contesto geografico dove l’Iran rappresenta di fatto di un elemento esogeno rispetto al più vasto mondo arabo, di cui il paese non è parte.

I tratti generali di questa identità sono apparsi in parte mutevoli nel corso del tempo, sebbene nel solco di un tradizione storica che non sembra avere subito particolari alterazioni nella sua natura, cercando – spesso a fatica – di costruire un ponte di continuità tra l’eredità ancestrale dell’impero persiano e le complesse vicende che hanno caratterizzato la storia del paese: dalla conquista araba, all’islamizzazione, per transitare poi attraverso il declino, l’ambizione di un riscatto, la rivoluzione e infine la marginalizzazione imposta dalle più recenti dinamiche politiche postrivoluzionarie.

 

 

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