Si arenano, ancora una volta, i piani per intavolare una qualche sorta di accordo di pace per la Repubblica Democratica del Congo (RDC). Il ritiro dell’Alliance Flueve Congo, braccio politico del gruppo armato Mouvement du 23 mars (M23), da quelli che, il 18 marzo, a Luanda, in Angola, avrebbero potuto essere i primi negoziati diretti con il governo di Kinshasa, segna un pesantissimo punto interrogativo sul futuro del paese e dell’intera regione africana dei Grandi Laghi.
A far saltare il tavolo, oltre che “la campagna guerrafondaia” portata avanti dalla coalizione congolese, sarebbe stato l’impegno profuso da “alcune istituzioni internazionali” per “sabotare deliberatamente ogni sforzo di pace”, come dichiarato dal portavoce della compagine antigovernativa, Lawrenxe Kanyuka.
Il riferimento è alle sanzioni a diversi leader storici del Movimento (come anche a funzionari politici e militari ruandesi) annunciate dall’Unione Europea alla vigilia del vertice, programmato dopo che la presidenza congolese era stata costretta, dalla debacle nel Kivu, a rivedere la politica di non dialogo con il “gruppo terroristico” che aveva mandato in stallo le trattative con il Ruanda lo scorso dicembre.
“Colloqui diventati impraticabili” è la linea sostenuta dai ribelli, sordi anche all’appello per un “cessate il fuoco immediato e incondizionato” chiesto a mezzo di una dichiarazione congiunta del presidente congolese Fèlix Tshisekedi e dell’omologo ruandese Paul Kagame all’esito del primo incontro da gennaio, tenutosi a sorpresa su mediazione qatarina sempre quel 18 marzo.
Bastano la conquista del polo minerario di Walikale, che all’indomani ha mosso l’offensiva più a ovest che mai, e la promessa di marciare su Kinshasa, a sigillare la posizione del gruppo rispetto alla diplomazia accusata di muoversi senza considerare le rimostranze dei ribelli: nulla di fatto.
E allora i timori per una nuova guerra totale si fanno sempre più consistenti. Il conflitto a Est dell’ex Zaire ha infatti raggiunto livelli mai visti da decenni, e una profonda crisi umanitaria e geopolitica già coinvolge e travolge troppi eserciti e popoli.
Trent’anni di conflitti interconnessi
Quella iniziata lo scorso gennaio con la capitolazione di Goma e, in una successione rapidissima, persino di Bakavu, è solo l’ultima battuta di un complesso intreccio di conflitti che infuocano la regione orientale della RDC, praticamente senza soluzione di continuità, da almeno trent’anni. È una guerra civile, ma è molto di più.
Ci sono di mezzo le radicate questioni identitarie, che sull’onda lunga del genocidio ruandese del ’94 ancora soffiano sulle insanate rivalità tra il gruppo etnico hutu e quello tutsi, minoritario nel paese come anche nella più ampia cornice regionale e che si esprime negli insorti congolesi dell’M23 e nella governance ruandese di Kagame.
Ci sono poi le gravi fragilità politiche e istituzionali tutte interne alla RDC, stretta nella morsa di un processo democratico che fatica a liberarsi da un sistema di corruzione endemico e resta fortemente intriso di un modello di limitazione dei diritti fondamentali della popolazione di coloniale e autocratica memoria.
Ci sono, soprattutto, gli ingenti interessi economici e politici che gravano su un territorio estremamente ricco di risorse naturali dall’enorme portata geostrategica (tra il 60 e l’80% delle riserve globali di cobalto insistono sul Kivu, per dirne una) che certo non disgustano potenze regionali e internazionali.
È così che la RDC, tanto vasta da far parte tanto del blocco dell’Africa orientale quanto di quello meridionale, si fa importante scacchiere per il gioco della continua ridefinizione degli equilibri interafricani. È una lunga storia di insorgenze locali e ingombranti ingerenze esterne, punteggiata di crimini e crisi in eterno ritorno.
Andiamo per ordine. Fu la riorganizzazione in milizie degli hutu ruandesi oltranzisti che avevano attraversato il confine congolese a esportare il conflitto nello Zaire, già turbato dall’esacerbarsi delle tensioni tra le tribù locali, i rifugiati ruandesi tutsi e quelli hutu sempre più numerosi sulla linea orientale, e dalla corsa del malcontento popolare nei confronti del corrotto governo Mobutu incapace di rispondere alle crisi di lunga data che già crucciavano i congolesi.
Le truppe del Ruanda, a quel punto controllato dal Rwandan Patriotic Front (RPF) figlio della diaspora tutsi, intervennero nel paese sul pretesto che gli hutu rappresentassero ancora una grave minaccia alla sicurezza, che nel regime Mobutu pareva trovare rifugio e protezione.
Kigali appoggiò e armò gli insorti Banyamulenge (tutsi congolesi) della Alliance des forces démocratiques pour la libération du Congo-Zaire (AFDL) coordinata da Laurent-Désiré Kabila, più tardi autoproclamato primo presidente della ribattezzata Repubblica Democratica del Congo. E lo fece capeggiando una larga coalizione africana: c’era l’Uganda soprattutto, ma anche Angola, Burundi, Eritrea, Etiopia e Sudafrica parteciparono a vario titolo al conflitto sollevando preoccupazioni di sicurezza dettate dal sostegno garantito da Mobutu ai ribelli di tutto il continente.
Verso la “Seconda Guerra Mondiale Africana”
La Prima Guerra del Congo (1996-97) in appena un anno rovesciò la dittatura militare ultra trentennale di Mobutu Sese Seko, lasciandosi dietro centinaia di migliaia di hutu massacrati in quella che fu di fatto una ripetizione, a parti invertite, del genocidio ruandese.
Fu ancora il groviglio tra le questioni intercomunitarie e quelle di più stretta politica interna e regionale a spianare la strada alla Seconda Guerra del Congo (1998-2003), trainata dal crescente interesse per il decisamente redditizio controllo dei processi estrattivi e del commercio dei minerali, critici per il finanziamento degli sforzi bellici oltre che per l’arricchimento personale di un gran numero di leader politici e militari locali e non.
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Quando Kabila, pressato dalla necessità di dimostrare che nessuna ingerenza straniera fosse indebitamente operata sul nuovo regime, negò la responsabilità del Ruanda nel suo insediamento al potere, decise per la rimozione dei tutsi dal suo governo e tentò di indebolire la presenza militare ruandese e ugandese a Est, scolpì crepe irrimediabili nelle relazioni con Kigali e Kampala. L’ordine di uscita per le truppe straniere dal Congo e l’autorizzazione per la riorganizzazione delle milizie hutu al confine, riaccesero le tensioni con le tribù locali e fecero da innesco per un conflitto sanguinario come nessun altro.
Il suolo congolese fu teatro di quella che passò alla storia come la Prima Guerra Mondiale Africana. Namibia, Zimbabwe, Sudan, Ciad e Angola, si schierarono, tra gli altri, al fianco delle forze congolesi, che intanto arruolavano miliziani hutu in aperta posizione anti-tutsi nell’Est. Sul fronte opposto, le armate di Ruanda, Uganda e Burundi, e una costellazione di gruppi congolesi tutsi antigovernativi da questi armati e sostenuti.
Alla fine si contarono milioni di morti, e una lista interminabile e impunita di crimini di guerra e contro l’umanità: la disastrosa razzia delle ricchezze naturali, il reclutamento di decine di migliaia di bambini soldato, e l’uso sistematico degli stupri e delle aggressioni sessuali da parte di ogni forza combattente in campo sono forse i più aberranti e solo i più noti.
Il conflitto si concluse, almeno formalmente, sotto Kabila figlio, succeduto al padre assassinato nel 2001. Nel 2003, i fragili trattati di pace firmati un anno prima tra Ruanda, Uganda e RDC permisero una reggenza di transizione a Kinshasa che traghettasse il paese alla prima elezione (più o meno) democratica, quella che nel 2006 affidò ufficialmente il governo a Joseph Kabila poi rimasto in carica fino al passaggio di potere – finora l’unico pacifico della storia della RDC – all’attuale presidente, discusso vincitore delle elezioni del 2018 e del 2023.
La frattura sulla frontiera orientale
È facile immaginare come dai primi anni 2000 un’immensa varietà (oltre un centinaio) di gruppi armati, interni e stranieri, tutti abili a intessere e sbrogliare alleanze costantemente con il coinvolgimento non marginale di attori di primordine oltre confine, abbia assicurato al paese un clima di stabile insicurezza, particolarmente lungo la frontiera orientale.
Un conflitto ‘a bassa intensità’ imperversa, tra periodi di calma apparente e devastanti recrudescenze, da allora. E non ha fatto che peggiorare sotto la seconda presidenza Tshisekedi, capace di perdere tanto territorio tanto velocemente quanto nessuna amministrazione precedente.
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A capo della più recente escalation delle ostilità, c’è il risorgimento del movimento filo-ruandese M23, ex ribelli tutsi prima convogliati nel Congrès National pour la Défense du Peuple (CNDP) e poi fuoriusciti per l’insoddisfazione sulle politiche governative ritenute non in linea con l’accordo di cessate il fuoco siglato proprio il 23 Marzo 2009, che avrebbe dovuto, tra le altre cose, integrare i combattenti tutsi nelle FARDC, le forze armate congolesi.
A quasi dieci anni dalla sconfitta incassata nel 2013, quando era stato respinto dall’avanzata congolese supportata dall’intervento della brigata offensiva autorizzata sotto il mandato della Mission de l’Organisation des Nations Unies pour la stabilisation en République démocratique du Congo (MONUSCO), l’M23 è tornato attivo nel 2021 con un significativo incremento organico e capacitivo legato al supporto, e verosimilmente persino alla direzione, degli apparati securitari ruandesi e ugandesi, che anche le Nazioni Unite hanno dimostrato.
Le ultime offensive dell’M23
In poco più di tre anni, l’M23 si è guadagnato il dominio sui principali giacimenti minerari del paese, come anche del milionario traffico illegale connesso, che corre soprattutto verso e attraverso il Ruanda. E oggi guida quella che sembra essere l’offensiva definitiva, agevolata anche dalla scarsa resistenza opposta tanto dall’esercito congolese, azzoppato da grandi ondate di diserzioni e ammutinamenti, quanto dal caotico conglomerato di milizie etniche sue alleate: il gruppo già controlla de facto una grossa fetta dell’Est, da tempo nelle ambizioni territoriali del Ruanda (che però insiste a dirsi interessato unicamente all’autodifesa), e ora buca le linee nemiche anche verso ovest.
Stando agli ultimi dati disponibili, sono almeno 7.000 le vittime degli scontri solo di questi ultimi mesi, gli sfollati interni sono ormai quasi 8 milioni, e deve segnarsi un +2,5 milioni sull’impressionante numero di congolesi che soffrono la fame acuta. In oltre 100 mila hanno cercato rifugio fuori dal paese: 70 mila si sono riversati nel Burundi al limite delle sue capacità di risposta umanitaria, 34 mila affollano i campi profughi d’Uganda.
Una crisi umanitaria senza precedenti si muove sulla spinta di una violenza brutale e del moltiplicarsi delle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario che dilagano sulle linee del fronte.
Save the Children ha denunciato il reclutamento nel conflitto di almeno 400 bambini solo nei primi due mesi di quest’anno, e per Unicef le gravi violazioni contro l’infanzia, che includono uccisioni, mutilazioni, stupri e rapimenti, sono triplicate. La violenza sessuale e di genere legata al conflitto è esplosa in una nuova epidemia: nelle ultime due settimane di febbraio, le organizzazioni umanitarie hanno segnalato 895 casi di stupro, mediamente 60 al giorno.
E poi esecuzioni sommarie, rapimenti, sparizioni forzate. Attacchi mirati contro attori della società civile e forze di mantenimento di pace. Bombardamenti di siti per sfollati, ospedali e scuole, saccheggio diffuso, diniego di accesso umanitario, campagne di sfratto forzato dai campi per sfollati.
Gli abusi sono tanti e tali che le Nazioni Unite hanno approvato una nuova missione di accertamento dei fatti e una commissione d’inchiesta indipendente per le province del Nord e Sud Kivu. E la Corte Penale Internazionale ha avvertito i belligeranti di essere impegnata nella persecuzione dei responsabili: “nessun gruppo armato, nessuna forza armata, nessun alleato di gruppi armati o forze armate ha un assegno in bianco”, ha dichiarato il procuratore generale Karim Khan assicurando il suo sostegno all’istituzione “assolutamente necessaria” di un tribunale speciale per la RDC.
In risposta all’eccessivo surriscaldarsi della situazione sul terreno, come già l’East African Community (EAC), anche la Southern African Development Community (SADC) ha deciso per la smobilitazione dei suoi contingenti nel paese. Anche il Burundi, da tempo ai ferri corti con Kigali e incredibilmente vicino al vortice di questa nuova crisi ad un passo dal regionalizzarsi, sembra intenzionato a ridurre il suo sforzo militare a sostegno dell’esercito congolese. Al contrario, l’ambiziosa e doppiogiochista Kampala, che al Ruanda è adesso rivale in un contesto di crescente concorrenza per l’influenza economico-politica sulla regione, pare accelerare il passo incrementando la sua presenza nell’Ituri, ufficialmente limitata alla caccia ai militanti ugandesi legati allo Stato islamico nel quadro di un accordo con il governo congolese.
Verso quale futuro corra il conflitto è difficile da prevedere. Sembra si stia preparando una replica della Seconda Guerra del Congo, con gli stessi attori solo in un assetto geopolitico un po’ diverso. Tutta la regione dei Grandi Laghi ne sarebbe travolta, con conseguenze umanitarie, economiche e di sicurezza catastrofiche.
Le iniziative diplomatiche risentono delle rivalità regionali e di una larga sfiducia tra le parti, come anche di una forte delegittimazione istituzionale, e continuano a dimostrarsi tutte egualmente fallimentari. Dopo una mezza dozzina di tregue violate e la rinuncia al ruolo di mediatore dell’angolano Joao Lourenço, i leader dei blocchi coinvolti ora tentano un’inedita strategia comune unificando i processi di Luanda e Nairobi e affidando le nuove iniziative di pace a cinque ex Capi di stato perché operino sotto l’egida congiunta di EAC, SADC e Unione Africana: una mossa a cui la comunità internazionale guarda con cautela, ma che è certo un chiaro segnale della consapevolezza di quanto sull’Africa ticchetti una bomba a orologeria che è un’urgenza assoluta disinnescare.
Sulle rive del Golfo, proseguono intanto gli sforzi del Qatar. Nuovi colloqui diretti tra i ribelli e Kinshasa sono attesi per il prossimo 9 aprile. Sarà Doha a segnare la svolta decisiva?