Negli ultimi anni la Groenlandia è entrata con forza nel dibattito geopolitico globale come possibile «scrigno» di risorse minerarie strategiche. Il crescente interesse internazionale per l’isola è spesso legato alla transizione energetica, alla sicurezza delle catene di approvvigionamento e alla competizione tra grandi potenze nell’Artico.
Tuttavia, un’analisi fattuale, ovvero un’analisi fondata sia su dati veritieri forniti da fonti attendibili sia su un confronto globale suggerisce una lettura più sobria del battage politico-mediatico alimentato, in modo particolare, dall’attuale amministrazione presidenziale statunitense. La Groenlandia, infatti, possiede risorse minerarie rilevanti, ma non eccezionali, e soprattutto non immediatamente trasformabili in una sorta di vantaggio – potere, se si preferisce –industriale, economico, tecnologico o generalmente strategico.
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Secondo il Servizio Geologico degli Stati Uniti, un’agenzia scientifica dipendente dal governo di Washington meglio nota come United States Geological Survey (USGS), la Groenlandia detiene, per esempio, riserve di lantanoidi – le famose terre rare – stimate a circa 1,5 milioni di tonnellate, appena il 2% delle riserve globali. Si tratta di un dato certamente significativo in valore assoluto, ma molto modesto, quasi irrilevante quando confrontato con il quadro globale. La Cina possiede nel suo sottosuolo circa 44 milioni di tonnellate di lantanoidi, cioè quasi la metà delle riserve mondiali, seguita dal Brasile con 21 milioni (24%), dall’India con 6,9 milioni (8%), mentre gli Stati Uniti stessi dispongono di riserve leggermente superiori a quelle groenlandesi, precisamente 1,9 milioni di tonnellate. In termini di estrazione, la produzione groenlandese è nulla, mentre, per esempio, la Cina copre oltre i due terzi della produzione mondiale.
Un confronto analogo vale per altri minerali definiti critici. Le risorse stimate di grafite, per esempio, si aggirano intorno ai 6 milioni di tonnellate, mentre il litio è valutato in circa 235.000 tonnellate. In entrambi i casi, si tratta di quantità che, su scala globale, incidono per meno dell’1% per la grafite e per una frazione ancora più ridotta per il litio. Analogamente per altri potenziali materiali, come uranio o nichel, presenti nel sottosuolo groenlandese, ma in quantità che economicamente non giustificano investimenti in conto capitale, e in ogni caso non comparabili con altri paesi minerari tradizionali come Australia, Cile, Cina o Canada.
A questo dato si aggiunge un elemento spesso, e forse intenzionalmente, trascurato nel dibattito politico, ossia la complessità geologica dei depositi groenlandesi. Studi geologici europei e analisi indipendenti sottolineano che molte delle mineralizzazioni, in particolare quelle di terre rare nel sud dell’isola, presentano una mineralogia complessa e atipica, che rende l’estrazione e soprattutto la lavorazione industriale tecnicamente difficile e costosa. In altre parole, non conta solo quanto minerale è presente nel proprio sottosuolo, ma anche come è fisicamente e chimicamente incorporato nella roccia. Questo fattore riduce significativamente la competitività dei giacimenti groenlandesi rispetto ad altri depositi globali economicamente più accessibili, ossia la possibilità di collocarli sulla piazza internazionale a prezzi di mercato.
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E le difficoltà non sono solo geologiche. Circa l’80% della Groenlandia è coperto di ghiacci, la popolazione è estremamente ridotta e dispersa su un territorio vastissimo, e le infrastrutture sono limitate. Molte aree sono raggiungibili solo via mare o con elicottero e solo in condizioni climatiche favorevoli. Non sorprende quindi che, a oggi, nessuna grande miniera di terre rare sia entrata in produzione, nonostante l’interesse esplorativo.
Questa condizione peculiare porta a una distinzione cruciale per le risorse minerarie groenlandesi, e cioè che la Groenlandia è geologicamente promettente, ma economicamente e industrialmente immatura. Il suo valore risiede più nel potenziale di lungo periodo, almeno tra una o forse due generazioni, quando forse le tecnologie attuali che fanno uso significativo di, per esempio, neodimio, saranno già reperti per musei della scienza, piuttosto che in una capacità immediata di incidere sulle catene globali di approvvigionamento. Inoltre, come mostrano i dati globali, il vero nodo strategico delle terre rare non è tanto l’estrazione quanto la raffinazione, oggi dominata quasi interamente dalla Cina, che in Groenlandia, invece, è assolutamente assente.
Le risorse minerarie della Groenlandia sono reali e non trascurabili, ma il loro peso globale tende a essere sovrastimato nel dibattito politico, anzi, forse strumentalmente gonfiato da una retorica nazionalpopolare. Più che un «Eldorado artico», l’isola rappresenta una possibile opzione complementare per la diversificazione futura delle forniture, condizionata però da vincoli geologici, ambientali, sociali ed economici che ne limitano, almeno per una cinquantina di anni, la portata strategica.
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La questione groenlandese sembra una potente arma di distrazione di massa che l’amministrazione presidenziale americana continua a usare per tenere impegnate in faccende assolutamente aleatorie sia l’opinione pubblica statunitense che quella dei Paesi alleati.
Verborum fucus, ci direbbe forse Seneca oggi se non conoscesse l’espressione “fumo negli occhi”.