La fine dell’eccezione tedesca

Dopo aver preso atto di un risultato che si aspettava “un po’ migliore”, Angela Merkel sarà comunque per la quarta volta Cancelliera della Germania: salì al potere nell’ormai lontano 2005, attraversando alla guida del suo Paese momenti difficili e momenti esaltanti, episodi di tempesta e altri di stabilità, ai quali nessun altro leader politico dell’Occidente è riuscito a sopravvivere. Ciò fa delle elezioni appena concluse, nonostante tutto, ancora un successo per Merkel.

Il voto tedesco è stato però tutt’altro che “la passeggiata” che molti si aspettavano alla vigilia. Il sistema politico della Germania ne esce scosso, e a scuoterlo sono stati venti di diversa provenienza, nazionali ed europei, che sanciscono la fine della ”eccezione tedesca”.

La Germania, ritenuta stabile e inossidabile nella sua ingegneria di partiti e istituzioni, si scopre invece investita in pieno da quella tendenza internazionale che segna la crisi dei sistemi partitici europei nati dal Dopoguerra. La CDU, il partito della Cancelliera, ottiene il suo peggior risultato dal 1949: con un aumento sensibile dell’affluenza (quasi tre milioni di persone in più alle urne) il suo 32,9% è una vittoria solamente perché anche gli storici rivali, i socialdemocratici guidati da Martin Schulz, centrano a loro volta un record negativo. Il 20,5% dell’SPD riduce i due grandi partiti popolari, che quasi sempre si sono alternati al governo della Germania (o l’hanno guidata assieme, come nell’ultimo quadriennio), a rappresentare poco più della metà dell’elettorato.

Lo sgonfiamento dei partiti tradizionali, in dimensioni anche più significative, si era già verificato un po’ dovunque in Europa – e con le stesse caratteristiche. In Francia, nel Regno Unito (prima dell’arrivo di Jeremy Corbyn), in Spagna, in Olanda, in Austria… In tutti questi casi le forze conservatrici classiche sono arretrate, e quelle socialiste-socialdemocratiche sono uscite malconce, fino a rischiare di sparire: si tratta di un processo che a livello sociale è maturato in alcuni decenni, ma a livello elettorale è diventato evidente soprattutto dopo l’arrivo della crisi economica.

Inoltre, anche la capacità dei due partiti principali di rappresentare la società non è più quella di prima. Geograficamente, la somma di CDU e SPD supera il 50% su gran parte del territorio nazionale; anche se guardando la mappa elettorale con più attenzione si nota che ciò non vale in molte delle città principali (Berlino, Monaco, Francoforte, Colonia, Stoccarda, Karlsruhe, Norimberga e in parte Amburgo) e in buona parte delle regioni orientali della Germania. Anagraficamente, il voto della SPD e soprattutto della CDU è più forte nella fascia di età superiore ai 60 anni. Entrambi i fenomeni sono tipici dell’erosione del consenso ai partiti tradizionali già vista in altri Paesi – anche se è giusto sottolineare che in Germania questa erosione non si è ancora trasformata in collasso.

Servirà molta intelligenza ad Angela Merkel per risolvere le varie questioni che il risultato elettorale porta alla luce, e finora relegate agli angoli più bui della politica e della società tedesche.

Il 12,6% di Alternative für Deutschland non è un risultato formidabile, se rapportato ad altre forze della nuova destra mitteleuropea. Ma è importante per la Germania, dove un partito alla destra della CDU non era mai stato in Parlamento – benché alcune delle posizioni dei liberali dell’FDP possano in effetti considerarsi “di destra”, dal liberismo economico alla visione di un’Europa ristretta e ortodossa dal punto di vista delle finanze. Ed è importante ancora perché – ecco una variante tutta nazionale delle citate tendenze europee – è un voto transgenerazionale e transregionale. AfD è cresciuta in una grande fascia di età che va dai 30 ai 60 anni (in cui quasi raggiunge i voti dei socialdemocratici), spesso composta di ex astensionisti; e non è, come è stato fatto pensare, solo il partito dei poveri e degli emarginati dalla crescita economica che vivono nell’Est. La mappa elettorale del secondo partito più votato per circoscrizione ci mostra meglio di altre che AfD si è imposta all’Est, ma è penetrata con successo anche nel Sud benestante della Germania, in Baviera e in Baden Württemberg, due tra le regioni più ricche d’Europa. Anche tra le professioni, gli elettori di AfD non sono relegati agli ultimi gradini della scala sociale, come invece accade in molte parti degli Stati Uniti con i fan di Donald Trump e in Francia con i votanti del Front National – benché la componente maschile sia maggioritaria su quella femminile. In effetti, il partito è stato fondato (in chiave euro-critica) da un gruppo di economisti e professori universitari ex CDU.

In altre parole, Alternative für Deutschland è riuscita a coniugare due diverse forme della destra nazionalista europea, capitalizzando il malcontento e le paure di parte della società tedesca sull’immigrazione (la Germania solo negli ultimi due anni ha accolto più di un milione e mezzo di rifugiati). Da un lato quella tipica dei Paesi dell’Europa centro-orientale: un rifiuto etnico alimentato dal timore per la perdita di posti di lavoro e prestazioni sociali in zone economicamente deboli, come quelle della ex Germania Est. Dall’altro quella tipica della zona alpina e prealpina, della destra leghista delle origini e dell’attuale destra austriaca e svizzera: un rifiuto culturale determinato dalla volontà di difendere la piccola patria e le sue eterne caratteristiche, il paradiso da isolare dalle turbolenze e dalle conseguenze (negative) della globalizzazione. Queste due destre, ora, hanno un approdo nel parlamento tedesco.

La sconfitta della SPD era attesa, anche se non in questi termini. E’ anche un problema per la Cancelliera, perché i capi del partito hanno subito precisato che andranno all’opposizione, e che l’idea della Grande Coalizione (già messa in pratica con il Merkel I e il Merkel III) è da mettere in soffitta. Dunque, se Angela Merkel dovesse riuscire a costruire la coalizione Giamaica (con i Verdi e i Liberali) avrebbe una doppia opposizione in Parlamento: a destra AfD, e a sinistra i socialdemocratici con i socialisti della Linke – sebbene appaia difficile che questa “tenaglia” possa davvero funzionare.

Ma la condizione dei socialdemocratici pone vari problemi anche a livello europeo. Intanto perché l’SPD è stata fin qui la principale garante delle larghe intese che a Bruxelles e in diversi Paesi della UE hanno tenuto in piedi i governi di questi anni: Jean-Claude Juncker alla Commissione e diversi capi di governo si sono retti sui voti di forze della sinistra tradizionale direttamente ispirate dall’SPD, spesso pagandone gravi conseguenze elettorali. Ora l’SPD, con una leadership agli sgoccioli – da svariate elezioni il partito non riesce a trovare un candidato convincente – e sempre più considerato come la brutta copia, o la stampella, dei conservatori, dichiara chiuso l’esperimento. Che sia l’anticipazione di un ritorno al bipolarismo sinistra-destra su scala continentale? Sono molti i Paesi, non solo vicini alla Germania ma anche nell’arco Mediterraneo, in cui questa decisione potrebbe pesare.

Pare quindi che l’inedita coalizione CDU-Verdi-Liberali sia la sola scelta che resta ad Angela Merkel per iniziare il suo quarto mandato. Il sentiero su cui potrà muoversi la Cancelliera però sarà stretto e accidentato. Non solo perché questa coalizione, elettoralmente, non rappresenta una grande parte della Germania: solo una parte delle regioni occidentali (però molte delle grandi città vi sono incluse, anche se non la capitale). Ma anche perché Verdi e Liberali hanno idee opposte su tantissimi temi-cardine del mandato che si apre, dall’economia alla finanza alla riforma delle istituzioni europee; e potrebbero ottenere sponde nelle altre capitali della UE per influenzare le scelte di Merkel.

E’ per questo motivo che alcuni osservatori scommettono su una possibile ripetizione del voto tedesco. D’altronde nei vicini Paesi Bassi, dove si è votato lo scorso 15 marzo e il risultato è stato politicamente e numericamente simile, ancora non è stato composto il nuovo governo. E’ l’ennesimo caso in un’Europa che, dal Portogallo alla Spagna, dall’Italia al Regno Unito, sta vivendo un’inaspettata ri-parlamentarizzazione della sua vita politica.

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