Il paradosso francese e la sicurezza economica europea

*Questo articolo è il terzo contributo di una serie, parte di un progetto di ricerca e analisi su nuove tecnologie e sicurezza economica europea che Aspen sviluppa assieme al Politecnico di Torino, allo Studio Bonelli Eredi e alla LUISS. Il progetto è supportato dalla Compagnia di San Paolo.

 

Paul Krugman e Adam Tooze, in una recente conversazione, hanno osservato che l’intero dibattito europeo sta andando sempre più nella direzione francese, soprattutto nella collaborazione tra i governi e il settore privato per investire in innovazione. Secondo Krugman, le stesse proposte del Rapporto Draghi per l’Europa invocano, nella forma di “campioni continentali”, quello che i francesi hanno sempre chiamato “campioni nazionali”.

 

Il modello storico francese

In effetti, il dibattito sulla sovranità tecnologica, oggi al centro delle agende politiche globali, in Europa affonda le sue radici più profonde proprio nel terreno culturale e politico francese, trovando un’origine ideale nelle azioni di Charles de Gaulle e nella riflessione intellettuale stimolata dal celebre libro del 1967 del giornalista Jean-Jacques Servan-Schreiber, intitolato La sfida americana. Già negli anni Sessanta, la Francia di de Gaulle insisteva sul presidio autonomo (anzitutto dagli Stati Uniti) delle frontiere tecnologiche, in particolare nei settori del nucleare, dello spazio e dell’informatica.

È sotto l’impulso del Generale e della sua azione istituzionale che nacquero istituzioni come il Centre national d’études spatiales (CNES) e iniziative come il Plan Calcul, lanciato nel 1966 con l’ambizione di garantire alla Francia un’autonomia informatica che si voleva porre alla guida di un intero continente. Servan-Schreiber, nel suo saggio, descriveva con realismo il rischio che l’Europa diventasse una mera appendice tecnologica degli Stati Uniti, non tanto per una superiorità scientifica intrinseca, quanto per un divario manageriale e organizzativo nel tradurre l’innovazione in potenza industriale[1]. Quella sfida ritorna oggi in termini diversi, nel contesto segnato dalla competizione tra Washington e Pechino.

Gli stessi documenti sulla sicurezza economica europea (da ultimo la Comunicazione Congiunta del 3 dicembre 2025, intitolata “Rafforzare la sicurezza economica dell’UE”, seguita ai vari elementi indicati dalla Strategia dell’estate 2023) indicano uno slittamento verso la posizione francese. Negli auspici della Commissione, l’UE dovrebbe impegnarsi a una profonda trasformazione, da semplice osservatore dei rischi ad attore in grado di muoversi in un ordine economico sempre più competitivo. Mentre la Strategia del 2023 si concentrava principalmente sui rischi legati alla Cina, il testo del 2025 riconosce la necessità di fare de-risking anche nei confronti degli Stati Uniti, nel nuovo contesto della seconda amministrazione Trump.

I documenti europei indicano sei aree ad alto rischio su cui concentrare sforzi immediati: le supply chain strategiche (materie prime, semiconduttori), la protezione delle infrastrutture critiche, la sicurezza tecnologica alla frontiera (intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche), la difesa contro la coercizione economica, la sicurezza dei dati sensibili e l’attrazione di investimenti esteri che portino valore aggiunto senza creare nuove dipendenze. Si avvia anche l’iniziativa ReSourceEU, per stabilire obiettivi misurabili di diversificazione su batterie e terre rare, e si invita alla costituzione di una rete di coordinamento di consiglieri per la sicurezza nazionale e di un centro di monitoraggio comune sull’intelligence economica e i flussi commerciali[2].

 

La pratica del paradosso

La vera domanda da porsi però è: quanti di questi auspici hanno poi effetti reali in pratica, cioè nella concreta riduzione delle dipendenze, nella costituzione e nel mantenimento di primati tecnologici efficaci, negli effetti sui mercati? Il paradosso francese sulla sicurezza economica si può individuare proprio in questo costante divario tra la teoria e la pratica.

Si pensi al Rapporto Villani del 2018, che attraverso il coinvolgimento politico di un matematico francese, Cédric Villani, tra l’altro vincitore della Medaglia Fields (il premio internazionale per i matematici under 40), ha cercato di dare un senso politico allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, volendo posizionare la Francia, nel contesto europeo, come un attore in grado di offrire una via alternativa ai modelli degli Stati Uniti e della Cina. Per quanto concerne la realizzazione dei documenti e delle iniziative governative, la Francia si è quindi mossa in modo lungimirante. Come del resto continua a fare per le iniziative di attrazione degli investimenti esteri, di cui è emblema “Choose France”, con cui il Presidente Macron ha annunciato anno dopo anno a Versailles la volontà delle aziende globali di scommettere sulle capacità francesi.

Anche su un tema delicato per tutti gli europei come la transizione dell’industria automobilistica, il sistema francese ha saputo muoversi prima degli altri, per esempio con iniziative come Fonds Avenir Automobile, lanciata dalla banca pubblica d’investimento francese fin dal 2009. Sempre in quest’ambito, è emersa in Francia anche la volontà di rispondere in termini industriali alla dipendenza dalle batterie asiatiche, con la creazione di Automotive Cells Company (ACC), nella collaborazione tra Stellantis, Mercedes-Benz e TotalEnergies. Oltre a questi esempi, e al caso ben noto di Airbus, in cui la dimensione francese ha ancora un ruolo di primo piano, va ricordato almeno l’investimento francese di lungo termine nel nucleare, che dà a Parigi un vantaggio significativo rispetto agli altri europei sia per le startup che operano in quest’ambito sia per la collocazione di data center, nel momento in cui l’approvvigionamento energetico emerge sempre più come un collo di bottiglia.

Un’infografica pubblicata da Emmanuel Macron su Linkedin

 

Tuttavia, permane un ampio divario tra la teoria e la pratica. Se guardiamo alla realtà dell’ecosistema dell’intelligenza artificiale e dei semiconduttori, a essere protagoniste sono aziende francesi di non recente costituzione, per usare un eufemismo. Per esempio, Schneider Electric, che vanta una storia iniziata nel 1836 e ha avuto perfino l’adolescente Deng Xiaoping tra i suoi dipendenti all’inizio degli anni ’20 del Novecento, è oggi un partner fondamentale di NVIDIA per i data center chiamati oggi “fabbriche dell’intelligenza artificiale”, tanto per la gestione dell’energia quanto per le soluzioni di raffreddamento. Un altro esempio molto rilevante è quello di Air Liquide (1902), che rappresenta tuttora la punta di diamante indispensabile, per il funzionamento dell’industria dei semiconduttori, di competenze europee che sono ancora ben presenti nell’ambito dei gas tecnici e gas industriali, i cosiddetti “conquistatori dell’invisibile”[3].

Mistral AI, startup fondata da ex ricercatori di DeepMind e Meta, è invece un’incarnazione dell’ambizione francese più recente, ed è stata elevata rapidamente al rango di campione nazionale ed europeo dell’intelligenza artificiale. La rilevanza di questa operazione è stata sottolineata dall’investimento strategico di 1,3 miliardi di euro annunciato nel 2025 dalla nederlandese ASML, il campione europeo dei semiconduttori, che ha scelto di legarsi a Mistral per accelerare il progresso tecnologico lungo l’intera catena del valore dell’intelligenza artificiale e dell’hardware, in particolare la litografia computazionale. La scommessa di ASML in Mistral ha mostrato la possibilità, da parte di grandi realtà industriali private europee, di impiegare capitali e competenze per investire nelle startup, e perciò rappresenta una svolta positiva. Allo stesso tempo, la posizione di Mistral è tutt’altro che sicura, perché la sua scelta di presentare modelli open source deve e dovrà confrontarsi sempre di più con la concorrenza cinese, che nel 2025 ha avuto una consistente accelerazione, in particolare con i modelli di DeepSeek e Alibaba. La capacità di Mistral di offrire prodotti con un’adozione capillare, anche solo per gli utenti europei, deve essere ancora dimostrata.

Su un altro fronte, il caso dell’affidamento a Palantir è l’esempio forse più emblematico del paradosso francese. Nonostante le polemiche e il desiderio di alternative nazionali, nel corso di un decennio in cui sono state inventate e adoperate formule infinite per identificare “l’Europa che protegge”, la “sovranità tecnologica”, la necessità di “autonomia strategica”, dal 2016 a oggi l’agenzia responsabile per l’intelligence interna francese (DGSI) ha continuato a rinnovare i propri contratti con l’azienda americana co-fondata da Peter Thiel e guidata da Alex Karp per l’analisi dei dati.

A ogni rinnovo, dal 2016 a oggi, in Francia si è ripetuto sostanzialmente lo stesso dibattito, con gli stessi passaggi: una crescente indignazione retorica per l’affidamento a capacità statunitensi, per giunta di un’azienda di cui si evidenziava il ruolo controverso; l’annuncio della costituzione di alternative interne; la promessa delle joint venture che, sotto gli auspici degli apparati francesi, dovevano mettere insieme le capacità dei cosiddetti “campioni nazionali”, come Thales e Atos; infine, è sempre giunto puntuale l’annuncio di una nuova assegnazione del contratto a Palantir.

Anche il panorama industriale mostra segni di ridimensionamento di molte tra le ambizioni originarie. Mentre la Cina domina il mercato delle batterie con capacità di scala ineguagliabili, i progetti di ACC hanno abbandonato i piani per i nuovi stabilimenti in Italia e Germania, generando tensioni con i partner europei, peraltro senza liberarsi dagli essenziali rapporti con i fornitori asiatici: non vi è quindi una supply chain “sicura” o poco vulnerabile. C’è inoltre un lungo elenco di realtà tecnologiche francesi in crisi. La già citata Atos, oltre a non essere stata in grado con gli altri operatori francesi di fornire alternative praticabili a Palantir, ha vissuto una crisi profonda, nonostante il ciclo più che favorevole per i suoi prodotti. Si pensi anche, per un caso paradigmatico, alla grave crisi di Soitec, azienda dell’ecosistema dei semiconduttori con sede nel territorio di Grenoble.

Negli ultimi anni, Soitec è stata colpita duramente da una domanda stagnante, specialmente nei settori dell’automotive e delle telecomunicazioni, con una perdita consistente del valore di borsa, proprio dentro il ciclo più favorevole per l’industria dei semiconduttori. La crisi ha portato all’annuncio delle dimissioni del CEO, tra l’altro ex dirigente di Atos. A questo caso si aggiungono, ovviamente, le difficoltà dell’azienda a controllo congiunto italo-francese STMicroelectronics.

La posizione della Francia sulla sicurezza economica si configura quindi come un paradosso: da un lato, la narrazione francese sulla sovranità tecnologica è divenuta molto più diffusa, quasi egemone, in un panorama di crescente consapevolezza del ruolo politico della tecnologia; dall’altro lato, la sua utilità pratica si misurerà, nel medio termine, sul successo delle imprese e sull’attrazione dei talenti, non solo su annunci che a volte nascondono una situazione ben più problematica.

 

 


Gli altri contributi della serie:
Il pericolo della trappola tecnologica per l’Europa: strategie di “reskilling” e “upskilling”
Ripensare la strategia di sicurezza economica europea: un dibattito necessario
L’Italia nella sicurezza economica europea

 

 


Note:

[1] Su questi rimandi storici, si veda Alessandro Aresu, Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina, La Nave di Teseo, Milano, 2020.

[2] Per una critica agli ultimi documenti di sicurezza economica, si veda https://www.ft.com/content/ff8e4aa9-0412-491e-ab11-3ab4331116f3

[3] È il titolo di Alain Jemain, Les conquérants de l’invisible, Fayard, Parigi, 2002, che ne racconta la storia.

 

 

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