La nuova guerra contro l’Iran lanciata da Stati Uniti e Israele ha riportato i riflettori su una delle strozzature principali dei flussi di persone, beni e capitali in tutto il pianeta: lo Stretto di Hormuz. Dal braccio di mare largo poco più di trenta km nel suo punto più ristretto passa il 20/25% del petrolio mondiale. Ma anche 120 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto (GNL) – destinato anche all’Italia.
E’ il “gate” da cui la maggior parte degli idrocarburi estratti e raffinati in Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Emirati (oltre che nello stesso Iran), e trasportati dagli oleodotti fino ai porti del Golfo Persico – vere e proprie autostrade del petrolio – si imbarca per le sue destinazioni nel resto del mondo.
E al di qua dello Stretto ci sono poi le metropoli degli emiri: Dubai, Abu Dhabi, Doha, e le altre. Da lì (e da Riyadh) passano flussi di finanza che sostengono parte significativa dell’economia mondiale. Si tratta di bersagli in un certo senso ideali per Teheran: vicini, poco difesi, e vulnerabili in quanto nodi dell’energia, del turismo, della logistica e dell’industria. Raffinerie, aeroporti, terminal commerciali, ambasciate, imbarcazioni – e un certo numero di basi americane: dal punto di vista dei danni potenziali c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Si spiegano così le ritorsioni iraniane sulla costa meridionale del Golfo Persico. Il messaggio di Teheran è anche politico. “Fate finta di essere neutrali”, è l’accusa dell’Iran, “ma di fatto appoggiate la geopolitica di Trump e Netanyahu”. Come il Qatar, che ospita il centro di comando USA della regione. O gli Emirati e il Bahrein, che con Israele hanno firmato gli Accordi di Abramo.
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Chiudere il rubinetto di Hormuz, per Paesi molto dipendenti dalla vendita del petrolio, comporta una perdita commerciale grave. Ma colpire le infrastrutture petrolifere comporta danni strutturali di livello superiore. Danni di cui anche il resto del mondo, non solo i Paesi del Golfo, sta già pagando il prezzo, sia nell’ambito dell’energia che in quello della finanza. I prezzi di gas e petrolio sono schizzati in alto, i valori delle borse sono caduti in basso.
Si tratta di oscillazioni sopportabili nel breve periodo, ma già molto rischiose nel medio: l’Europa che dovrà subirle – mentre gli Stati Uniti hanno raggiunto ormai da una quindicina d’anni l’autosufficienza energetica – è di certo meno dinamica e più stagnante, oltre che già indebolita dall’inflazione, rispetto a quella che affrontò le conseguenze dell’ultima stagione di guerre americane in Medio Oriente, nei primi anni 2000.
Ma davvero Teheran, per di più indebolita dagli attacchi israelo-americani, ha la capacità di bloccare lo Stretto e il Golfo? L’Iran afferma che il blocco è in corso – il che tocca anche il mercato dei fertilizzanti e del metanolo, e le importazioni dei Paesi della regione – e che solo navi russe e cinesi saranno lasciate passare. Mentre gli Stati Uniti ribattono di avere la forza per impedirlo, grazie alla portaerei Lincoln che incrocia lì vicino. L’altra da cui bombardano l’Iran, la Ford, naviga invece nel Mediterraneo, davanti a Israele.
Intanto l’Arabia Saudita (in accordo con la Russia) ha assicurato che aumenterà la produzione di petrolio, in modo da limitare l’effetto sui prezzi. Inoltre, il petrolio ha due vie d’uscita alternative: la prima è l’oleodotto che attraversa l’Arabia Saudita per sboccare sul Mar Rosso, la seconda quello che dagli Emirati arriva all’Oman e all’Oceano Indiano. Il gas però non ha alternative. Il Qatar ha dovuto chiudere il suo impianto di liquefazione – il più grande del mondo – colpito dai droni iraniani, e l’effetto sul mercato è stato immediato: i prezzi sono raddoppiati, mentre quelli del petrolio sono aumentati di un terzo.
Il problema riguarda da vicinissimo anche la Cina, acquirente ormai dei due terzi del petrolio raffinato nella regione, in particolare quasi di tutto quello iraniano. La strategia di Teheran è semplice: distribuire i costi della guerra anche sul resto del mondo, in modo che aumentino le pressioni per farla cessare. La durata del conflitto sarà cruciale per valutarne le conseguenze.