Il momento di Hollande nella corsa presidenziale francese

È François Hollande il candidato socialista, scelto attraverso primarie aperte ai non iscritti, che contenderà a Nicolas Sarkozy la presidenza della Repubblica il 6 maggio 2012. È questo il nome della rosa – con il gioco di parole adottato del quotidiano Libération riferendosi al simbolo del partito.

L’ampiezza della partecipazione (sia al primo che al secondo turno sono stati sfiorati i tre milioni di elettori) e della vittoria (56,4%, seicentomila voti di scarto) danno al nuovo presidenziabile una legittimità popolare inedita nella politica transalpina per quanto riguarda il periodo pre-elettorale. La sconfitta è Martine Aubry, attuale segretaria del partito.

Si tratta comunque di un successo per il PS. La scelta di tenere primarie aperte è stata apprezzata dall’elettorato francese, e allo stesso tempo ha influito in maniera decisiva sul risultato finale; finora, le due primarie (interne) già organizzate dai socialisti, in occasione della campagna per le presidenziali nel 2006 e per la scelta del segretario nel 2008 avevano visto partecipare di poco più di duecentomila persone. L’inclusione di milioni di nuovi elettori ha danneggiato i candidati più identificabili con la serrata competizione in atto nel partito negli ultimi anni, rivelandosi un bonus per chi si è proposto come nuovo o al di fuori di quelle logiche. Inoltre, i socialisti, una volta tanto, sono riusciti a non mostrare le proprie divisioni.

François Hollande, cinquantasettenne deputato e presidente del dipartimento della Corrèze nel Limousin e segretario del PS dal 1998 al 2008, aveva già concluso in vantaggio il primo turno col 39% dei voti, leggermente al di sotto delle aspettative. La presenza di ben sei candidati faceva comunque ritenere molto difficile una vittoria senza ricorrere al ballottaggio; Martine Aubry poteva sperare in una rimonta in forza del suo personale 30%, ma soprattutto grazie al sorprendente 17% raccolto da Arnaud Montebourg.

Presidente di un dipartimento della Borgogna, Montebourg ha proposto un programma protezionista, ecologista e anti-globalizzazione che è stato gradito dai tanti elettori a sinistra del PS, e che alla vigilia era considerato più vicino alle posizioni socialdemocratiche della Aubry piuttosto che a quelle più liberali di Hollande. Il voto per Montebourg si è concentrato nelle province meridionali del paese (a cominciare dalla regione più industrializzata, il Rhône-Alpes): secondo le previsioni, il suo apporto avrebbe così dovuto equilibrare la tradizionale forza di Martine Aubry nel nord.

Invece, Montebourg e gli altri tre candidati sconfitti al primo turno hanno tutti dato il loro appoggio a François Hollande. Tra di essi risalta il risultato negativo di Ségolène Royal, che ne restringe in maniera decisiva gli orizzonti politici: battuta da Sarkozy nel 2007 e costretta a rinunciare alla segreteria del partito l’anno dopo per una manciata di voti, si è dovuta accontentare di un modestissimo 7%, nonostante solo pochi mesi fa fosse considerata ancora in gara per la vittoria.

Questa corsa a sostenere Hollande è spiegabile perché i sondaggi, oltre ad averlo dato in vantaggio al ballottaggio, lo indicano come il preferito dai francesi alla presidenza della Repubblica; Martine Aubry non è parsa in grado di rovesciare il risultato con le sue sole forze. Nell’ultimo faccia a faccia, seguito da sei milioni di telespettatori, la tensione è rimasta bassa, senza traccia di un colpo a effetto che riaprisse la partita.

L’attuale segretaria del PS (e promotrice da ministra del Lavoro dell’introduzione delle 35 ore) si è limitata a insistere sulle politiche “di destra e troppo molli” che il suo avversario adotterebbe in economia: un argomento che è suonato poco convincente dato il sostegno ricevuto dalla Aubry da una parte consistente dell’ala liberal-riformista del partito. Al contrario, François Hollande ha evitato di dare l’impressione di ricercare una sintesi impossibile tra le varie correnti a lui favorevoli, limitandosi ad esporre un programma antitetico al “regresso sociale” che si sarebbe verificato negli anni della presidenza Sarkozy, insieme all’urgenza del “cambiamento”. Per vincere è bastato questo, nonostante un’apparente mancanza di carisma e l’evidenza di una figura un po’ piatta: secondo i critici, Hollande non avrebbe avuto nessuna possibilità di imporsi all’attenzione del paese se l’ex favorito Dominique Strauss-Kahn non avesse abbandonato il campo.

Tuttavia, gli altri candidati sconfitti sperano anche di approfittare della breccia che si aprirà nella dirigenza del partito. Il vincitore infatti pretenderà alcune sostanziali modifiche alla composizione della segreteria, per garantire il suo nuovo ruolo all’interno di una struttura schierata in gran parte con la Aubry ed assicurarsi il sostegno adeguato in vista della lunga campagna presidenziale: la mancata collaborazione della macchina organizzativa del PS fu uno dei fattori decisivi della sconfitta di Ségolène Royal alle scorse presidenziali. Se gli consentirà di affrontare “coperto” i prossimi mesi, questo giro di poltrone potrebbe però rendere più complicato mantenere una delle promesse centrali della campagna di Hollande: quella del rinnovamento.

La partecipazione e il risultato del voto sono stati abbastanza disomogenei sul territorio nazionale. Gli elettori più coinvolti sono stati i parigini, seguiti dagli abitanti di Lione e Tolosa. Pochi invece si sono recati alle urne nelle zone rurali, tradizionalmente più legate alla destra, e nelle banlieues delle metropoli. Paradossalmente, il vincitore ha ottenuto le sue migliori percentuali nelle zone in cui il voto socialista è meno radicato – oltre che nelle roccaforti dei suoi nuovi alleati Royal e Montebourg. È un dato che si ripete anche a Parigi, dove Aubry si impone nelle zone popolari a est della città mentre Hollande vince nei quartieri borghesi: ha dunque prevalso nella caccia all’ampio elettorato indeciso o deluso in vista delle presidenziali di maggio, anche al di fuori della sua area di riferimento.

Le primarie hanno consegnato l’iniziativa politica nelle mani del partito socialista; la corsa non sarà semplice per Sarkozy, nonostante la ritrovata visibilità internazionale: l’intervento in Libia, fortemente voluto dall’Eliseo, può essere considerato un successo – almeno fino a questo momento. Inoltre il presidente ha deciso di affiancare Angela Merkel nel tentativo di risolvere la crisi dell’euro, perché ciò non appaia uno sforzo esclusivamente tedesco e perché una rinnovata collaborazione tra Berlino e Parigi lo rafforzi anche simbolicamente. A livello di politica interna però, il suo cerchio magico di fedelissimi è decimato da scandali e inchieste, e l’opinione pubblica stanca della classe politica attuale potrebbe essere particolarmente sensibile alla proposta di changement che offre Hollande. Ma Nicolas Sarkozy è riuscito a rinviare la resa dei conti all’interno del suo partito (UMP) a dopo le elezioni presidenziali, e ha ricucito alcuni degli strappi che avevano lacerato il centrodestra francese. Presto sarà in opera una controffensiva comunicativa, che mirerà direttamente alla figura del candidato socialista e verterà su una sua caratterizzazione come incapace di decidere e di prendere posizioni concrete – d’altronde Hollande non ha mai avuto esperienze di governo nazionale o regionale.

A contendersi la presidenza ci saranno anche Marine Le Pen, segretaria del Front National, che dispone di un seguito ben superiore a quello di cui godeva suo padre; il centrista François Bayrou, al suo terzo tentativo; e due candidati alla sinistra del PS, anch’essi scelti attraverso primarie aperte, cioè Jean-Luc Mélenchon per il Front de gauche e la matricola Eva Joly, portabandiera degli ecologisti. Quando l’incerta campagna elettorale entrerà davvero nel vivo, lo spessore di François Hollande sarà finalmente alla prova.

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