Un neonato. Così può essere descritto oggi il Libano nel nuovo Medio Oriente. La sua rinascita coincide con la recente fine del cosiddetto “asse della resistenza” – il legame tra Iran, Hezbollah e l’ex regime siriano di Bashar al-Assad – che per anni ha isolato il Paese dei Cedri sul piano internazionale, soffocandone lo sviluppo economico e diplomatico, pur essendo esso naturalmente proiettato verso il mondo arabo e occidentale.
Come un neonato, il Libano deve ora imparare di nuovo a camminare e, per farlo, necessita del sostegno della comunità internazionale. In questo percorso, oltre agli Stati Uniti, anche l’Italia ricopre un ruolo centrale non solo attraverso il comando della missione UNIFIL dal giugno 2025 (sebbene si tratti di una missione di lunghissimo corso che esaurirà il suo mandato a fine 2027), ma anche grazie al supporto diretto alla popolazione e alle Forze Armate libanesi (LAF), come dimostrato dalla recente consegna di consistenti aiuti sanitari coordinati dal “Military Technical Committee for Lebanon” (MTC4L), a guida italiana.
La completa rinascita del Libano significa, prima di tutto, ricostruire un senso pieno di istituzioni e di sovranità nazionale sull’intero territorio di 10.452 chilometri quadrati. In termini concreti, significa riaffermare il monopolio delle decisioni su guerra e pace, fino a poco tempo fa prerogativa di un partito-milizia come Hezbollah – che occupa e governa la zona meridionale del Paese da oltre 25 anni. Ma significa anche ricucire una società frammentata da decenni di conflitti interni, a partire dalla comunità sciita, che per anni ha visto in Hezbollah – sostenuto finanziariamente da Teheran – il principale fornitore di welfare e di sicurezza. Oggi, questa parte della popolazione deve poter tornare a credere nello Stato come unico garante del proprio futuro. Perché ciò avvenga, la comunità internazionale, insieme a quella araba, deve poter offrire garanzie reali a cittadini libanesi che, dopo essere stati costretti a combattere, devono ora poter convogliare le proprie energie nella ricostruzione culturale ed economica del Paese.
In questo quadro, risulta cruciale il successo del processo di disarmo di tutte le milizie ancora presenti sul territorio: non soltanto Hezbollah (che ha capacità militari comparabili a quelle di un piccolo esercito regolare), ma anche le formazioni palestinesi radicate all’interno dei campi profughi.
La pesante eredità storica
Il processo di disarmo di Hezbollah e delle formazioni palestinesi e il rafforzamento del monopolio statale delle armi si inseriscono in un contesto segnato da fragilità istituzionale e conflitti protratti sin dalla guerra civile (1975-1990). L’Accordo di Taif (1989) e la risoluzione ONU 1701/2006 hanno ribadito la necessità di disarmare le milizie, ma Hezbollah ha mantenuto il proprio arsenale, giustificandolo come strumento di “resistenza” contro Israele.
Le crisi interne – dal collasso economico del 2019 all’esplosione del porto di Beirut nel 2020 – hanno indebolito ulteriormente lo Stato, accentuando la pressione interna per una riforma strutturale del sistema di sicurezza, mentre il conflitto con Israele tra ottobre 2023 e novembre 2024 ha causato oltre 4.000 vittime, distruzioni su larga scala e massicci sfollamenti. L’accordo di cessate il fuoco mediato da Stati Uniti e Francia, il 27 novembre 2024, ha rappresentato un punto di svolta, creando le condizioni per rilanciare il dialogo sul disarmo di Hezbollah e delle altre entità armate non statali, ma le ripetute violazioni israeliane, che includono raid aerei, attacchi di droni, artiglieria e il mantenimento di postazioni militari nel Libano meridionale oltre i termini concordati, hanno rallentato il processo, alimentando le giustificazioni di Hezbollah per conservare le proprie armi.
In tale scenario, le pressioni della comunità internazionale e la necessità di attrarre investimenti per la ricostruzione rendono il disarmo delle milizie e il rafforzamento della sovranità statale condizioni imprescindibili per la stabilità e il rilancio istituzionale del Libano.
Il processo di disarmo
Il 7 agosto 2025 il Consiglio dei Ministri libanese, pur in assenza dei Ministri sciiti (dei due partiti Hezbollah e Amal), ha approvato una proposta statunitense sul disarmo di Hezbollah e delle altre milizie non statali, il rafforzamento del monopolio statale delle armi e il dispiegamento delle forze regolari nelle aree di confine.
Il piano include la piena attuazione dell’Accordo di Taif e della risoluzione ONU 1701, la cessazione permanente delle ostilità, la smilitarizzazione progressiva delle entità armate, il ritiro delle forze armate israeliane dai territori tuttora occupati, la demarcazione dei confini e l’organizzazione di una conferenza economica internazionale a sostegno della ricostruzione.
Inserita in un più ampio piano di riforma della sicurezza interna, la decisione ha suscitato reazioni contrastanti, con parte della società libanese che la interpreta come un rischio per gli equilibri di potere e le capacità di autodifesa delle comunità sciite. Thomas Barrack, responsabile del dossier libanese presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale statunitense (NSC), ha definito il provvedimento “storico” per l’attuazione dell’accordo di cessate il fuoco del novembre 2024, della risoluzione 1701 e dell’Accordo di Taif. Il Dipartimento di Stato statunitense ha tuttavia da subito avvertito che le sole dichiarazioni formali non saranno sufficienti senza un impegno concreto delle LAF, evidenziando la necessità di progressi tangibili per consolidare la sovranità statale.
Nelle settimane successive sono stati registrati i primi passi concreti, in particolare con la consegna di armi dai campi profughi palestinesi alle LAF, frutto di un’intesa con l’OLP. Tale processo, avviato da Burj al-Barajneh e proseguito in altri campi, ha consentito il recupero di razzi Grad, lanciarazzi B7, mortai e munizionamento pesante, segnando un inizio tangibile di smilitarizzazione.
Parallelamente, il Presidente della Repubblica libanese Joseph Aoun ha intensificato i contatti con gli Stati Uniti per ottenere sostegno economico e militare, mentre il Presidente del Parlamento libanese, lo sciita Nabih Berri, ha mostrato apertura a un dialogo consensuale sul disarmo, pur tra resistenze interne e proteste organizzate da Hezbollah nei sobborghi meridionali di Beirut.
Il piano elaborato dalle LAF, articolato in più fasi – che avrebbero dovuto concludersi alla fine del 2025 – si è inizialmente concentrato sullo smantellamento delle infrastrutture di Hezbollah a sud del fiume Litani e sull’estensione del controllo statale nelle aree strategiche. A supporto del processo, Washington ha annunciato un pacchetto di assistenza da 14,2 milioni di dollari, autorizzato tramite il “Presidential Drawdown Authority”, mirato alle operazioni di bonifica e disarmo, mentre Stati Uniti, Francia e Arabia Saudita hanno promosso un’iniziativa congiunta che concede alle LAF un arco di sedici mesi, in coincidenza con la scadenza del mandato UNIFIL, per completare il percorso di smilitarizzazione.
Sebbene il Primo Ministro Nawaf Salam abbia confermato alla metà del gennaio 2025 l’effettivo dispiegamento delle forze armate nazionali nelle regioni meridionali, le fasi successive del piano rimangono non implementate.
Il ritiro programmato di UNIFIL
Il processo di ritiro di UNIFIL si inserisce nel quadro del disarmo come componente strategica, mirata a trasferire gradualmente alle LAF la responsabilità della sicurezza nel Libano meridionale, in attuazione della risoluzione ONU 1701/2006. La decisione del Consiglio di Sicurezza del 28 agosto di prorogare il mandato fino al 31 dicembre 2026 prevede un disimpegno progressivo e ordinato, volto a consolidare la sovranità dello Stato libanese e a renderlo unico garante della sicurezza sul proprio territorio. In altri termini, nel caso di riuscita della missione affidata alle LAF, il ritiro della missione ONU dal Libano andrebbe letta non come una “sconfitta” bensì una “vittoria” dello Stato di diritto libanese e quindi della comunità internazionale che lo sostiene.
Durante la transizione, UNIFIL continuerà a operare al fianco delle LAF con pattugliamenti congiunti, individuazione di depositi di armi e protezione dei civili, mantenendo capacità logistiche e mediche. Dopo la scadenza, la Missione potrebbe ridursi a una presenza limitata per la tutela di infrastrutture residue, mentre entro giugno 2026 il Segretario Generale dell’ONU presenterà opzioni per il monitoraggio della Blue Line e per il sostegno internazionale alle LAF.
É opportuno precisare che le posizioni internazionali sul ruolo di UNIFIL e sul processo di disarmo appaiono però almeno in parte divergenti. La Francia, sostenuta dall’Unione Europea e da diversi partner arabi, spinge per mantenerne la consistenza attuale anche oltre il 2026 ed estenderne le prerogative operative, considerandola uno strumento imprescindibile per prevenire nuove escalation lungo la Blue Line e per rafforzare le LAF. Washington, al contrario, pur sostenendo il processo di disarmo e il cessate il fuoco, privilegia un rapido trasferimento di responsabilità a Beirut e appare meno propensa a garantire un impegno finanziario duraturo, preferendo concentrarsi su pacchetti mirati di assistenza diretta, come quello da 14,2 milioni di dollari annunciato l’11 settembre scorso.
Inoltre, la riunione del Comitato di Supervisione per l’attuazione del cessate il fuoco tra Libano e Israele, alla quale UNIFIL ha preso parte come osservatore, ha confermato il valore di UNIFIL nel monitoraggio del cessate il fuoco, ma ha anche mostrato le difficoltà di un processo che resta condizionato dall’atteggiamento prudente di Israele, intenzionato a subordinare ogni progresso allo smantellamento degli arsenali di Hezbollah.
Il trasferimento delle responsabilità alle LAF rimane quindi complesso, segnato dalle resistenze interne del partito-milizia e dalle tensioni con Israele, fattori che continuano a frenare i negoziati. In tale quadro, UNIFIL resta ancora oggi un elemento di stabilizzazione e una garanzia per la comunità internazionale, ma il successo del disimpegno sarà legato alla capacità del Governo libanese di consolidare il monopolio delle armi e assicurare un quadro di sicurezza sostenibile senza il ricorso a forze esterne.
La situazione mutata di Hezbollah e il futuro del Paese
Hezbollah (dall’arabo “Partito di Dio”), nato nei primi anni ’80 con il sostegno dell’Iran come movimento di resistenza all’occupazione israeliana, si è trasformato negli anni in un attore politico-militare centrale, radicato soprattutto nella comunità sciita attraverso una rete di welfare e servizi sociali, arrivando a costituire uno “Stato nello Stato”.
Il ritiro israeliano dal sud del Libano nel 2000 e la guerra del 2006 ne hanno consolidato la narrativa di difensore del Paese, alimentando la legittimità interna ed esterna. Oggi, tuttavia, il gruppo si trova nella fase più critica della sua storia: le perdite subite nel conflitto del 2024 con Israele, la decapitazione di parte della leadership e la caduta del suo vecchio alleato, l’ex regime di Bashar al-Assad in Siria, hanno interrotto le linee di approvvigionamento strategiche, lasciandolo isolato e indebolito.
L’Iran è stato il principale sostenitore di Hezbollah, fornendo armi, addestramento e circa 700 milioni di dollari annui, veicolati attraverso la Siria di Al-Assad, la cui caduta nel dicembre 2024 ha fortemente interrotto queste rotte di approvvigionamento, ostacolando l’acquisizione di armi, i finanziamenti e quasi tutte le forniture di missili, lasciando Hezbollah isolato e incapace di riarmarsi efficacemente. Il nuovo Governo siriano, a guida sunnita e dunque duramente ostile a causa del ruolo svolto da Hezbollah nella guerra civile/internazionale fin dal 2011, ha ulteriormente limitato le operazioni, aggravando le perdite subite nel conflitto del 2024 con Israele e scoraggiando il reclutamento tra le comunità sciite. Nonostante il sostegno della base sciita resti significativo, le difficoltà di reclutamento e il ridimensionamento dell’appoggio iraniano hanno dunque accentuato la vulnerabilità del movimento.
Sul piano politico, il Movimento sciita Amal — guidato dal Presidente del Parlamento Nabih Berri — cerca di mantenere un equilibrio tra dialogo e resistenze, mentre il “Movimento Patriottico Libero”, partito cristiano già alleato di Hezbollah, si è schierato a favore del disarmo. L’opinione pubblica appare divisa: una maggioranza relativa (58%) continua a opporsi al disarmo senza un’alternativa di difesa nazionale credibile, ma cresce la sfiducia verso la capacità di Hezbollah di garantire stabilità.
Le operazioni di disarmo condotte dalle LAF dopo il cessate il fuoco del novembre 2024, con il dispiegamento nel sud di oltre 8.000 effettivi, hanno prodotto risultati tangibili, in particolare a sud del Litani, dove oltre il 90% delle infrastrutture militari di Hezbollah sarebbe stato smantellato tra gennaio e febbraio 2025. Il processo è stato sostenuto da attività di intelligence e dall’azione di UNIFIL, che ha consegnato alle LAF numerosi depositi di armi e approvvigionamenti.
Tra le ipotesi discusse per il futuro vi è l’integrazione parziale della struttura di comando e dei combattenti di Hezbollah nelle LAF, una soluzione che consentirebbe di incanalare capacità tecnologiche e militari sotto controllo statale, evitando uno scontro frontale e riducendo il rischio di destabilizzazione interna. Tuttavia, le sfide economiche sono significative, con i soldati delle LAF che guadagnano meno di 100 dollari a settimana, interamente finanziati da sostenitori stranieri (gli Stati Uniti nel 2023 e recentemente il Qatar), con una forte dipendenza da donazioni statunitense ed europee per munizioni e componenti.
Tale opzione presenta dunque ostacoli significativi, sia economici sia politici, ed è ritenuta comunque inaccettabile dal movimento, che teme la perdita della propria autonomia. In questo quadro, Hezbollah rimane un attore indebolito ma non neutralizzato, la cui evoluzione sarà determinante per il successo del processo di disarmo e per la stabilità futura del Libano.
Il Libano affronta oggi una fase di transizione decisiva: il disarmo di Hezbollah, il ritiro graduale di UNIFIL e il rafforzamento delle LAF rappresentano opportunità storiche per consolidare la sovranità statale. Tuttavia, il processo resta fragile, condizionato dalle divisioni interne della comunità sciita, dalle violazioni israeliane del cessate il fuoco e dal disallineamento tra le agende di Stati Uniti, Europa e partner arabi.
Il futuro del Paese oscilla tra tre scenari: consolidamento istituzionale, stallo prolungato o ritorno alla crisi. La capacità dello Stato di riconquistare la fiducia dei cittadini e il sostegno coordinato della comunità internazionale saranno i fattori determinanti per trasformare la fragilità in resilienza.