Il doppio standard cinese e le grandi alleanze

 La Repubblica Popolare Cinese è una grande potenza economica, fondata su uno strano “capitalismo di Stato”, ed è un “concorrente strategico” per la NATO e per l’Unione Europea, in base a una strategia che a ben guardare è assai incerta. La stranezza sta nel fatto che la Cina ha certamente l’ambizione di diventare una superpotenza anche politico-militare ma non sembra aver deciso come usare questo suo status. Lo si vede da una ricorrente incoerenza nell’atteggiamento verso la Federazione Russa, emersa anche recentemente.

La Grande Sala del Popolo a Pechino

 

Il Summit della NATO che si è tenuto a Washington il 9-11 luglio si è concluso con una Dichiarazione ufficiale, un documento di una decina di pagine, in 38 paragrafi più altri 6 dedicati specificamente all’assistenza per l’Ucraina.

Dopo aver ribadito, come già altre volte in passato, che la Cina pone una sfida complessiva agli interessi e ai valori dell’Alleanza in quanto minaccia al “rule based international order”, si sottolinea la partnership strategica sempre più profonda tra Cina e Russia. Il governo di Pechino viene indicato come un “decisive enabler of Russia’s war against Ukraine through its so-called “no limits” partnership and its large-scale support for Russia’s defence industrial base”.

Qui si allude a quello che possiamo definire un “doppio standard” in versione cinese: c’è in sostanza una contraddizione evidente tra una partnership che lo stesso Xi Jinping ha più volte definito “senza limiti” e la rivendicazione cinese di un ruolo di moderazione o perfino di mediazione rispetto alla guerra in atto – sui cui torniamo tra breve. La Dichiarazione NATO precisa poi in che senso Pechino sta agendo da “enabler”, facendo riferimento a “the transfer of dual-use materials, such as weapons components, equipment, and raw materials that serve as inputs for Russia’s defence sector”.

 

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Il doppio standard nella posizione ufficiale cinese si è manifestato immediatamente dopo la pubblicazione del documento, quando almeno due fonti ufficiali del Ministero degli Esteri (a Pechino e Bruxelles) hanno direttamente contestato l’interpretazione della NATO, reiterando posizioni ormai consolidate sulla questione. Nel primo caso si è criticata una “mentalità da guerra fredda e una retorica bellicista”. Nel secondo intervento ufficiale si è negata ogni responsabilità della Repubblica Popolare e si sono ricordate le colpe dell’Alleanza come causa di fondo della crisi, con la pressante richiesta di operare per una “de-escalation”. Il governo cinese si è detto favorevole a negoziati di pace e a un accordo politico, dando quindi (nuovamente) per scontato che l’Ucraina debba fare almeno alcune concessioni territoriali e di altro tipo. Una posizione che non articola però le ragioni di tale presunta esigenza per Kiev, rimanendo ad un livello del tutto generico: negoziati a quali condizioni e su quali basi?

Del resto, è l’approccio adottato da Pechino già oltre un anno fa, con la proposta cinese di un documento in 12 punti che fu definito un “piano di pace” soltanto dai suoi promotori – si tratta in effetti di una lista di affermazioni non del tutto coerenti che sono state comunque respinte sia da Mosca sia da Kiev sia dalla NATO, in una sorta di capolavoro diplomatico.

Non c’è dubbio che la Cina veda la questione russo-ucraina attraverso il prisma delle sue aspirazioni nella regione indopacifica: è per questo che riserva le critiche più dure ai programmi avviati dalla NATO di dialogo diretto ed esercitazioni marittime con Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Qui l’oggetto del contendere è soprattutto il Mar Cinese Meridionale e le grandi rotte commerciali che lo attraversano, ed è chiaro che Pechino consideri gravissima una presenza non soltanto americana ma perfino della NATO (per quanto al momento poco più che simbolica) in quell’area.

E c’è inoltre una specifica “lente taiwanese” che influenza le posizioni cinesi sull’Ucraina: è comprensibile una certa prudenza nel condonare in pieno la violazione della sovranità statuale (da parte russa, a danno dell’Ucraina), che Pechino considera fuori discussione nel caso di Taipei come parte integrante sebbene “rinnegata” della Repubblica Popolare. Rimane comunque un’incertezza di fondo su come maneggiare le questioni che coinvolgono l’intreccio tra il diritto internazionale e la politica di potenza.

Ciò che colpisce è la forte asimmetria negli atteggiamenti occidentale e cinese: la NATO (come la UE) sostiene apertamente e orgogliosamente l’Ucraina sia per ragioni di principio che di interesse strategico, mentre la Cina si trincera dietro una vaga simpatia per le posizioni russe (il vecchio concetto delle “provocazioni” imputate alla NATO) senza sposarne appieno le motivazioni e gli obiettivi. Una parte sembra avere le idee piuttosto chiare, tracciando una linea rossa per l’indipendenza dell’Ucraina pur lasciando aperto il famigerato “endgame” territoriale che nessuno ha finora definito per Kiev; l’altra parte appare risoluta nell’impedire la completa umiliazione della Russia putiniana, ma non fissa obiettivi positivi al di là di questo. Resta dunque un generico sostegno cinese alle rivendicazioni russe contro la NATO e gli USA che però si traduce, in pratica, nell’appoggio a un’azione russa che è quella di un guastatore o di una pirata più che di una grande potenza. La pars destruens è chiara, e consiste nel minare l’apparato occidentale di sicurezza; la pars construens non è però per nulla chiara. In cosa dovrebbe consistere infatti il “nuovo ordine internazionale” proposto da Pechino, alla luce dell’invasione russa dell’Ucraina?

Si potrebbe concludere che il governo cinese intenda lasciarsi un certo spazio di manovra, una zona di ambiguità strategica in cui appoggiare lo sforzo bellico russo senza però condividerne l’onere politico – soprattutto in caso di sconfitta, cioè di ritirata anche solo parziale dai territori finora occupati, visti gli obiettivi massimalisti ribaditi da Putin e dai suoi più stretti collaboratori. Ora, questa è una spiegazione plausibile ma non del tutto convincente: se Xi volesse soltanto garantirsi un posto al futuro tavolo delle trattative potrebbe semplicemente rivendicare la sua “terzietà”, una sorta di neutralità militare pur coltivando i rapporti diplomatici con Mosca; ma ciò contrasta, appunto, con la retorica molto assertiva e netta della partnership “senza limiti”, in cui naturalmente le parole devono essere state scelte con cura.

Si deve quindi considerare la possibilità che la leadership cinese sia alla disperata ricerca di qualcosa di diverso: qualcosa che somigli a una grande e solida alleanza (con la Federazione Russa, perché è in pratica l’unico Paese al mondo disponibile a immaginarla) per controbilanciare uno dei maggiori vantaggi strategici degli USA, cioè appunto le alleanze. E’ come se Pechino stesse tentando, senza riuscirci, di imitare Washington, inviando messaggi di sostegno “ironclad” per quello che di fatto è il suo unico alleato. Nel farlo, però, è come se si dicesse a Mosca “vorrei, ma non posso”, anche perché fondamentalmente i cinesi considerano l’invasione russa dell’Ucraina un grave errore militare. Forse, per essere ancora più precisi, Xi sembra dire a Putin “potrei (sostenerti in modo più pieno) ma non voglio”. In questo caso, il messaggio è quasi umiliante, ponendo la Russia in una posizione di questuante a cui si rifiuta un aiuto decisivo.

La circostanza che Putin tolleri un rapporto così sbilanciato con Xi è contingente, e lo sanno benissimo tutti i protagonisti: tranne l’autoritarismo, non c’è davvero alcun valore o visione del mondo che leghi la Repubblica Popolare e ciò che resta dell’URSS. Vi sono semmai alcuni interessi specifici, e assai limitati, come una certa complementarietà energetica nel settore fossile, con la Cina acquirente e la Russia fornitore. Ma sul presunto progetto di un sistema internazionale alternativo a quello attuale non si vedono grandi assonanze, vista la struttura economica dei due Paesi e il loro ben diverso livello di integrazione con i mercati globali.

E proprio da questa prospettiva si apre un piccolo spiraglio per modificare, nel tempo, la posizione cinese: Xi è comunque interessato a rivendicare un ruolo da “responsible stakeholder” nel sistema internazionale degli scambi, in cui il suo Paese ha comunque grandi vantaggi comparati ma ha anche bisogno di conservare un buon accesso ai mercati europei e nordamericani. A maggior ragione in una fase di probabile “normalizzazione” dei tassi di crescita cinesi, che consigliano maggiore prudenza rispetto agli ultimi anni di grande espansione e assertività. Pechino potrebbe allora accettare qualche compromesso, lasciando che la Russia venga ulteriormente ridimensionata nelle sue ambizioni neo-imperiali, che peraltro vanno a cozzare con gli interessi cinesi almeno in Asia centrale.

Il doppio standard si potrebbe allora perfino trasformare in un “doppio binario”, per cui NATO, UE, G7 coltiverebbero rapporti cooperativi con la Cina in alcuni settori pur mettendo rigidi paletti in altri (alcune tecnologie, infrastrutture strategiche, rivendicazioni territoriali etc.). In questo quadro, una partnership sino-russa “con molti limiti” sarebbe una scommessa sensata. Quanto all’ipotesi che Pechino possa costruire una rete di alleanze a imitazione della strategia americana, è bene che gli eredi di Xi adottino davvero un’ottica di lungo periodo alla quale si dice che i cinesi siano votati, perché di strada ce n’è da fare moltissima.

 

 

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