La notizia, in apparenza minuta, è in realtà una cartina di tornasole: sei slot alla Russia e quattro alla Bielorussia per i Giochi Paralimpici di Milano Cortina 2026, e soprattutto il via libera a gareggiare sotto bandiera e inno nazionali. Dieci atleti non spostano un medagliere; spostano però il confine politico di ciò che il sistema sportivo internazionale considera ormai “normalizzabile”. Il punto non è l’aritmetica: 2 posti nello sci alpino, 2 nel fondo, 2 nello snowboard per la Russia; 4 nel fondo per Minsk. Il punto è la simbologia: l’IPC – International Paralympic Committee – ha compiuto un passo che oggi l’ecosistema olimpico, almeno formalmente, continua a evitare. Ai Giochi appena conclusi, infatti, la linea è stata quella degli atleti neutrali (AIN, Atleti Individuali Neutrali), senza bandiera e senza inno.
Per capire, però, perché questa decisione “pesa”, serve ricordare che la Russia non è nuova a un regime di eccezione nello sport paralimpico. Nel 2016 l’IPC sospese il Comitato paralimpico russo e la Russia fu esclusa dalle Olimpiadi estive di Rio: un precedente duro, legato alla questione del doping sistemico e alla compliance – conformità adempimento verificabile alle regole – con i codici antidoping.
Nel 2018, a Pyeongchang (Olimpiadi invernali in Corea del Sud), Mosca rientrò ma da neutrale (Neutral Paralympic Athletes): una formula-ponte che separava, almeno sulla carta, l’atleta dallo Stato.
Poi è arrivato il 2022: alla vigilia di Pechino (ancora Olimpiadi invernali) l’IPC prima predispose un dispositivo di neutralità per russi e bielorussi, poi – di fronte al deterioramento del contesto e alle conseguenze sulla “sostenibilità” dei Giochi, cioè la loro tenuta complessiva, per evitare che la presenza di russi e bielorussi facesse saltare partecipazione, sicurezza e credibilità dell’evento – rifiutò le richieste di entrambi. È un passaggio chiave: l’IPC ammise esplicitamente che, oltre ai principi, contano anche le condizioni materiali e di sicurezza – il rischio di tensioni reali tra staff e atleti in un contesto emotivamente e politicamente incandescente – e tenuta – di attenzione, di pubblico e quindi commerciale – dell’evento.
In questo quadro, la svolta attuale non è un fulmine a ciel sereno: matura con la decisione dell’Assemblea generale IPC di settembre 2025 di ripristinare i diritti di membership e, sul versante tecnico giuridico, con la vicenda CAS (la Corte Suprema dello Sport, un organismo indipendente che risolve dispute legali legate al mondo sportivo attraverso l’arbitrato e la mediazione) – FIS (Federazione Internazionale Sci e Snowboard, nota come International Ski and Snowboard Federation, l’organismo mondiale che governa gli sport invernali) di dicembre 2025, che ha riaperto l’accesso a eventi di qualificazione e al percorso verso Milano Cortina, pur dentro criteri IOC per gli atleti che gareggiano senza bandiera.
Governance sportiva e principio di neutralità politica
Nello sport globale, la neutralità è sempre un artificio: utile, spesso necessario, ma artificio. Proprio per questo è una tecnologia politica: consente di mantenere il canale sportivo aperto senza legittimare apertamente lo Stato. L’IPC, consentendo bandiera e inno, riduce invece la distanza fra prestazione atletica e rappresentazione nazionale.
È qui che la decisione diventa un segnale: non tanto “verso Mosca”, quanto verso il sistema. Perché indica che una parte delle istituzioni sportive internazionali è pronta a considerare esaurita – o comunque gestibile – la fase dell’eccezione legata alla guerra, almeno per una quota controllata di partecipazione.
Non a caso, la reazione politica si è concentrata proprio sul piano simbolico: l’Italia, Paese ospitante, ha chiesto all’IPC di riconsiderare la scelta; l’Ucraina ha annunciato il boicottaggio delle cerimonie e degli eventi ufficiali, pur con gli atleti in gara.
C’è un aspetto meno raccontato ma centrale: la frammentazione regolatoria. Federazioni, comitati, tribunali sportivi e governi si muovono su piani diversi. La sentenza/indirizzo del CAS sul perimetro FIS riguarda la possibilità di partecipare, e con quali criteri, a eventi di qualificazione e, più in generale, il rapporto tra statuti federali e principi di non discriminazione/political neutrality nel diritto sportivo. Nel diritto sportivo, infatti, la “neutralità politica” è l’idea che le organizzazioni sportive e le competizioni debbano restare fuori dalla contesa politica, per proteggere tre cose: universalità della partecipazione, uguaglianza tra atleti, integrità dell’evento. È un principio più “costituzionale” che morale: serve a far funzionare un sistema globale con Stati, governi e conflitti dentro. Detto in modo pulito: lo sport non deve diventare un’arena di propaganda o di conflitto tra Stati.
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Come si traduce in regole? Divieto di propaganda/simboli politici in campo: molte carte sportive vietano “dimostrazioni” o messaggi politici durante eventi e cerimonie (gesti, striscioni, slogan, messaggi su divise); non perché “la politica non esiste”, ma perché l’evento non diventi ostaggio di una guerra di simboli. Autonomia dell’ordinamento sportivo: le federazioni rivendicano di decidere secondo regole sportive, non su ordine dei governi; è la neutralità come “non allineamento” istituzionale (almeno in teoria). Neutralità come misura tecnica: quando esplode un conflitto, la neutralità può diventare una soluzione di compromesso: atleti ammessi senza bandiera, inno, colori, stemmi, delegazione, spesso sotto sigle tipo “neutral or independent”. Qui la neutralità non è un valore astratto: è un dispositivo per separare l’atleta dallo Stato.
Ma l’IPC, facendo leva sul ripristino della membership e sul meccanismo dei bipartite slots – pensati per atleti penalizzati da circostanze fuori controllo –, imprime un’accelerazione che non è “imposta” dal contenzioso: è una scelta di policy. Nel sistema paralimpico i bipartite slots sono posti di qualificazione assegnati “a discrezione” (non automaticamente tramite ranking o risultati) da una Commissione Bipartita composta da IPC più Federazione Internazionale dello sport. Servono a far funzionare i Giochi quando la pura logica “sportiva” (ranking, standard, quote per Paese) produrrebbe buchi o storture. In pratica: una piccola “valvola di regolazione” per tenere insieme merito, rappresentatività e qualità del campo gara.
E allora, quale autorità decide quando un conflitto smette di essere incompatibile con i simboli della rappresentanza nazionale? E con quali criteri verificabili? Perché, se lo sport è anche diplomazia informale, il rischio è che la normalizzazione avvenga per inerzia giuridica – sentenze, ricorsi, compliance formale – più che per una valutazione politica esplicita e condivisa.
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L’idea che la mossa IPC “anticipi” l’IOC è plausibile ma non automatica: i due sistemi (IPC e IOC), infatti, sono collegati, ma non sono un organismo unico, quindi una decisione dell’uno può creare pressione e precedente per l’altro, senza però “obbligarlo” né determinare per forza lo stesso esito. Anzi: oggi vediamo una divergenza. Ai Giochi Olimpici la neutralità resta la cornice; a quelli Paralimpici si riapre ai simboli. Questa asimmetria racconta due cose.
La prima: il movimento paralimpico, nato per allargare accesso e riconoscimento, tende a rivendicare un universalismo più “inclusivo” anche quando il contesto internazionale spinge verso l’esclusione. La seconda: proprio perché la platea mediatica è più piccola, il costo reputazionale di una scelta controversa può apparire – cinicamente – più gestibile.
Eppure il “costo” politico è già visibile: boicottaggi istituzionali, frizioni nel Paese ospitante, e un nuovo terreno di scontro su cosa significhi, oggi, il lessico olimpico della tregua e dei valori. La “tregua olimpica” è una prassi (e oggi anche un impegno politico-formale) che accompagna i Giochi: l’idea è che, nel periodo olimpico e paralimpico, gli Stati sospendano o riducano le ostilità e garantiscano passaggi sicuri per atleti e delegazioni. Nasce dalla “ekecheiria” dell’antica Grecia: non un’ingenuità pacifista, ma un patto pratico per permettere ai Giochi di esistere. Nel Novecento è stata ripresa dal movimento olimpico come filosofia civile: lo sport come spazio comune, dove l’avversario non è un nemico e la competizione è una forma di riconoscimento reciproco. Oggi viene ribadita regolarmente anche in sede ONU, proprio come segnale: i Giochi pretendono di essere, almeno per qualche settimana, un’interruzione del mondo così com’è.
Dieci atleti, in questo caso, sono un test controllato. Se la crisi resta confinata, il precedente rischia di diventare una prassi: prima le quote limitate, poi l’ampliamento, poi la “piena normalità”. Se invece l’onda politica cresce – anche dentro l’Europa, e soprattutto tra Paesi direttamente coinvolti – l’IPC potrebbe trovarsi a gestire una contraddizione classica: difendere la propria autonomia decisionale oppure riconoscere che, nel 2026, l’autonomia dello sport non è mai solo sport.
Il perimetro sportivo e quello politico
E qui la vicenda esce definitivamente dal perimetro sportivo. Perché la partita non riguarda soltanto la Russia “che torna”, ma l’Europa (in questo caso l’Italia) che ospita e, più in generale, un sistema internazionale che sta imparando a convivere con conflitti lunghi senza produrre più un consenso stabile su cosa sia accettabile. La riammissione con bandiera e inno, anche per soli dieci atleti, funziona come un test a bassa intensità: misura quanto regge la linea delle sanzioni simboliche quando la guerra non finisce, le crisi si stratificano e la politica estera diventa gestione dell’attrito più che costruzione di ordine.
Per Mosca, ogni rientro “in chiaro” è un precedente utile: non cancella l’isolamento economico e diplomatico, ma lo corrode nella dimensione reputazionale, quella più difficile da sanzionare e più facile da trasformare in racconto interno: “il mondo ci riconosce”. Per gli organismi sportivi, invece, la tentazione è speculare: depoliticizzare per continuare a funzionare, ridurre il rischio di boicottaggi totali, rivendicare autonomia. Il risultato è una zona grigia in cui regole, sentenze, eccezioni e slot diventano strumenti di una diplomazia indiretta: non la tregua olimpica, ma una tregua burocratica, fatta di ricorsi, compliance e compromessi tecnici.
In questo senso Milano Cortina, dal 6 al 15 marzo, sarà un laboratorio anche per l’Occidente: mostrerà la difficoltà di tenere allineati attori che rispondono a logiche diverse – governi, tribunali sportivi, federazioni, comitati – e che, in un mondo più frammentato, offrono alle potenze revisioniste un terreno ideale per il “forum shopping”, cioè la possibilità di cercare l’istituzione più permeabile per rientrare dal varco più stretto. Se la neutralità era un argine simbolico, il ritorno dei simboli nazionali segnala che l’argine si sta abbassando. E quando gli argini si abbassano, non serve un’inondazione: basta una prima crepa per far cambiare, lentamente, il paesaggio.
In una lettura più prudente, però, l’IPC può rivendicare un’altra logica: mantenere aperto un canale di competizione regolata, limitata e tracciabile, evitando che l’esclusione assoluta produca effetti collaterali difficili da governare: radicalizzazione, spostamento verso circuiti paralleli, ulteriore politicizzazione delle federazioni. È l’idea, tipicamente multilaterale, che l’inclusione condizionata possa funzionare come strumento di stabilizzazione e non come premio, soprattutto quando l’obiettivo non è “assolvere” uno Stato ma gestire un sistema (in questo caso, quello dello sport olimpico e paralimpico) che deve restare operativo.
Il problema, semmai, è che questa impostazione richiede trasparenza sui criteri e coerenza fra istituzioni: senza un quadro condiviso, l’inclusione rischia di essere letta come cedimento, e la neutralità come una finzione intermittente, modulata in base ai rapporti di forza più che a regole esplicite.