Fratture e incertezze nel mercato del rame

I colloqui tra i due giganti dell’industria mineraria, Rio Tinto e Glencore, per una possibile fusione di circa 260 miliardi di dollari si è ancora una volta arenata per la mancanza di un accordo che accontentasse entrambe le parti. La negoziazione è avvenuta in un contesto in cui il rame è divenuto una risorsa strutturalmente scarsa e politicamente sensibile. Non è, dunque, casuale se il prezzo del rame abbia superato in queste settimane i 13.000 dollari per tonnellata, spinto verso l’alto dalla crescita della domanda legata a veicoli elettrici, reti elettriche, data center e, più generalmente, infrastrutture per la transizione energetica ed ecologica, in un contesto in cui il controllo delle miniere non è più solo un tema industriale, ma anche, e forse soprattutto, una leva che incide sulle traiettorie di sviluppo economico delle singole nazioni o dei gruppi di nazioni come l’Unione europea.

Rame nativo

 

La nuova società, frutto della fusione tra Rio Tinto e Glencore, avrebbe controllato una quota rilevante sia delle miniere attualmente operative – per esempio la miniera di Escondida in Cile, la più grande al mondo per produzione di rame, della quale Rio Tinto detiene circa il 30% – sia dei pochi grandi progetti in grado di entrare in produzione nel prossimo decennio, come la miniera di Alumbrera in Argentina, che Glencore ha annunciato di riattivare già entro il 2028. Questo avrebbe significato che una singola impresa privata avrebbe poi potuto influenzare quanta parte dell’offerta futura di rame sarebbe effettivamente arrivata sul mercato globale negli anni in cui nelle economie avanzate, e in parte nelle emergenti o pseudo-emergenti, sono in corso processi di elettrificazione dei trasporti, dell’industria e della difesa, anche con l’uso crescente di batterie elettriche.

 

La megafusione non avrebbe riguardato solo la scala produttiva. Glencore è uno dei maggiori operatori mondiali nella compravendita di metalli ed energia, mentre Rio Tinto è uno dei più solidi produttori di minerali grezzi (upstream). La loro integrazione avrebbe combinato l’estrazione fisica al controllo dei flussi commerciali. In questo modo, il nuovo gruppo industriale avrebbe avuto la capacità di decidere dove e a chi allocare il rame, attraverso contratti di lungo periodo e reti logistiche proprie. Per attività economiche come automobili elettriche, difesa e infrastrutture di rete, questo si sarebbe probabilmente tradotto in una maggiore dipendenza da pochi fornitori globali.

Le implicazioni geopolitiche, e in parte geoeconomiche, sono amplificabili a seconda dei luoghi in cui i due gruppi minerari possiedono i siti produttivi e dal tipo di minerali da essi estratti e raffinati.

 

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Rio Tinto è concentrata in paesi appartenenti all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e in metalli significativi per la transizione energetica ed ecologica. Glencore, invece, possiede miniere cruciali in giurisdizioni ad alto rischio politico, come la Repubblica Democratica del Congo, ed estrae e commercializza globalmente minerali sempre in bilico tra la sopravvivenza e la definitiva messa al bando, come il carbone per la produzione di energia elettrica. La fusione tra Rio Tinto e Glencore avrebbe quindi collegato le filiere logistico-produttive occidentali a territori politicamente instabili e influenzati da paesi come Russia e Cina, creando vulnerabilità che nessun singolo Stato potrebbe controllare, e forse neanche sostenere.

Anche i prezzi ne avrebbero forse risentito. In un mercato già caratterizzato da deficit attesi di offerta, la concentrazione in poche mani avrebbe reso più probabili interruzioni locali della produzione e della logistica – per esempio per scioperi, ritardi regolatori, rovesci di governi – che si sarebbero riflettuti immediatamente sui mercati globali. Non serve un cartello per manipolare l’offerta, è sufficiente che pochi grandi gruppi decidano tempi e priorità degli investimenti.

Il contesto attuale del settore minerario tende poi a rafforzare questa dinamica. Dopo la fusione tra Anglo American and Teck Resources avvenuta nell’autunno scorso, il numero di grandi impianti disponibili per essere acquistati si è ridotto, spingendo i colossi rimasti a cercare dimensioni maggiori per garantirsi riserve future. Per Rio Tinto l’acquisizione di Glencore sarebbe stato anche il modo più rapido per colmare un deficit di crescita nelle attività del rame rispetto ai concorrenti.

 

Per i decisori politici la lezione dovrebbe apparire comunque chiara. Il rame è ormai una risorsa che rientra nella sicurezza industriale dei singoli paesi o di gruppi di paesi integrati economicamente. Valutare questa operazione, seppure non realizzatasi, solo con criteri tradizionali di tutela della concorrenza sarebbe insufficiente. Per i tentativi futuri, i governi dovrebbero prontamente intervenire per legare l’approvazione delle megafusioni a impegni su continuità delle forniture, trasparenza dei contratti e accesso non discriminatorio per i settori rilevanti. Nel frattempo, i governi comunitari e nazionali dovrebbero promuovere (e accelerare), gli investimenti pubblici e privati in nuove miniere, riciclo e tecnologie sostitutive, per evitare che una quota eccessiva della transizione energetica ed ecologica occidentale dipenda da un unico gruppo privato a carattere transnazionale oppure appartenente a Paesi politicamente rivali.

 

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Se si fosse compiuta la megafusione, «GlenTinto», così come la nuova entità era già chiamata dalla stampa anglofona, non sarebbe solo stato il più grande gruppo minerario del mondo, ma anche uno dei più grandi gruppi di controllo di quell’economia del XXI secolo che si fonda sulla produzione e sul consumo dell’elettricità. E questo, più di qualsiasi sinergia industriale o massimizzazione del profitto degli azionisti, è il vero nodo politico delle megafusioni in attività economiche che concernono le materie prime, che siano minerali, prodotti agricoli o energia.

 

 

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