Draghi e Biden a Washington

 Joe Biden, che Mario Draghi incontra oggi alla Casa Bianca, è sostenuto nelle sue scelte sull’Ucraina da una opinione largamente favorevole del paese. Il presidente americano è molto debole all’interno e perderà probabilmente le elezioni di mid-term nel novembre prossimo. Gli americani non voteranno sull’andamento della guerra in Ucraina; voteranno sull’inflazione e sui posti di lavoro negli Stati Uniti. Ma il forte appoggio di Washington alla resistenza ucraina è uno dei pochi temi su cui esiste consenso: semmai, una parte dell’opinione pubblica e dei Repubblicani pensa che la Casa Bianca faccia troppo poco, non troppo, per sostenere Volodymyr Zelenski.

Mario Draghi e Joe Biden nel giugno del 2021 al G7 in Cornovaglia

 

L’invasione russa dell’Ucraina ha infatti prodotto un cambiamento drastico di percezioni nell’opinione pubblica americana. Secondo un sondaggio recente del Pew Research Center, il 70% degli intervistati considera ormai la Russia un nemico degli Stati Uniti, mentre prima del 24 febbraio era una minoranza degli americani a pensarla così. Non solo: che la Russia sia un nemico è una opinione condivisa dai Democratici e dai Repubblicani, che erano nettamente divisi su questo punto durante la presidenza Trump, anche per il peso delle interferenze russe – vere per i democratici, false per i repubblicani – nella campagna elettorale del 2016.

Il giudizio sulla Russia come nemico si accentua guardando a Vladimir Putin: solo il 6% degli intervistati ha una opinione favorevole del leader del Cremlino, mentre il 72% ha fiducia nelle scelte di Volodymyr Zelenski. E questo spiega perché Donald Trump, che ancora definiva Vladimir Putin un “genio” alla metà del febbraio scorso, abbia cambiato registro: la tesi, adesso, è che soltanto una sua presidenza avrebbe evitato la guerra e rimesso in riga il Cremlino. Si può aggiungere, sempre secondo sondaggi del Pew, che una maggioranza degli americani (il 62%) ritiene che la partnership fra Cina e Russia costituisca un problema molto serio per la sicurezza degli Stati Uniti. Come ha sostenuto il direttore della CIA, Bill Burns, a una conferenza del Financial Times, la Cina resta la “maggiore sfida geopolitica a lunga termine”, anche se l’invasione dell’Ucraina dimostra che le potenze in declino (la Russia) possono essere altrettanto destabilizzanti di quelle in ascesa.

Se mettiamo insieme questi dati, diventa chiaro che la politica di Biden verso l’Ucraina è sostenuta da un paese che ritiene comunque, nonostante i suoi istinti isolazionisti, di avere una missione da svolgere nel mondo. La combinazione fra queste due pressioni (isolazionismo e idealismo) produce un appoggio netto all’aumento progressivo degli aiuti militari e di intelligence, ma evitando un coinvolgimento diretto di soldati americani in Ucraina. Si può aggiungere che, a differenza di quanto accade in Europa, la guerra è considerata lontana e il peso delle sanzioni alla Russia non è rilevante. Mentre esiste un’influenza specifica della popolazione americana di origine polacca, con i suoi legami con l’Ucraina occidentale.

Per tutte queste ragioni, l’America è psicologicamente pronta a una nuova guerra fredda con la Russia, che fa le sue prove in Ucraina. Sa che l’esito del conflitto avrà un’influenza sugli assetti globali e sullo status internazionale degli Stati Uniti, anche rispetto all’ascesa della Cina; e quindi non ritiene che la priorità sia fermare la guerra ma sia di fermare la Russia, riducendone le capacità.

Mario Draghi ha dietro di sé un’opinione pubblica mossa da impulsi diversi e divisa sulle scelte da compiere: secondo il monitoraggio di IPSOS, l’appoggio alle sanzioni è in diminuzione e il 50% circa degli intervistati (fine aprile) è contrario a nuovi aiuti militari. Mentre i dati di Eurobarometro sulla risposta europea all’Ucraina indicano che solo il 39% degli italiani (contro il 58% dei tedeschi, il 49% dei francesi, il 53% degli spagnoli) concorda totalmente con la tesi che la Russia sia la prima responsabile della crisi in Ucraina. La conclusione possibile è che la guerra sta già producendo una sua fatigue: quanto più durerà il conflitto, tanto più il fronte interno italiano diventerà fragile.

Mario Draghi ha quindi un duplice compito a Washington: garantire che il governo che presiede terrà una linea coerente di appoggio alla resistenza ucraina; ma spiegare anche che il sostegno economico e militare a Kiev ha bisogno di essere guidato, per essere mantenuto nel tempo, da obiettivi politici chiari e definiti. Il premier italiano è più che consapevole della differenza che passa fra una pace e una resa: senza la fornitura di armi pesanti all’Ucraina, Kiev non sarebbe nelle condizioni di negoziare alcun accordo, dovrebbe semplicemente cedere ai disegni neo-imperiali di Putin. Cosa che non risponde affatto alla volontà degli ucraini stessi, ai valori democratici dell’Ue e alla sicurezza europea.

Esistono tuttavia, nei singoli paesi europei e fra di loro, asimmetrie e divisioni: lo shock della guerra le ha in parte occultate; l’aumento dei costi e dei rischi legati al conflitto tenderà a riproporle, come dimostra il difficile compromesso sulle sanzioni petrolifere. La Casa Bianca dovrà tenere conto di questo rischio politico, così come gli europei devono avere chiare le pulsioni della politica estera americana: se la guerra in Ucraina apre lo scenario di una nuova guerra fredda con la Russia, la coesione e tenuta dei fronti interni occidentali saranno infatti un fattore decisivo.

 

 


*Una versione di questo articolo è uscita su Repubblica dell’8 maggio.

 

 

 

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