La dottrina tedesca di politica estera

Consiglierei ai lettori anche italiani di leggere l’articolo di Frank-Walter Steinmeier, pubblicato pochi giorni fa sul New York Times. Un buon articolo per due ragioni: la prima è che il Ministro degli Esteri tedesco spiega con molta chiarezza i punti su cui è basata la risposta di Berlino e Parigi al conflitto in Ucraina. Non c’è nulla di particolarmente nuovo; ma il messaggio, per un’Italia sempre pronta a impegnarsi nel dialogo con Mosca, è che tale dialogo – voluto anche da Berlino – richiede fermezza, non cedevolezza. Soprattutto perché il significato della crisi ucraina è di avere minato le premesse dell’ordine europeo post-1989.

Seconda ragione per leggere Steinmeier: l’auto-definizione della Germania quale chief facilitating officer, attore principale dell’Europa e principale “facilitatore”, nella relazione con gli Stati Uniti. Noi italiani useremmo un’espressione un po’ diversa e meno freddamente gerarchica; ci auto-definiremmo “ponte”, probabilmente, come abbiamo fatto di norma (e senza grandi successi) in altri contesti. In ogni caso, questa storia del chief facilitating officer conferma che Berlino ha deciso di riprendere in mano la causa del TTIP, il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti. Poiché molte delle obiezioni recenti al TTIP (sul lato europeo) venivano proprio dalla Germania, non solo dalla Francia, si tratta di uno spostamento importante. Dal punto di vista geopolitico, Berlino si colloca così sia al centro della relazione con la Russia (da ricostruire a certe condizioni) che al centro del rapporto con Washington (da tutelare e potenziare). Su entrambi i lati la Francia viene vista come utile supporto, mentre sul lato atlantico perde peso la Gran Bretagna, alle prese con le elezioni e con la propria auto-emarginazione dal cuore della politica europea. Se poi Londra, come pare, dovesse decidere di ridimensionare le proprie ambizioni militari, anche il suo vantaggio comparativo residuo – la capacità militare, appunto – verrebbe appannato.

Il messaggio essenziale che arriva da Berlino è insomma il seguente: la Germania ha riscoperto la politica estera e di difesa. Per troppi anni, la Germania si era “accomodata” nella sua posizione di potenza economica e basta, con una visione internazionale quasi mercantilista. Come riconosce nel suo articolo Steinmeier, Berlino poteva rifuggire da responsabilità più dirette e costose, in materia di sicurezza, utilizzando le giustificazioni della storia e riparandosi dietro al cosiddetto “ombrello” americano. Le cose stanno rapidamente cambiando. Da una parte Berlino sa di non potere più essere un egemone solo economico; dall’altra, l’America chiede da lungo tempo che gli europei si assumano le proprie responsabilità. La Germania ha finalmente deciso di guardare in faccia la realtà: l’Europa non potrà mai essere una Grande Svizzera.

Nel 2014, dopo un famoso discorso in cui il Presidente Jaochim Gauck esortava il Paese a non farsi più scudo del passato per eludere le responsabilità del presente, Steinmeier ha lanciato una sorta di grande consultazione pubblica sulla politica estera. Da cui è emerso che l’opinione pubblica resta riluttante ad assumere maggiori impegni internazionali ma è consapevole che la Germania, specie dopo la crisi ucraina, non può più evitare il suo ruolo di potenza centrale di un sistema europeo fortemente vulnerabile – e non più garantito da altri.

Angela Merkel ne ha tratto le conseguenze, come dimostra la sua famosa maratona diplomatica (a metà febbraio) per cercare di tamponare il conflitto in Ucraina. Steinmeier segue lo script della Cancelliera, teorizzando che la Germania, “potenza di mezzo”, deve darsi gli strumenti anche militari per esercitare un’influenza internazionale effettiva. Utilizzando formati ristretti (il triangolo di Weimer, il gruppo di Normandia); ma in nome dell’Europa e – aggiungeremmo noi – di chi, fra gli europei, sa e vuole esserci.

In una lettura italiana dell’articolo del Ministro degli Esteri tedesco, conta ciò che c’è – una mini/dottrina di politica estera da parte dell’egemone riluttante – ma anche ciò che c’è troppo poco. E troppo poca è l’attenzione, da parte di Steinmeier, per le crisi del fronte Sud. Ecco dove è molto utile che Paolo Gentiloni aggiunga la sua voce a quella del collega tedesco: l’ordine europeo post 1989 è messo in discussione ad Est, ma stanno insieme crollando a Sud, con ripercussioni dirette per la sicurezza europea, confini ancora più antichi.

La Germania, per proporsi come il chief officer dell’Europa in politica estera, non può ignorare il rischio di una frattura geopolitica dell’UE sull’asse Nord-Sud: una frattura economica (Grexit) e di sicurezza (Siria, Libia). L’Italia è un Paese essenziale con cui affrontare le sfide del Mediterraneo. Prima che la politica estera comune diventi realtà, o prima che possa nascere l’esercito europeo di cui parla in questi giorni il Presidente della Commissione, sono gli sforzi combinati dei singoli Paesi a contare. Se la Germania è ormai pronta ad assumersi le responsabilità internazionali commisurate al suo peso economico, è interesse diretto dell’Italia rispondere insieme alla grande crisi del fronte Sud dell’Europa.

Comments (0)
Add Comment