La 19° Knesset: il possibile consenso centrista di fronte alla sfida di religiosi e coloni

Le elezioni israeliane sono state seguite con una certa trepidazione, sia in patria che all’estero. In realtà, l’unico dato di un certo interesse è stata l’incapacità dei media e dei sondaggisti israeliani di prevedere il voto di quell’elettorato centrista che in passato ha votato per il partito Kadima di Sharon e Olmert, critico verso il Likud o sostenitore del Labour. Al di là del risultato di apparente parità tra le due coalizioni di centro-destra e centro-sinistra, che hanno ottenuto 60 seggi l’una, il dato maggiormente rilevante è stata l’affermazione di Yair Lapid e del suo nuovo partito Yesh Atid, una forza di centro che aspira a rappresentare i “moderati” israeliani. Questo partito ha ottenuto 19 seggi, ma cosa rappresenta e quale progetto intende portare avanti?

Fin da quando aveva indetto elezioni anticipate, era chiaro che Netanyahu, convinto della propria forza e di quella della coalizione Likud-Beitenu, sarebbe stato l’unico possibile candidato a primo ministro. Nessun leader di destra, centro o centro-sinistra ha seriamente provato a contrastarlo: la campagna elettorale è stata impostata fin dall’inizio da tutti i partiti all’insegna della ricerca del maggiore consenso possibile su alcuni temi urgenti. Tra questi non ha figurato né la politica estera in senso ampio – ovvero soprattutto la questione nucleare iraniana, né il “futuro dei territori”, ovvero il destino dei due milioni e mezzo di Palestinesi della Cisgiordania – un tema che nel dibattito israeliano si colloca tradizionalmente a metà tra la politica estera e quella interna, a seconda che venga percepito come dibattito sui “due Stati” o sulle colonie.

Altri temi cruciali visibilmente assenti sono stati la situazione delle finanze del paese, che registra un deficit statale pari a 39 miliardi di NIS (4.2% del prodotto interno lordo). Le proporzioni e le implicazioni del deficit sono state segnalate dal governatore della Banca Centrale israeliana Stanley Fischer in un rapporto pubblicato pochi giorni prima del voto. In quel rapporto, la Banca Centrale ha preannunciato anche per Israele la necessità di intraprendere serie misure di austerità, incluso il rialzo delle tasse.

I temi al centro della campagna elettorale sono stati dunque altri?

Innanzitutto, ha prevalso una retorica elettorale che ha dipinto Israele come un paese “normale”: un paese che deve soprattutto garantire e assicurare la propria stabilità interna, in un momento in cui la coesione sociale è a rischio a causa della contrapposizione tra chi vuole riformare i privilegi di alcune categorie sociali e chi li vuole mantenere. La contesa è principalmente tra religiosi e laici, intendendo in questo caso per “religiosi” soltanto quelle comunità e gruppi che non partecipano al servizio militare, non lavorano, non studiano (a parte la Bibbia) e non intendono rinunciare ai vitalizi che lo Stato eroga loro proprio in quanto “studiosi della Torah”. Il dibattito, però, non riguarda il ruolo che la religione dovrebbe avere all’interno della società israeliana, ma piuttosto il peso economico dell’esenzione degli ebrei ultraortodossi dal servizio militare e dall’occupazione attiva. Molti di coloro che hanno votato partiti “laici” – Likud Beitenu, Yesh Atid, Ha-Tnuah, Labour e perfino Ha-Bayit ha-Yehudi – condividono questa impostazione, pur avendo concezioni completamente diverse sul ruolo che la religione dovrebbe giocare nella società israeliana.

Un’altra questione di politica economica è quella riguardante il costo della vita. Una grande maggioranza di israeliani chiede un calo dell’inflazione, dei prezzi del mercato immobiliare, un maggiore controllo da parte dello Stato sulle lobby degli alimentari, delle armi e della tecnologia informatica, e una minore concentrazione della ricchezza.

Infine, i moderati israeliani considerano la “questione delle colonie” risolvibile sulla via indicata dall’astro nascente Yair Lapid, una visione complessivamente maggioritaria all’interno del paese: riconoscimento delle colonie più popolose o attigue alla Linea Verde (come Ariel), e smantellamento e abbandono degli avamposti più ideologici o maggiormente incuneati all’interno della Cisgiordania o collocati in prossimità di località palestinesi (con l’esclusione di Gerusalemme, la cui indivisibilità resta non negoziabile). Su questi temi esiste una forte convergenza tra tutte le forze moderate del paese, senza differenze rilevanti tra destra e sinistra, e nemmeno tra Likud Beitenu e quelle forze – come il Labour – che nel prossimo governo saranno all’opposizione.

È quindi possibile prevedere la creazione di una larga maggioranza aggregata intorno a queste tre questioni: servizio militare universale, maggiore equità sociale e ripristino del potere d’acquisto della classe media, e distinzione tra “colonie di popolamento” e “colonie ideologiche”. Una simile coalizione includerebbe tre dei quattro principali partiti usciti vincitori dalle urne – Likud Beitenu, Yesh Atid, Labour – con una maggioranza di 65 deputati. Per la prima volta verranno così esclusi tutti i partiti religiosi e il temibile avversario di estrema destra Ha-Bayit ha-Yehudi, ai quali si potrebbero aggiungere anche i sei seggi conquistati da Tzipi Livni. Tale Groesse Koalition avrebbe una forte identità d’intenti in politica interna, e potrebbe accondiscendere alle pressioni internazionali che puntano ad una ripresa dei contatti diretti con l’ANP per riavviare il processo di pace. A questo punto, il processo di pace non sarebbe più pensabile sulle linee impostate ad Oslo, ma potrebbe assicurare ai Palestinesi della West Bank la fine dell’occupazione diretta, lo smantellamento di alcune colonie sensibili e, complessivamente, una maggiore autonomia: per la situazione di abbandono e disunione in cui versano attualmente Abu Mazen e l’ANP, un percorso simile potrebbe costituire l’unica alternativa percorribile.

Nelle prossime tre settimane di consultazioni, Netanyahu ha concrete possibilità di formare una squadra di governo credibile, ma il primo test sarà rappresentato proprio dalla tenuta interna dei partiti. Tre sono, infatti, a rischio di sfaldamento: il primo è proprio il Likud-Beitenu, che dopo aver fuso i due partiti originali nel tentativo di creare un partito unico più forte, ha visto drasticamente ridimensionarsi il suo peso elettorale. Al di là delle differenze che persistono tra i due leader, Lieberman e Netanyahu, (in virtù del loro controllo personale e diretto sui propri deputati), è possibile che alcuni membri abbandonino il Likud Beitenu a favore di Ha-Bayit ha-Yehudi. Ciò potrebbe accadere se Netanyahu si esprimesse a favore dello smantellamento di alcune colonie. Tale scelta rafforzerebbe il campo dell’estrema destra, il cui sostegno verrebbe anche alimentato dall’esclusione dal governo del partito di Naftali Bennet, nonostante il relativo successo elettorale (è il quarto partito). L’altro partito a rischio sfaldamento è Yesh Atid, che pur rappresentando la più grande sorpresa elettorale di queste elezioni, non ha una vera organizzazione con organi di base, militanti ed una dirigenza coesa, e per questa ragione ha schierato nelle proprie liste candidati profondamente disomogenei anche per esperienze politiche. In effetti, più che un partito, Yesh Atid è una lista di esponenti della società civile che hanno sottoscritto un patto con gli elettori su alcune questioni chiave come le rivolte sociali e l’equa ripartizione degli obblighi militari, ma la pensano molto diversamente su questioni altrettanto sensibili come l’Iran e Hamas.

Infine, è prevedibile che nel partito laburista si crei una faida interna rispetto alla leader Yachymovich, a seguito del modesto risultato elettorale ottenuto dal partito: è accusata di una gestione eccessivamente personale del partito e di una visione troppo riformista, incentrata quasi unicamente sulla giustizia sociale a discapito dei tradizionali “cavalli di battaglia” del partito, ovvero l’eredità di Rabin e il processo di pace. 

È difficile, invece, pensare che Netanyahu possa optare per la scelta più lineare – la costituzione di una maggioranza solida e più coesa nel centro-destra: una coalizione che comprenda Ha-Bayit ha-Yehudi, Shas ed eventualmente il partito ultraortodosso aschenazita United Torah Judaism, arriverebbe soltanto a sfiorare la maggioranza relativa di 60 seggi, lasciando fuori dalla coalizione di governo il secondo partito uscito dalle urne (Yesh Atid).

Si potrebbe però dare una terza eventualità, in cui il Likud Beitenu governerebbe con una maggioranza composta dall’estrema destra di Naftali Bennet (Ha-Bayit ha-Yehudi) e il centro di Yair Lapid (Yesh Atid), ottenendo così una maggioranza risicata di 61 seggi a cui si potrebbe aggiungere Ha-Tnuah o il Labour – ma lasciando fuori i partiti religiosi. Questa coalizione non potrebbe occuparsi del tema delle colonie e comporterebbe il rischio di scontrarsi con gli Stati Uniti nell’eventualità di un abbandono totale dei negoziati di pace coi Palestinesi: un’inerzia che potrebbe costare a Israele anche una terza Intifada.

Infine, va sottolineato che le preannunciate misure d’austerità previste dalla Banca Centrale contrastano con il probabile ulteriore aumento delle spese militari in funzione anti-iraniana – spese già lievitate nel 2011-2012 con l’operazione Pillar of Defense, il potenziamento dell’Iron Dome e la costruzione della barriera elettronica con l’Egitto nel Sinai. A queste spese se ne aggiungeranno altre legate al welfare, legate in particolare all’edilizia popolare.

Qualunque sia l’esito delle consultazioni tra le forze politiche nelle prossime tre settimane, dunque, il responso uscito dalle urne evidenzia l’estrema dispersione del voto in più di 33 partiti (con uno sperpero complessivo di circa 250.000 voti per partiti che non hanno superato il 2%). Il voto ha dimostrato soprattutto due cose: che Israele è un paese ancora profondamente diviso lungo linee politiche, etniche e confessionali, e che difficilmente i partiti che rappresentano “l’israeliano medio” e le sue aspirazioni riusciranno ad avere ragione del blocco dei coloni e delle forze religiose ultraortodosse.

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