Il voto egiziano, conversazione con Hani Shukrallah

“Quello che abbiamo davanti a noi è un scenario da incubo, il peggiore che potevamo aspettarci. Per noi analisti seguire i prossimi eventi sarà come guardare un film di Charlie Chaplin in tempi moderni. Alienante”, dice Hani Shukrallah, intellettuale egiziano a capo del portale inglese del quotidiano Al-Ahram, commentando i risultati del primo turno delle elezioni presidenziali egiziane. Ad arrivare al ballottaggio saranno Mohamed Morsi, leader del partito islamista della Fratellanza musulmana che ha ottenuto il 24,8% dei voti, e Ahmed Shafiq, premier dell’ultimo governo del presidente Hosni Mubarak che ha ottenuto il 23,8%. “E uno scenario spaventoso perché sembra riprodurre fedelmente le previsioni che per trent’anni ha fatto il deposto presidente, ripetendo che l’unica alternativa a lui erano gli islamisti”, aggiunge Shukrallah, che è anche direttore esecutivo della fondazione Heikal per il giornalismo arabo.

Come reagirà a questi sviluppi quella parte di popolazione che per prima si è ribellata a Mubarak e ha avviato la transizione?

In queste ore l’indecisione è la sensazione che accomuna tutti i rivoluzionari. Ci sono quanti, anche importanti intellettuali di sinistra, hanno già detto che faranno fronte comune contro il ritorno al passato per cercare di salvare la rivoluzione. Questi opteranno per il candidato della Fratellanza. Al contempo ci sono anche coloro che non sono più disposti a scegliere il minore tra i due mali. Per decenni gli arabi sono stati costretti a prendere delle decisioni infelici, sostenendo un gruppo o un uomo solo per evitare il peggio. Le primavere arabe hanno aperto una terza via: seguire la propria inclinazione politica e attendere con calma i risultati che poi arriveranno. Quanti considerano inaccettabile un ritorno al passato e non sono convinti dalla Fratellanza difficilmente si accontenteranno di scegliere tra i due che rimangono in corsa, e decideranno quindi di boicottare le elezioni.

Come si è giunti a questo scenario?

Per decenni il nostro dibattito politico è stato paralizzato da una dottrina ufficiale: non c’era confronto, e quando manca la politica il dibattito veicola esclusivamente ideologie. Se non esiste uno schema di competizione politica le ideologie portano a scontri, a battaglie di religione in cui le forze più radicate ed estremiste riescono a farsi sentire maggiormente. Queste elezioni hanno anche mostrato che gli egiziani hanno alla fine optato per personaggi su posizione più estreme, snobbando i centristi come Amr Moussa (l’ex segretario della Lega Araba, già ministro degli Esteri durante il periodo Mubarak ndr) e Abdel Monein Abu El Fotouh (l’islamista moderato, espulso dalla Fratellanza a seguito della sua decisione di candidarsi come indipendente alle presidenziali ndr). I sondaggi pre-elettorali li davano come i due front runners, ma hanno ottenuto rispettivamente il l’11% e il 17%.

Moussa e Abu El Fotouh sono anche stati gli unici che si sono sfidati in un dibattito televisivo. Questa eccessiva visibilità si è rivelata un boomerang per la loro campagna?

Decisamente. Tutti gli elettori hanno seguito il dibattito televisivo e molti hanno modificato la scelta che avevano fatto in precedenza. Moussa non ha convinto quanti erano preoccupati da una deriva islamista e Abu el Fotouh non è riuscito a fare l’equilibrista tra lo zoccolo duro della sua campagna elettorale, gli islamisti moderati e i rivoluzionari di Piazza Tahrir, e i salafiti (islamisti su posizioni più estremiste ndr) che hanno deciso di appoggiarlo quando hanno visto uscire di scena il loro candidato. Abu el Fotouh voleva presentarsi come il presidente dell’unità, ma quanti hanno paura di un Islam radicale non si sono sentiti rassicurati, e d’altro canto coloro che ritengono la religione prioritaria nella politica lo hanno infine tradito – lo conferma il fatto che in città come Alessandria, dove ci sono numerosi gruppi salafiti, Abu el Fotouh ha perso.

Nei grandi centri urbani, come il Cairo e Alessandria, si è imposto Hamdeen Sabbahi, il candidato di sinistra che con il 20% di voti è stato la grande sorpresa delle elezioni. Un segnale di speranza?

Sabbahi è riuscito a fare quello che si era proposto Abu el Fotouh: unire il paese. Ha raccolto voti tra artisti, intellettuali, giovani rivoluzionari, ma anche nelle classe meno abbienti. È riuscito a vincere anche ad Imbamba, il quartiere popolare del Cairo che chiamavamo la repubblica islamica della Gamaa Islamyia (gruppo militante islamico considerato terrorista da Stati Uniti e Unione Europea ndr ). Chi ha votato per lui ha scelto un candidato che non ha un legame con il vecchio regime e che non vuole mettere al centro la religione. Il suo successo confuta le teorie di quanti dicono che Piazza Tahrir non è stata capace di trovare una voce che parlasse a suo nome. I voti delle forze rivoluzionarie, se li guardiamo nel loro complesso, sono maggiori di quelli presi dai rappresentanti del vecchio regime o dagli islamisti. L’Egitto non è certo il primo paese al mondo in cui le posizioni alternative sono frammentate tra più voci e faticano a concretizzarsi. Ora Abu el Fotouh e Sabbahi hanno di fronte un’opportunità storica: possono sedersi a un tavolo e lavorare insieme per la creazione di un fronte che può attrarre altre forze. Potrebbero parlare a nome di un 45% dell’elettorato, non solo di un paio di milioni di manifestanti che riesco a portare in piazza. Ma il successo di questa iniziativa dipende anche dalla maturità che mostreranno le forze rivoluzionarie.

Difficilmente la piazza digerirà un trionfo di Shafiq, ma l’esercito accetterà una vittoria della Fratellanza musulmana anche per la presidenza?

Certamente le forze rivoluzionarie non potranno accettare la vittoria di uno degli uomini contro il quale hanno combattuto, ma quello che tutti ci chiediamo è se i militari arriverebbero a fare un colpo di stato per rovesciare il verdetto delle urne qualora non fosse di loro gradimento. È difficile che questo accada ora. Negli anno Settanta e Ottanta sarebbe stato probabile, ma adesso viviamo in un mondo globalizzato e la legittimità politica deve essere conquistata sul campo. Non è più possibile sparare su centinaia di persone senza aspettarsi ricadute sul piano delle relazioni internazionali. Gli Stati Uniti ora non potrebbero mai accettare una repressione contro gli islamisti, perché temono l’esplosione di un estremismo islamico che potrebbe essere provocato da eventi simili. È molto più probabile che i militari cerchino di raggiungere un accordo con la Fratellanza; del resto è da quando è caduto Mubarak che questi attori condividono sfere del potere e si sostengono a vicenda.

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