Il fattore mormone nella corsa alla presidenza USA

Dopo l’annuncio del predicatore Mike Huckabee che non si ricandiderà per la nomination repubblicana alle presidenziali del 2012, appare improbabile, almeno per il momento, che il fattore religioso giochi un ruolo decisivo nella campagna. Benché alcuni candidati, come Newt Gingrich e Tim Pawlenty, si collochino nella destra conservatrice, e faranno proprie alcune istanze della destra religiosa, è probabile che la corsa alla presidenza si concentri su questioni come economia, immigrazione e politica estera. Tanto più in presenza di un incumbent come Obama che si è mostrato sensibile alle istanze del mondo religioso, anche degli evangelici.

Fra i candidati, l’aspetto che per il momento ha attirato l’attenzione è l’inusuale presenza, tra i frontrunner per la nomination repubblicana, di due mormoni. Uno, il miliardario Mitt Romney, ex governatore del Massachusetts, è alla sua seconda corsa presidenziale consecutiva; l’altro è l’ex governatore dello Utah e ambasciatore di Obama in Cina, Jon Huntsman, che il 21 giugno ha ufficializzato la propria candidatura. Un evento inusuale, per una religione che è professata da meno del 2% della popolazione statunitense.

La presenza dei mormoni nella politica americana non è tuttavia un fatto nuovo, ed è propiziata dal fatto che essi rappresentano la maggioranza della popolazione in alcune aree (in particolare lo stato dello Utah). Il sistema elettorale maggioritario li favorisce rispetto ad altre minoranze meno concentrate geograficamente, che hanno più difficoltà ad eleggere propri rappresentanti. Oggi i mormoni in parlamento sono una quindicina, con figure di primo piano come Orrin Hatch tra i repubblicani e Harry Reid tra i democratici. La maggioranza dei politici mormoni è tuttavia legata alla destra conservatrice.

Questo non significa che la candidatura di politici mormoni per la nomination repubblicana, ed eventualmente per la presidenza degli Stati Uniti, non rappresenti più un tabù. Recenti sondaggi affermano che il 22% dei repubblicani non sarebbe pronto a votare per uno di loro: una percentuale negativa molto più alta rispetto a quella che si riscontra per altre minoranze. Il fatto è che i “santi degli ultimi giorni” sono ancora oggi guardati da molti con sospetto, in particolare proprio nella destra religiosa: non semplicemente come persone dalle convinzioni religiose “sbagliate” (come nella prospettiva dei cattolici), ma come seguaci di una setta, portatori di idee e pratiche contrarie al cristianesimo e alla società tradizionale. Il punto critico è la poligamia, “sconsigliata” dai leader mormoni fin dal 1890, ma ancora oggi praticata in forma dissimulata in alcuni ambienti.

È vero che la parabola politica di Barack Obama potrebbe avere aperto la strada al successo in politica ad esponenti di identità non convenzionali rispetto al mondo White Anglo-Saxon Protestant (WASP) americano. Ma è anche vero che, paradossalmente, la vita di un politico mormone fra i repubblicani è più difficile che tra i democratici. Se un candidato mormone democratico può trincerarsi dietro ad un atteggiamento laico (come già Kennedy fece mezzo secolo fa per disinnescare la diffidenza verso il suo cattolicesimo), questo è più difficile in un partito come quello repubblicano, in cui i programmi di un candidato sono valutati anche in un’ottica di valori religiosi, almeno da una parte dell’elettorato e dei media vicini al GOP.

Mitt Romney ha tentato, durante la sua prima corsa per la presidenza quattro anni fa, di mettere in secondo piano questa issue, evitando il più possibile di parlarne, e facendo caute avances al mondo evangelical. Ciò non ha soddisfatto una parte della destra religiosa, che lo ha accusato di nascondere intenzionalmente le sue vere idee in materia di religione. In quanto candidato dell’establishment repubblicano, Romney aveva potuto beneficiare degli endorsement di leader del mondo evangelical come Bob Jones III e Lou Sheldon. Ma altri, come Pat Robertson, pur di non appoggiarlo, avevano preferito il laico Rudy Giuliani. Una storia che probabilmente è destinata a ripetersi ora che Romney è un candidato di primo piano per le prossime presidenziali.

Problemi ancora più gravi potrebbe avere il suo correligionario Jon Huntsman, che è nipote di un apostolo della chiesa mormone e, in gioventù, è stato missionario a Taiwan. Huntsman, che pochi giorni fa ha annunciato la propria candidatura a New York, di fronte alla Statua della Libertà (come già fece Ronald Reagan), sembra imitare la strategia di reticenza di Romney: afferma di essere fiero delle sue radici mormoni, ma non si pronuncia chiaramente sulla sua attuale appartenenza a quella chiesa. Huntsman ha inoltre delle posizioni relativamente liberal su alcune issues morali ed economiche (per non parlare del fatto di avere lavorato con l’amministrazione Obama) che lo rendono male accetto dalla destra conservatrice e dai Tea Party. Una figura, insomma, che avrebbe buone opportunità di successo in una corsa presidenziale (grazie all’appeal su indipendenti e democratici moderati) ma che potrebbe incontrare difficoltà nelle primarie repubblicane, anche per la raccolta fondi.

Nel complesso, nonostante gli handicap, i due candidati sembrano comunque essere oggi tra i più accreditati in un campo repubblicano che non include veri big, rendendo concreta la prospettiva di un presidente (o quantomeno di un candidato presidente) mormone.

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