“America is back”: la linea di Obama

Le prime e le ultime righe dello State of the Union 2012 sono parole da “Commander in Chief”. All’inizio il rientro dei soldati americani dall’Iraq, cioè la guerra che Obama aveva promesso di chiudere; subito a seguire, i successi parziali in Afghanistan e Pakistan; alla fine del discorso, l’operazione delle forze speciali che ha portato all’uccisione di bin Laden, cioè il conto con la storia che andava saldato. Il tutto presentato con una retorica marziale e un certo sfoggio di orgoglio nazionale.

Per il resto, tuttavia, come previsto il presidente si è concentrato sulle questioni interne e soprattutto economiche. E’ interessante notare, in ogni caso, quali punti di contatto sono stati scelti per collegare la politica interna e la politica estera.

Il primo collegamento è storico: il richiamo all’America che uscì vincitrice dalla grande prova della Seconda guerra mondiale e seppe convertire le sue energie nazionali – sia del governo che dei privati cittadini – per creare la più ampia e ricca classe media del mondo. Classe media e sogno americano, dunque, nel paese delle opportunità e dell’ottimismo.

Il secondo legame con le questioni internazionali è l’approvvigionamento energetico, con il tentativo duplice di sfruttare le risorse convenzionali esistenti ma anche di eccellere – rispetto soprattutto a Cina e Germania, menzionate espressamente – nel settore delle energie rinnovabili. In sostanza, è un impegno del presidente sul piano della competitività in un settore ovviamente strategico.

L’ultimo collegamento tra priorità interne e politica estera che Obama ha evocato è quello del difficile rapporto con un Congresso attualmente a maggioranza repubblicana: il presidente ha ricordato agli americani che solo la condivisione della scelte di fondo – cioè il compromesso tra i partiti avversari – consente di sfruttare appieno le potenzialità del paese. In altre parole, il mondo osserva le divisioni interne agli Stati Uniti e può trarne vantaggio a scapito degli interessi americani.

Questi tre punti sono eccezioni in un discorso naturalmente rivolto all’opinione pubblica interna; ma fanno comunque emergere con chiarezza che nella visione di Obama è finito in secondo piano il concetto della globalizzazione come forza benigna e propulsiva di cui tutti possono beneficiare simultaneamente. L’ottica è invece sulla strenua ed esplicita difesa degli interessi nazionali.

Come detto, il discorso si è soffermato, nei momenti conclusivi, sulla vicenda della cattura di bin Laden, ripercorrendo l’operazione dei Navy SEALS perfino con qualche particolare quasi cinematografico. Obama ha usato quei momenti per esemplificare l’importanza della coesione nazionale, ricalcata sullo spirito di corpo dei militari. L’immagine è forte ed efficace: i soldati che avanzano verso il pericolo fianco a fianco, sapendo che altri soldati copriranno loro le spalle. Come si era intuito fin dalle prime ore dal blitz in territorio pachistano, quell’episodio segna indelebilmente la presidenza Obama – in particolare le immagini della Situation Room con Hillary Clinton quasi ipnotizzata dalla “diretta” pachistana, e il presidente seduto in un angolo col viso tirato. L’esperienza di un sofferto obiettivo di sicurezza raggiunto dopo un decennio di tentativi può ora offrire un’ispirazione alla nuova campagna elettorale di Obama: il paese unito è in grado di sconfiggere qualunque nemico, e la nazione americana è grande se punta sul lavoro di squadra. E’ il messaggio di un candidato che vuole presentarsi nuovamente come grande unificatore per attaccare gli sfidanti repubblicani.

In questo spirito Obama avverte che “l’America è tornata” (“America is back”). Resta solo da chiedere al presidente (e candidato) e ai suoi speechwriter dove sia stata l’America dal 2008 ad oggi. Non si tratta di facile sarcasmo, ma di una questione sostanziale: per capire dove la maggiore potenza mondiale stia andando, dobbiamo capire meglio come è cambiata in questi difficili anni di crisi economica e come ora vede se stessa nel mondo.

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