Ansia Artificiale

Questo articolo è l'editoriale del numero 1-2026 di Aspenia

Ci sono alcuni importanti equivoci da superare riguardo all’intelligenza artificiale e al suo impatto sulla politica, oltre che sulla vita quotidiana. Questo numero di Aspenia è un tentativo di riflettere sulla questione senza troppi preconcetti e da prospettive multiple, con curiosità e apertura intellettuale – anche perché l’IA è già tra di noi e dobbiamo farcene una ragione, che ci piaccia o no. Da questo punto di vista, per le ragioni che spiega Giorgio Bartolomucci, la classica distinzione fra tecno-ottimisti e tecno-pessimisti è fuorviante: quasi tutti hanno, giustamente, atteggiamenti ambivalenti verso tecnologie in parte imprevedibili nei loro sviluppi.

I saggi che pubblichiamo si concentrano, deliberatamente, sui rischi e sulle paure diffuse, più che sulle opportunità e sugli effetti benefici – che naturalmente ci sono e sono molto rilevanti. Il recente AI Summit in India, con la partecipazione di oltre cento paesi e delle maggiori imprese tecnologiche, si è concentrato sull’uso possibile di queste tecnologie per contribuire a risolvere una serie di problemi globali. Ma è anche necessario prendere sul serio ansie e timori, sia a livello individuale che collettivo, proprio per poterli meglio gestire e governare. È uno dei punti sottolineati nell’intervista a Yuval Noah Harari. Senza essere fautori di un metodo di governance basato su divieti e sanzioni, si può comunque orientare l’utilizzo di tecnologie pervasive grazie a incentivi e disincentivi, di tipo socioculturale e normativo. È il tema – come ridurre le vulnerabilità individuali, tenendo conto che tecnologia e socialità sono dimensioni strettamente intrecciate dell’essere umano – affrontato nel saggio dalla neuroscienziata Martina Ardizzi.

 

Un primo equivoco da chiarire deriva dal nome unitario che è stato dato a quella che in realtà è una famiglia di tecnologie, un insieme stratificato di software diversi: siamo di fronte a tecnologie “abilitanti” che possono avere sviluppi e applicazioni di vario tipo, da valutare probabilmente caso per caso. Anche rispetto alla possibile “bolla” di mercato che sembra essersi generata per le aspettative eccessive sugli aumenti di produttività legati all’IA, che pure ci sono, un problema è appunto il carattere impreciso delle innovazioni di cui si parla. Alcune di esse stanno già dispiegando effetti tangibili, mentre altre sono soltanto in una fase embrionale.

In secondo luogo, c’è la questione semantica che nasconde un problema psicologico serio e complicato: definire un algoritmo “intelligenza” significa farlo entrare prepotentemente nell’immaginario collettivo, attribuendo a un codice (scritto in prima battuta da persone in carne e ossa) un’identità vivente, seppure non biologica. È un salto concettuale che genera domande, paure, tentazioni, e spesso fraintendimenti. Anche perché gli esseri umani hanno la naturale e quasi irresistibile tendenza ad “antropomorfizzare” praticamente tutto; vedono altri esseri umani stilizzati o comunque forme di vita un po’ ovunque. Chi non ha mai parlato con un oggetto inanimato immaginando magari che rispondesse, contro ogni realistica aspettativa? Ecco, la novità è che l’IA risponde davvero, ma non possiamo per questo concludere che si tratti di un’intelligenza nel senso convenzionale del termine.

Arriviamo così al terzo equivoco: si dimentica troppo spesso che i famosi LLM (large language models) – con la loro capacità di parlare, interagire e perfino imparare – sono programmati da aziende che hanno un loro modello di business e i loro interessi. Non sono un’interfaccia neutrale nella piena disponibilità dell’utente, ma prodotti commerciali orientati in una precisa direzione. Essere ben coscienti di questo fatto è un punto di partenza indispensabile per guardare all’IA nella giusta prospettiva.

Nel complesso, la consapevolezza (dell’utente individuale, dell’operatore professionale, delle stesse autorità politiche) è la chiave per comprendere e gestire al meglio le innovazioni digitali che sembrano averci investito negli ultimi anni: è il concetto centrale del saggio di Luca De Biase, e ricorre in altre analisi di questo numero. È dunque un problema tecnico che richiede competenze di qualche tipo, ma è soprattutto un problema culturale che deve essere affrontato in termini di istruzione prima ancora che di formazione. Potremmo definire questo compito come una nuova forma di educazione civica, la conclusione a cui giungono parecchi dei nostri autori, e di formazione del cittadino responsabile. In una logica di co-evoluzione.

Certamente un ruolo fondamentale spetta anche alle aziende, che non possono sottrarsi alle loro responsabilità in termini di trasparenza e rapporto corretto con il consumatore. Non soltanto le aziende produttrici di software, ma le moltissime utilizzatrici di IA: produttività ed efficienza non sono gli unici criteri da considerare in una visione complessiva del business, come è già evidente nella legislazione adottata da molti paesi su sostenibilità ambientale e sociale.

In tal senso, esiste una sfida specifica e particolarmente difficile – esaminata per noi dallo psichiatra Ran Barzilay – che riguarda i giovani, in particolare i molto giovani: bambini e minori che fanno largo uso di social media e chat non si rendono conto di interagire spesso con algoritmi oltre che con loro coetanei – e con maggiorenni celati dall’anonimato. La massiccia introduzione dei sistemi IA sta complicando il quadro, e sono in corso vari tentativi di regolamentare e limitare l’accesso ai minori (il caso australiano, ma anche il dibattito in ambito UE e in Gran Bretagna): come sempre, vi sono pro e contro nell’adozione di divieti diretti in quanto strumento di tutela per le categorie più vulnerabili, compreso l’emergere di forme di “mercato nero” o fenomeni di rigetto da parte di coloro che si vorrebbe proteggere. La via da seguire è comunque, parallelamente ad alcune regole restrittive, quella dell’istruzione e della buona comunicazione a tutti i livelli: diffondere informazioni e rendere le persone (di qualsiasi età) consapevoli di quanto stanno facendo nella loro vita digitale. È chiaro che le giovani intelligenze sono più facilmente influenzabili, e dunque meritano un’attenzione speciale in una fase di incertezza sugli effetti di forme di comunicazione e interazione parzialmente nuovi.

In estrema sintesi, gli esseri umani dovranno esercitare al meglio le loro facoltà più preziose, a cominciare proprio dall’intelligenza. Conoscenza responsabile e creatività sono il nostro punto di forza, anche di fronte alla più avanzata delle IA. In fondo, homo sapiens è sempre stato particolarmente bravo nel porre domande, più ancora che nel trovare risposte; e le risposte che si è dato vanno considerate provvisorie, piuttosto che definitive. Ciò dovrebbe valere perfino quando a fornirle è un algoritmo che ha scandagliato tutte le informazioni disponibili in rete.

 

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Sta diventando sempre più chiaro che il settore digitale – di cui l’IA è la punta di diamante – poggia su un’infrastruttura fisica pesante e costosa, con un gigantesco fabbisogno energetico. Ciò implica non soltanto enormi investimenti da parte dei maggiori operatori attuali per restare al passo con i loro competitor, ma anche un notevole impatto ambientale e sulle filiere dei materiali critici. Oltre alle inevitabili conseguenze di tipo politico-strategico e perfino militare (garantire l’integrità dei cavi sottomarini e degli impianti elettrici è ovviamente un’esigenza davvero strategica), ci sono riflessi sull’intera dotazione infrastrutturale di ciascun sistema paese o area economica integrata (come l’UE).

In sostanza, anche i dati viaggiano, in ultima analisi, lungo “autostrade” materiali, e le persone che li lavorano hanno bisogno di connessioni sicure. Inoltre, i servizi digitali sono strettamente integrati con i beni fisici – si pensi alla logistica per l’e-commerce – che a loro volta viaggiano su reti di collegamento e di trasporto fatte in cemento e acciaio, anche se più sostenibili che in passato in termini ambientali e sempre più spesso monitorate da sensori digitali. L’innovazione incessante e le relative spinte competitive toccano direttamente tutti i settori, senza eccezioni, come spiega nelle pagine che seguono Alessandro Aresu e come illustra Gioia Rau con il caso dei progetti per i datacenter in orbita.

Di questa vasta piattaforma infrastrutturale si occupa la sezione “Forum”, che inserisce lo sviluppo delle grandi opere in Italia nel contesto dell’integrazione europea e dei nuovi progetti per i grandi corridoi transnazionali – fino a quelli che potranno collegare il continente europeo, attraverso il Mediterraneo, con la regione indopacifica. Anche in questo ambito, la dimensione fisica deve andare di pari passo con quella immateriale, per cui la costruzione di strade, ponti e viadotti, dighe e impianti energetici richiede conoscenze, accordi commerciali, e una legislazione adeguata. Le maggiori rotte marittime – che spesso ricalcano il percorso dei cavi sottomarini – presuppongono strutture portuali multimodali con precise caratteristiche tecniche e capacità di garantire servizi avanzati. Gli scambi globali, e con essi le prospettive di prosperità e progresso, dipendono da una rete di connessioni che funziona come un esoscheletro delle società complesse e avanzate. È certamente il caso dell’Italia, in particolare, che ha una naturale dotazione di punti di snodo marittimi e dunque la concreta opportunità di fungere da hub macroregionale: il contesto internazionale si sta frammentando e complicando, ma resta pur sempre fortemente connesso e potrebbe diventarlo ancor di più, sia in termini materiali che digitali.

 

 

*Questo articolo è l’editoriale del numero 1-2026 di Aspenia

 

 

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