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Il valore globale del voto in Brasile

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Inácio Luiz Lula da Silva ha ottenuto una vittoria storica. Eletto alla presidenza per la quarta volta – due mandati dal 2003 al 2011, e un altro dal 2023, appena riconfermato – Lula ha ribaltato i pronostici, che davano favorito il suo sfidante Flávio Nantes Bolsonaro. Il figlio dell’ex presidente Jair aveva concluso in testa il primo turno, di misura (47% contro 45,2%), e gli elettori dei candidati minori sembravano propendere dalla sua parte. Ma non è andata così: l’ottantenne uscente ha ottenuto il 51,8% dei voti, quattro milioni e mezzo in più del suo sfidante quarantenne, con un’affluenza in crescita all’81%.

Il carattere eccezionale del voto in Brasile, che segue ovviamente le logiche e le dinamiche interne al Paese, è dato dall’incrociarsi nell’evento elettorale di numerose delle fratture che caratterizzano l’arena internazionale del XXI secolo. E la prima di queste è senz’altro quella ideologica: Lula è da decenni un campione, un personaggio simbolo della sinistra mondiale. In uno scenario sempre più polarizzato, e spesso molto oppositivo e radicale, la sua vittoria fa segnare “un punto”, per così dire, a chi si riconosce nelle parole d’ordine dell’area progressista. A riprova, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, che affronta le urne il 29 novembre, ha subito assicurato che ripeterà la vittoria imprevista del collega brasiliano. Allo stesso modo, un’affermazione di Bolsonaro sarebbe stata festeggiata dal fronte conservatore: ogni singola elezione nazionale, e il calendario non dà respiro da questo punto di vista, non può più sfuggire a una dimensione ormai pienamente globalizzata.

Lula festeggia la quarta vittoria presidenziale

 

La disfida nelle Americhe

E, ben intrecciato a questo, la vittoria di Lula ha anche un risvolto continentale. Il risultato infatti interrompe la lunga catena di affermazioni della destra in America Latina: larghe come in El Salvador e Costa Rica, di misura come in Perù e Colombia, moderate come in Bolivia e Repubblica Dominicana, radicali come in Argentina e Cile. Ma comunque, all’apparenza, inarrestabili. Se la destra avesse vinto anche in Brasile, alla sinistra sarebbe rimasto solo il Messico, oltre all’Uruguay e alle traballanti Venezuela e Cuba.

Data la natura ciclica della politica latinoamericana, che dopo l’era delle dittature era entrata nel periodo di ridemocratizzazione, seguito da una grande crescita della sinistra e dal recente ritorno della destra, l’evento ha un valore ancora maggiore se consideriamo il peso specifico del Brasile. E’ il Paese più grande – da solo copre metà del Sud America. Il più popoloso, con 214 milioni di abitanti (secondo solo agli USA nelle Americhe). E quello più importante, dato che è la nona economia del mondo.

E a proposito di Venezuela e Cuba, dalla Casa Bianca trumpiana erano arrivate due indicazioni molto nette al Brasile di Lula. Il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro, il 3 gennaio 2026, è stato forse il maggior successo internazionale di Donald Trump: solo poche settimane prima, Washington aveva pubblicato la Strategia di Sicurezza Nazionale, in cui rivendicava il diritto di intervenire negli affari interni di tutto il continente americano, dalla Groenlandia alla Patagonia. Trump e il suo Segretario di Stato Marco Rubio, radicato in Florida e specializzato in questioni latinoamericane, decidevano di procedere anche contro l’altro nemico ideologico, appunto Cuba, decretando il blocco delle forniture energetiche all’isola castrista per provocarne il collasso. “La prenderemo tornando dall’Iran”, annunciava il presidente degli Stati Uniti. Sarà perché Cuba ha un collante ideologico più forte del Venezuela, sarà perché dall’Iran non è ancora tornato, il collasso almeno per ora non c’è stato. Ma il messaggio emesso da Washington era forte e chiaro.

Lula però ha deciso di ignorarlo. La Casa Bianca, nei confronti del Brasile, ha esercitato il suo “diritto di intervento” soprattutto sul processo a Jair Bolsonaro, in seguito all’assalto al parlamento condotto dai suoi sostenitori dopo le elezioni perse contro Lula a fine 2022. Si trattò di un atto-fotocopia dell’assalto al Congresso degli Stati Uniti compiuto dai supporter di Donald Trump il 6 gennaio 2021, anche lì poco dopo la sconfitta elettorale, contro Joe Biden. Dopo la sconditta con Lula, Jair Bolsonaro lasciò il Brasile per la Florida, per non riconoscere la sconfitta e non compiere il passaggio di consegne al suo avversario: rientrò solo mesi dopo. Non mancò in quel periodo di incontrare proprio Trump, a Mar-A-Lago. L’8 gennaio 2023 i suoi sostenitori assaltavano il parlamento brasiliano.

Jair Bolsonaro veniva perciò prima interdetto dai pubblici uffici fino al 2030, poi accusato dalla Procura Nazionale brasiliana di tentato colpo di stato. Mosse a cui gli Stati Uniti hanno risposto prima in maniera formale, nella lettera in cui definivano “le minacce del governo brasiliano agli USA”, e poi con la minaccia di Donald Trump di portare i dazi contro il Brasile dal 50 al 100% se il processo a Bolsonaro non fosse stato sospeso. La Corte Suprema brasiliana reagì obbligando l’imputato a portare il braccialetto elettronico, per il pericolo di fuga all’estero, fino alla condanna a 27 anni di carcere – che ora l’ex presidente sta scontando ai domiciliari.

 

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Il bolsonarismo si è rivelato la trasposizione quasi letterale del trumpismo anche sul fronte religioso: il presidente degli Stati Uniti usa in maniera spregiudicata la religione come fonte di auto-legittimazione, come abbiamo visto nelle invocazioni divine tenute alla Casa Bianca, o nella comunicazione istituzionale in cui si fa dipingere come un Cristo guaritore dell’America. Il legame con le chiese evangeliche degli Stati Uniti è evidente – e va inquadrato nella disputa globale all’interno del cristianesimo, in cui abbiamo visto Washington contrapposta al Vaticano: lo scontro tra le chiese evangeliche e la chiesa cattolica è in corso, in maniera molto profonda, anche in Brasile, Paese in cui l’identità sociale si immerge nella tradizione religiosa. Flávio Bolsonaro ha detto che il suo primo atto da presidente sarebbe stato dichiarare che “il Brasile appartiene a nostro signore Gesù Cristo”, ed è andato a farsi battezzare, in un atto simbolico apprezzato dagli evangelici, nel fiume Giordano, in Israele. Mentre Lula è stato accusato di collusione con la chiesa cattolica.

L’abluzione di Bolsonaro con la moglie nel fiume Giordano.

 

Il Brasile nei BRICS

Da non tralasciare inoltre il ruolo fondamentale del Brasile nei mutevoli equilibri internazionali, come membro fondatore – fu proprio Lula durante il suo primo mandato a promuoverlo – e attore cruciale all’interno dei BRICS. Un acronimo che spesso riduciamo alla sola Cina, sbagliando: nei confronti della Russia e in particolare dell’invasione dell’Ucraina, ad esempio, Lula ha sempre mantenuto una posizione equidistante – facendo arrabbiare non poco sia gli Stati europei, sia gli Stati Uniti di Joe Biden, prima che Donald Trump ammorbidisse il sostegno americano all’Ucraina.

Ma attenzione anche al Sudafrica, non casualmente il Paese che ha denunciato Israele alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio e crimini di guerra commessi a Gaza. Lula è un sostenitore di lungo periodo – lo abbiamo visto a più riprese indossare la kefiah, o la maglia di calcio della nazionale palestinese – dell’autodeterminazione dei Palestinesi, di cui ha riconosciuto lo Stato già nel 2010. E’ stato un critico instancabile del governo Netanyahu, costituendo molto spesso insieme all’ex presidente colombiano Gustavo Petro un contraltare a Donald Trump e Javier Milei, dei quali i Bolsonaro condividono le posizioni marcatamente filo-israeliane, e sono arrivati ad accusare Lula e la sinistra brasiliana di antisemitismo.

E di certo il rapporto del Brasile con la Cina è materia di ulteriore frizione. In questi ultimi mesi, la vendita di petrolio brasiliano a Pechino è cresciuta in maniera sostanziale: è stato proprio il Brasile a sostituire gli idrocarburi forniti dall’Iran, interrotti dal blocco di Hormuz. Come se non bastasse, le transizioni bilaterali tra Brasile e Cina vengono operate nelle valute nazionali, sfidando il monopolio del dollaro sul mercato petrolifero globale.

In generale, il volume del commercio brasiliano con la Cina è ormai il doppio dei quello con gli Stati Uniti. Il Brasile vende, oltre al petrolio, beni come soia, mangimi, carni, minerali e risorse naturali: tutti fondamentali per la produzione agricola e industriale della Cina. Partendo da questo presupposto geoeconomico, più che commerciale, dato che la bilancia tra i due Paesi pendeva in favore degli USA, il Brasile di Lula è stato tra i più colpiti dai dazi decisi da Donald Trump.

La tariffa orizzontale del 50% stabilita così su tutto l’export ha avuto però l’effetto di spingere l’economia brasiliana ancor di più verso l’Asia e anche verso l’Europa, con l’accordo commerciale UE/Mercosur entrato parzialmente in vigore nella prima parte del 2026. E anche quello non secondario di offrire a Lula un formidabile argomento di campagna elettorale, la difesa della sovranità nazionale dalle interferenze esterne, fattore importante nel coagulare imponenti manifestazioni in suo sostegno, alla vigilia del voto.

 

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Lo scontro sulle regole fondamentali

Dal punto di vista politico-economico, infine, i Bolsonaro hanno abbracciato il principio della motosega, brandita prima dal presidente argentino Javier Milei e poi dall’amministrazione Trump. Sia dal punto di vista della revisione dei principi di spesa pubblica, da ridurre all’osso, riformando inoltre la tassazione in modo da beneficiare maggiormente le fasce più benestanti, e dunque modificando in modo profondo la struttura finanziaria e le attribuzioni dello Stato. Sia offrendo ai colossi del tech e del digitale una gestione privilegiata della cosa pubblica.

E soprattutto attaccando le regole costituzionali: Flávio ha promesso di riscrivere la Costituzione del 1988, con cui si chiuse il periodo delle dittature militari, e smantellare le sue ampie garanzie di intervento pubblico in favore delle fasce deboli – ad esempio un tetto minimo molto alto alla spesa per l’istruzione, grazie al quale gli studenti universitari in Brasile sono passati da 5 a 26 milioni in pochi anni. Il Partito dei Lavoratori di Lula è stato uno dei padri di quella Costituzione: in un certo senso proprio Lula, che ha perso il mignolo in una pressa quando era metalmeccanico negli anni ’60, ne incarna lo spirito di rivalsa sociale, in un Paese dove il 70% dei lavoratori prende ancora oggi meno di 600 euro al mese. Bolsonaro, in un faccia a faccia, lo ha sbeffeggiato chiamandolo “nove dita”; solo per sentirsi rispondere “zitto tu, che non hai mai lavorato”. Effettivamente il candidato conservatore, deputato già a 23 anni nello Stato di San Paolo, ha fatto in vita sua soltanto politica.

Bolsonaro e Milei a un evento politico comune, mostrando delle forbici che simboleggiano il taglio alle attribuzioni dello Stato.

 

Lo sfidante di Lula, proprio come suo padre nel 2022, non ha riconosciuto la sconfitta del 25 ottobre, chiedendo l’annullamento delle elezioni per irregolarità, riferendosi alla decisione di estendere l’orario elettorale di due ore, a causa di diversi problemi di accesso ai seggi in tutto il Paese. La vittoria di Lula, ricordiamolo, non è affatto un trionfo: il presidente riconfermato dovrà vedersela con un parlamento ostile, dove la maggioranza dei deputati è di centro-destra, e con un’opinione pubblica spaccata a metà. Come ultima nota sulla dimensione internazionale del voto, torneremo molto probabilmente a sentir parlare di accettazione (o meno) del risultato elettorale in occasione delle midterm negli Stati Uniti, il 3 novembre.