La Germania e la roulette elettorale europea
Benché si presenti come il cuore storico della nazione tedesca, il piccolo Land (1,7 milioni di abitanti) della Sassonia-Anhalt non era certo abituato ad avere tanta attenzione. Ma certo, il risultato della sua ultima elezione, il 6 settembre, non è di quelli che passino inosservati: 44% ad Alternative fuer Deutschland, il partito ultranazionalista tedesco, e un’umiliazione cocente per le formazioni classiche, a partire dai cristiano-democratici della CDU che governano il Paese e che si dimezzano rispetto al voto di cinque anni fa: secondo partito, si fermano al 17%. I socialdemocratici, sotto al 10%, sono insidiati dal discreto risultato della sinistra verde e radicale.
Il motivo per cui dovremmo interessarci al voto di un territorio ex DDR tutto sommato poco importante ed eccentrico rispetto alla struttura politico-economica della Germania, di cui si è già detto e ridetto dell’emarginazione, del declino demografico e del “passato socialista” (sorta di giustificazione per ogni comportamento elettorale anormale, anche se sono passati quasi quarant’anni dalla caduta del Muro), è però proprio che l’orientamento anche del resto dei tedeschi sta cominciando ad assomigliare davvero a quello degli abitanti della Sassonia-Anhalt. Se guardiamo i sondaggi infatti AfD è il primo partito dell’intera Germania, sfiorando il 30% delle intenzioni di voto, mentre l’Unione CDU-CSU del Cancelliere Merz si ferma attorno al 20%, i Verdi al 15%, e i Socialdemocratici paurosamente vicini alla soglia del 10%, sul punto di essere superati a sinistra dalla Linke.

E non solo quello del resto dei tedeschi: tredici anni fa, quando nacque Alternative fuer Deutschland (2013), la Germania era governata dalle coalizioni di Angela Merkel (e l’Italia da quelle di Enrico Letta e Matteo Renzi), il Regno Unito era ancora nell’Unione Europea ed Emmanuel Macron era il vice-segretario generale del presidente socialista François Hollande. Il voto di contestazione anti-sistema, dalle caratteristiche spesso populiste, estreme e radicali, era già presente, con varie conformazioni, ma aveva un peso limitato o poteva essere ancora considerato un’eccezione. I suoi campioni e le sue campionesse non erano vicine all’arrivo al potere: oggi invece questa eventualità accade (o si è già realizzata) su base regolare in tutta l’Europa, con le forze di destra che si sono dimostrate più efficaci di quelle di sinistra nell’imporsi nell’area della contestazione.
Se l’evoluzione è stata questa, la profondità che lo scorrere del tempo ci offre rispetto a una singola elezione ci permette di arrivare abbastanza semplicemente a una constatazione più ampia e generale: le forze politiche che rappresentavano “il sistema” non sono state capaci di rispondere alla sfida posta dai propri contestatori, almeno finora. In Europa resistono delle grandi aree di benessere; ma problemi come la stagnazione, la crisi industriale, la concentrazione del capitale in poche mani e la sua capacità sempre minore di beneficiare l’economia reale, il peggioramento delle prospettive generazione dopo generazione, l’invecchiamento della popolazione e dunque il ricorso necessario a grandi masse di manodopera immigrata non hanno fatto che aggravarsi nel corso degli anni. E la Germania non è affatto sfuggita a questa dinamica. Intanto, l’Europa deve anche affrontare i costi materiali e morali delle guerre che si svolgono ai suoi confini, dall’Ucraina al Medio Oriente, e la sensazione di malessere e ansia collettiva rompe gli argini per diffondersi fuori dalle solite aree più emarginate. In questo quadro, chi si presenta come “anti-sistema” ha senz’altro delle buone carte da giocare nell’arena politica.
Dalla Germania, in effetti, non ci si aspettava che diventasse una culla del voto anti-sistema. Da decenni al centro degli equilibri economici e di potere dell’Unione Europea, è uno stato costruito fin dal Dopoguerra sull’inclusività dei diritti sociali e la moderazione cooperativa delle forze politiche, che hanno prodotto meccanismi democratici e di distribuzione della ricchezza senz’altro apprezzabili. L’assorbimento della sua componente orientale sembrava aver funzionato, e Berlino poteva fungere da modello di stabilità sia per l’Europa occidentale, a cui dettava le regole economiche attraverso i trattati UE, sia per le altre nuove democrazie dell’Europa centro-orientale che dovevano affrontare un delicato passaggio al capitalismo.
Il XXI Secolo, però, è stato avaro delle soddisfazioni promesse. Mentre le forze politiche sono impegnate nel gioco strumentale della ricerca di un colpevole – i vecchi o i nuovi partiti, o questa o quella componente della società – cresce a tutti i livelli la constatazione che il meccanismo che aveva garantito la crescita politico-economica si sia guastato in modo irrimediabile, e che le migliori opportunità siano ormai patrimonio del passato. Questo doppio punto di vista porta con sé un paradosso piuttosto insolito rispetto all’andamento della storia contemporanea. In effetti, la critica complessiva a un sistema considerato al capolinea è classica, e periodica in tutte le società: ma stavolta arriva accompagnata dalla sfiducia profonda nel futuro, questa sì inusuale. Insieme a una demografia che gonfia l’elettorato anziano, ciò spiega perché lo sbocco politico alle attuali crisi sia nostalgico, tradizionalista e conservatore, e perché questa svolta al passato avvantaggi essenzialmente la destra.
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L’integrazione europea è il risultato maggiore raggiunto dalle classi dirigenti che hanno governato il Vecchio continente nei decenni passati. Era difficile immaginare che un simile traguardo sarebbe stato usato come prova a carico di quelle classi dirigenti, dal banco dell’accusa: invece è accaduto. L’Unione Europea è piena di incertezze, incompletezze, mancanze e malfunzionamenti. Sfugge alle logiche democratiche degli Stati, perché mentre il Cancelliere Merz pagherà un prezzo per i disastri elettorali del suo partito, a Bruxelles Ursula von der Leyen, anche lei della CDU, veleggia tranquilla verso il traguardo dei dieci anni alla testa della Commissione. Ed è anche un soggetto facile contro cui puntare il dito, perché l’identificazione nazionale per le persone, a partire dalla lingua e dalla storia, resta sempre più naturale di quella con le istituzioni europee: lo hanno mostrato plasticamente gli inglesi con il voto sulla Brexit.
Data dunque l’equazione tra le vecchie classi dirigenti e l’integrazione europea, è stato logico che le nuove formazioni anti-sistema nascessero con un forte spirito di contrarietà nei confronti della UE. Anche se, tra parentesi, quello spirito è stato poi moderato una volta avvicinatesi quelle formazioni al potere, o andate al governo, dato che svariati dei meccanismi dell’integrazione europea sono ormai intoccabili (e alcuni, strano a dirsi, funzionano bene). E perciò almeno alcune di quelle formazioni hanno ricevuto e ricevono il sostegno internazionale degli attori che puntano sull’indebolimento dell’Unione Europea e del suo sistema di regole, pratiche e principi: dagli Stati Uniti di Donald Trump alla Russia di Vladimir Putin, inclusi i loro sponsor economici. Un sostegno, tra l’altro, non sempre voluto e a volte controproducente.
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C’è un ulteriore fattore che gonfia le vele delle forze anti-sistema. Non solo il meccanismo è bloccato, come descritto sopra, ma ciò si verifica anche in un momento di grande debolezza degli Stati nazionali. Già compressi dalle privatizzazioni a partire dagli anni ’80 e ’90, e sempre più indebitati dalla crisi del 2008, devono poi ora vedersela con una doppia pressione. Quella di provvedere alle esigenze crescenti dell’economia globalizzata (ricerca, istruzione superiore, competitività, infrastrutture fisiche e tecnologiche), e pure di pagarne le esternalità negative, come l’ormai quasi assoluta elusione fiscale dei grandi capitali, o i danni ambientali del cambiamento climatico, o ancora i guasti socio-economici dovuti alle delocalizzazioni e alla deindustrializzazione, o i fallimenti finanziari e industriali – di cui proprio in Germania esempio clamoroso è il rapido tracollo della secolare industria automobilistica.

Così, la sostenibilità delle politiche sociali non può essere più garantita. Il Cancelliere Merz ha promesso di spostare 40 miliardi di euro dal welfare al riarmo, e di tagliare le pensioni “troppo generose” dei tedeschi: gli elettori stanno fuggendo dal suo partito. Ma il voto per AfD promette qualcosa di diverso? Nei fatti no: però promette di individuare delle categorie che pagheranno il conto più e prima delle altre. Passato nazionale idealizzato, sfiducia nel futuro. Su questa filosofia, l’integrazione europea non può reggere.
Ecco perché il voto in Sassonia-Anhalt apre in realtà un ciclo che può essere decisivo per la stessa sopravvivenza dell’Unione: una pallina è stata lanciata e sta girando su una roulette a gran velocità, e molti occhi seguono il suo movimento, per sapere dove si fermerà. In Svezia ha premiato di un soffio i socialdemocratici, in realtà grazie alla sinistra radicale. Ma cosa accadrà in Francia, Italia, Spagna, Polonia – tutte al voto nel 2027? E cosa accadrà quando i Land tedeschi dove AfD sarà primo partito cominceranno ad essere davvero tanti? Già domenica 20 settembre ne scopriremo un altro, il Meclemburgo – Pomerania Anteriore.