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Dallo shock energetico globale al costo dell’inazione politica per l’Italia

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La chiusura dello Stretto di Hormuz delinea uno shock sistemico di portata eccezionale, destinato a incidere non solo sugli equilibri geopolitici, ma sulla vita quotidiana di cittadini e imprese. Il primo segnale, come spesso accade, arriva dai prezzi: la volatilità energetica si trasmette rapidamente lungo tutta la catena economica, alimentando tensioni inflazionistiche e mettendo sotto pressione quella parte dell’economia che produce beni e servizi reali. Le principali istituzioni internazionali registrano un aumento dei costi per l’industria e una ripresa dell’inflazione. Il parallelismo con la crisi petrolifera degli anni Settanta appare inevitabile, ma fermarsi a questo confronto risulta fuorviante. Il grado di interconnessione economica è infatti più elevato, amplificando sia la velocità sia l’intensità degli effetti. Gli shock si propagano così più rapidamente, colpendo simultaneamente diversi settori.

L’Italia dallo spazio (ESA)

 

Tra questi, uno dei più esposti, e di cui poco si parla, è il sistema agroalimentare. La FAO evoca il rischio di una vera e propria “catastrofe agroalimentare globale”, dato che il blocco delle rotte interrompe l’approvvigionamento di fertilizzanti e altri input essenziali, causando ritardi nelle semine e prospettive di riduzione delle rese agricole, soprattutto nei Paesi più vulnerabili. Non si tratta solo di una questione agricola: l’impatto si estende a cascata alle filiere industriali e ai mercati globali, con conseguenze potenziali sulla sicurezza alimentare.

 

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Se sul petrolio le criticità risultano subito evidenti, il quadro del gas appare meno drammatico, ma tutt’altro che rassicurante, con un’Italia particolarmente esposta alle forniture di gas naturale liquefatto provenienti dal Qatar. Questo scenario riporta al centro una questione strutturale: la dipendenza energetica. L’Europa si conferma l’area più vulnerabile tra le grandi economie mondiali, con circa il 58% del fabbisogno coperto da importazioni. Un dato che contrasta con quello della Cina, ferma al 20%, e con gli Stati Uniti, ormai sostanzialmente autosufficienti. L’Italia presenta una situazione ancora più critica, con una dipendenza superiore al 70%.

A questa fragilità si aggiunge un elemento spesso sottovalutato: il basso livello di elettrificazione dell’economia italiana. Nel 2023, l’elettricità ha coperto appena il 22% dei consumi finali di energia nel Paese. Ciò rende evidente una duplice esigenza: da un lato, elettrificare tutti i settori in cui è tecnicamente possibile, dai trasporti al riscaldamento e raffrescamento degli edifici; dall’altro, ridurre in modo strutturale il costo dell’elettricità. È su questo terreno che si gioca la partita decisiva. La riduzione duratura dei prezzi non può prescindere da un’accelerazione nello sviluppo delle fonti rinnovabili e nell’efficienza energetica, uniche leve in grado di attenuare alla radice la dipendenza dalla volatilità dei combustibili fossili. In un contesto internazionale sempre più instabile, continuare a inseguire soluzioni diverse significa perpetuare la vulnerabilità.

Al tempo stesso, è necessario affrontare con realismo il funzionamento del mercato elettrico europeo, ancora fondato sul meccanismo del prezzo marginale. Ed è qui che emerge una delle principali debolezze del sistema italiano: nonostante le rinnovabili coprano poco più del 40% della domanda elettrica, il gas resta dominante, contribuendo a circa il 46% della produzione. Questa struttura spiega anche il differenziale di prezzo rispetto ad altri Paesi, come la Spagna, dove le rinnovabili coprono quasi il 60% della domanda e influenzano per la maggior parte del tempo il prezzo finale dell’energia.

Affrontare queste criticità richiede una scelta chiara: non tutte le tecnologie sono equivalenti. Ignorare questa evidenza significa contraddire ciò che la ricerca scientifica dimostra con sempre maggiore chiarezza. Le fonti rinnovabili rappresentano oggi l’opzione più sostenibile e competitiva sotto il profilo economico, mentre l’elettrificazione alimentata da energia pulita si conferma la soluzione più efficiente anche nel settore dei trasporti. Al contrario, il prolungamento della vita di tecnologie obsolete rischia di tradursi in un costoso rinvio del problema.

 

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I dati disponibili indicano con chiarezza la traiettoria da seguire, mentre la conoscenza scientifica mette a disposizione strumenti ormai maturi per governare la transizione. Eppure, il passaggio decisivo non si compie: manca, e continua a mancare, una volontà politica all’altezza della sfida, capace di tradurre evidenze e analisi in scelte coerenti e tempestive. Il Rapporto di Primavera 2026 che l’ASviS ha pubblicato il 6 maggio 2026, nella giornata inaugurale del Festival dello Sviluppo Sostenibile, ribadisce un punto essenziale: la sostenibilità non è un vincolo, ma una leva di sviluppo. I dati mostrano come le imprese più orientate alla sostenibilità crescano di più (con differenziali superiori al 16% nel manifatturiero), mentre le simulazioni al 2050 indicano benefici rilevanti dalle politiche di decarbonizzazione, innovazione, istruzione e occupazione, soprattutto se coordinate tra di loro.

Il Rapporto propone al Governo una chiara roadmap, da compiere nei prossimi 18 mesi: presentazione all’High Level Political Forum dell’ONU (luglio 2026) della “Voluntary National Review” sullo stato dell’Agenda 2030 in Italia, con un bagno di realtà che evidenzi tutti gli ampi ritardi del Paese; revisione della Strategia Nazionale di Sviluppo Sostenibile (dicembre 2026), che indici chiaramente cosa fare per assicurare il pieno coordinamento delle politiche settoriali (un punto già trattato nella Strategia del 2022, ma mai realizzato); definizione entro giugno 2027 del Piano di Accelerazione Trasformativa (PAT) per raggiungere gli Obiettivi dell’Agenda 2030 (impegno che il nostro Governo ha assunto nel settembre del 2023 ma di cui non si ha alcuna notizia); definizione (dopo le elezioni politiche del 2027) del nuovo Piano Strutturale di Bilancio per realizzare la Strategia e il PAT.

Sarebbe un modo, finalmente, per dotare l’Italia di una visione a medio-lungo termine in nome dello sviluppo sostenibile, l’unico che può offrire un futuro di prosperità e di benessere, senza lasciare nessuno indietro, come recita il motto dell’Agenda 2030.