IA: il vero nemico dell’Europa è l’Europa
Questo articolo è pubblicato sul numero 4-2025 di Aspenia
Una strategia di successo segue una regola fondamentale: le risorse a disposizione devono essere allineate e proporzionate alle proprie aspirazioni. Perché una strategia abbia successo, questo equilibrio tra fini e mezzi deve essere mantenuto nel tempo e nello spazio. In altre parole, gli obiettivi politici non possono eccedere gli strumenti per raggiungerli in quantità, dimensione e portata. Altrimenti, la strategia fallisce.
Tutto ciò sembra evidente: è un principio di buon senso. Ma, come scrive John Lewis Gaddis, il buon senso è come l’ossigeno: più si sale, più si rarefà.
Nella corsa globale per conquistare un vantaggio tecnologico, l’Europa sembra avere esaurito l’ossigeno. Nel tempo, la sua strategia di innovazione ha infranto la regola fondamentale del buon senso: le sue aspirazioni sono cresciute oltre le sue capacità. Chiunque sostenga il contrario dovrà confrontarsi con i fatti.

RITARDO TECNOLOGICO E VULNERABILITA’ DELL’EUROPA. Da quando Internet ha reso le tecnologie digitali i motori della crescita economica, l’Europa non è riuscita ad adottarle e diffonderle allo stesso ritmo dei suoi concorrenti. Di conseguenza, la sua produttività è rimasta indietro rispetto a quella degli Stati Uniti e della Cina.
Un mercato in cui le nuove tecnologie non si diffondono è un mercato in cui l’innovazione non cresce su larga scala. Infatti, solo quattro delle prime 50 aziende tecnologiche al mondo sono europee. SAP è l’unica azienda tecnologica quotata in Europa con una capitalizzazione di mercato superiore ai 100 miliardi di euro in oltre 50 anni. Nel frattempo, sei aziende statunitensi hanno raggiunto una valutazione di oltre mille miliardi di euro nello stesso periodo.
Mancando di innovazione su larga scala, l’Europa ha importato l’infrastruttura su cui si sta costruendo il futuro: tre hyperscaler statunitensi rappresentano oltre il 65% del mercato di cloud computing europeo. Questa dipendenza si sta riproducendo nel campo dell’intelligenza artificiale: nel 2024, mentre gli Stati Uniti hanno prodotto 40 modelli e la Cina 15, l’Unione Europea ne ha prodotti solo 3.
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Queste dipendenze sono diventate vulnerabilità. Il mondo si è nuovamente frammentato in sfere di influenza; la geopolitica sta cancellando le vecchie alleanze e gli interessi strategici hanno soppiantato i valori. In questa giungla geopolitica, le tecnologie critiche sono i mezzi e i fini del potere nazionale. Chi non le possiede non può mantenere l’iniziativa strategica. Quando non puoi mantenere il vantaggio nell’azione, vieni surclassato.
Questi fallimenti non riguardano semplicemente l’economia, la tecnica o la sicurezza. Sono fallimenti di strategia. Senza correggere la logica che ha prodotto questi ritardi, i divari tra l’Europa e le sue aspirazioni, e tra l’Europa e i suoi concorrenti, continueranno ad ampliarsi. Ecco perché la crisi dell’innovazione europea deve essere vista come una crisi del buon senso.
Quali sono stati gli errori dell’Europa?
L’ILLUSIONE DELL’EFFETTO BRUXELLES. L’Europa ha confuso i mezzi con i fini, su molteplici livelli. In primo luogo, ha creduto che la regolamentazione potesse sostituire l’innovazione. Da un punto di vista legislativo, l’Unione Europea è stata iperattiva; ha generato decine di politiche, documenti normativi e piani in diverse aree tecnologiche, dall’IA al quantum, dalla biotecnologia ai semiconduttori. La convinzione che regolamentare offra un vantaggio comparativo deriva dalla credenza nell’effetto Bruxelles: l’idea che l’influenza europea nel mondo si possa ottenere tramite la diffusione di regole e valori, e che questo tipo di soft power sia sufficiente a contrastare altri modelli d’innovazione.
Questo fraintendimento – l’idea che la sola regolamentazione possa conferire il potere in una corsa tecnologica – ha cementato una visione eccessivamente fiscale e meticolosa nella leadership europea. Per un momento, l’effetto Bruxelles è sembrato reggere, quando paesi come il Giappone o il Brasile hanno importato la regolamentazione dell’Ue sulla protezione dei dati. Ma quando una visione è eccessivamente meticolosa, è destinata a fallire perché la realtà non è mai precisa quanto un piano. Infatti, quando il contesto è cambiato l’effetto Bruxelles è svanito.
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L’intelligenza artificiale generativa ha innescato una nuova corsa per conseguire un vantaggio tecnologico asimmetrico, che non può essere conquistato semplicemente regolamentando le invenzioni altrui. Inoltre, lo scoppio della guerra in Ucraina e l’erosione dell’ordine liberale conseguente al cambio dell’amministrazione statunitense ci hanno introdotto nell’era dell’assurdità, dove le alleanze si basano sugli interessi piuttosto che sui valori. In questa nuova ambiguità geopolitica sono emersi nuovi attori, come l’India o i paesi del Golfo, che offrono mercati alternativi con un costo di regolamentazione inferiore a quello dell’Ue. L’attrito del nuovo contesto ha dimostrato che, come dice Gaddis, fini e mezzi non sono mai intercambiabili e che l’effetto Bruxelles era diventato fine a sé stesso. Di cosa può essere leader, l’Europa, se gli altri hanno smesso di seguire il suo modello?
LE DIMENSIONI CONTANO. L’Europa non manca certamente di inventori. Infatti, ne genera più degli Stati Uniti. Eppure, l’Ue non permette loro di scalare. In gran parte, ciò è dovuto alla complessità dell’ambiente normativo, che sia reale o percepita. Il 70 percento degli innovatori europei riferisce che le regole di mercato dell’Ue sono troppo restrittive, citando la frammentazione del mercato unico, l’accesso limitato ai mercati dei capitali e la tassazione come i principali ostacoli. L’eccessiva attenzione nel limitare gli avversari ha distratto l’Europa dal suo vero obiettivo: far crescere la sua innovazione domestica, risolvendo questi problemi di integrazione.
Il secondo livello di confusione è che, attraverso la lente dell’effetto Bruxelles, l’Europa ha pensato di competere nella stessa corsa degli Stati Uniti e della Cina. Quando si compete con gli stessi mezzi le dimensioni contano: bisogna impiegare risorse uguali o superiori a quelle degli avversari per vincere. Nel suo attuale stato di frammentazione, la dimensione dell’Europa non è comparabile a quella dei suoi rivali. Un rapporto del Parlamento europeo mostra che nel 2021 l’Ue rappresentava il 7% degli investimenti globali nell’IA, rispetto al 40% per gli Stati Uniti e al 32% per la Cina. Nel 2023, l’Europa ha investito circa 5 miliardi di euro nell’IA, rispetto ai 20 miliardi di euro degli Stati Uniti. Il cui progetto Stargate prevede di investire 500 miliardi di dollari in quattro anni.
Competere nella lega sbagliata è pericoloso perché produce agitazione senza avanzamento, imitazione senza direzione. Nel 2025, all’AI Action Summit di Parigi, l’Unione si è affrettata ad annunciare un Piano Continentale per l’IA in risposta all’improvviso annuncio di un Piano d’Azione per l’IA da parte degli Stati Uniti. Una tale risposta non è di per sé problematica se fa parte di un piano più ampio che promuova gli interessi europei: ma è sembrata piuttosto il risultato della paura di essere tagliati fuori. Infatti, l’episodio si è ripetuto. Gli omnibus, i pacchetti legislativi in discussione nelle istituzioni europee dalla fine del 2025, intendono abrogare molte delle iniziative messe in atto dalla stessa leadership dell’Ue nei precedenti cinque anni. Ciò non è parte di un progetto o di una presa di coscienza, ma è una resa alle pressioni della nuova politica statunitense di impronta mercantilista.

CORREGGERE GLI ERRORI IN NOME DEL BUON SENSO. Il punto qui non è mettere l’Europa sotto processo, ma correggere il fraintendimento alla base del suo ritardo nell’innovazione. La sua perdita di terreno nella corsa tecnologica globale deriva da un accumulo di errori strategici. Senza assumere questa prospettiva, l’Europa continuerà a sprecare risorse cercando di risolvere i problemi sbagliati: confondendo i fini con i mezzi, competendo nella corsa sbagliata e limitando rivali senza costruire la propria posizione strategica.
Cosa suggerirebbe il buon senso – il riequilibrio tra mezzi disponibili e fini raggiungibili nell’innovazione – all’Europa?
In primo luogo, l’Unione deve ristabilire la chiarezza dei propri intenti. Il suo obiettivo non dovrebbe essere innovare tanto quanto gli Stati Uniti o la Cina, o più di essi. L’Europa dovrebbe mirare a trarre maggiori benefici dall’innovazione rispetto agli ultimi vent’anni, correggendo i difetti che l’hanno portata a una perdita di produttività e messo in crisi dei settori precedentemente fiorenti.
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Il più grande nemico dell’Europa è l’Europa stessa. Le barriere commerciali interne all’UE rappresentano una tariffa stimata di circa il 44-67% per i beni e il 95-110% per i servizi, a seconda delle valutazioni del Fondo monetario internazionale o della Banca Centrale europea. Ci sono azioni ovvie per integrare il Mercato unico che accelererebbero la diffusione dell’innovazione in Europa, come il completamento dell’Unione del mercato dei capitali e l’armonizzazione delle regole per avviare un’impresa o lavorare ovunque nell’Ue. Questi passi sono stati articolati dai rapporti di Draghi e Letta e sono oggetto di un ampio dibattito politico. La politica e la mancanza di audacia sono ora le principali barriere che si frappongono tra il potenziale europeo e la sua realizzazione. Invece di ripetere l’evidenza, qui tentiamo di articolare principi di buon senso per una strategia d’innovazione che si incentri su aspirazioni chiare e si doti di mezzi adeguati a raggiungerle.
I SETTORI STRATEGICI PER L’EUROPA. Un imperativo per l’Europa è costruire una posizione dominante in settori tecnologici che generino un vantaggio asimmetrico. Questi settori sono quelli in cui il know-how è difficile da replicare e il talento è scarso. Sono verticali tecnologici con ampia applicabilità in altri settori critici; sono i pilastri della futura infrastruttura tecnologica. L’Europa non può competere con Stati Uniti e Cina a tutto campo in queste tecnologie, ma può superarli in alcuni settori.
La fotonica è un esempio. Questa tecnologia abilitante ha applicazioni in diversi settori critici, dai data center all’IA alle tecnologie quantistiche. L’Europa controlla il segmento più complesso di questo mercato, seconda solo alla Cina per quota di mercato. I Paesi Bassi, che detengono alcune delle tecnologie più avanzate in questo campo, hanno riconosciuto la fotonica come un punto nevralgico della nuova rete tecnologica globale e hanno avviato iniziative per tutelare e sviluppare il settore. Questo dovrebbe avvenire su scala europea attraverso vere iniziative industriali, piuttosto che attraverso sovvenzioni per la ricerca che cercano di spargere fondi in vari paesi. Serve creare economie di scala e di rete, piuttosto che riempire quante più caselle possibile.
Il talento tecnologico stesso dovrebbe essere considerato un settore strategico. Non a caso, paesi come gli Stati Uniti applicano ampi controlli sulle esportazioni non solo delle invenzioni ma anche degli inventori. L’aspirazione dell’Europa dovrebbe essere proteggere e trattenere il suo talento critico, di cui è attualmente esportatrice netta.
Costruire un vantaggio asimmetrico sugli asset strategici richiede concentrazione, non dispersione delle risorse. In altre parole, catalizzare e diffondere l’innovazione. Gli appalti pubblici sono la più grande leva sottoutilizzata dell’Europa. Rappresentano il 15% del PIL annuale dell’Ue; un guadagno di efficienza dell’1% nel modo in cui questi fondi pubblici vengono spesi restituirebbe 23 miliardi di euro ogni anno, una cifra quasi cinque volte superiore all’importo del nuovo fondo per le Scale Up recentemente lanciato dalla Commissione europea. Se si chiedesse alle startup di scegliere tra avere istituzioni pubbliche come clienti paganti e fare domanda per un investimento azionario pluriennale da parte di un comitato di investitori pubblici e privati, sceglierebbero i clienti.
L’Europa deve reimparare l’arte industriale della creazione di mercati. Ciò significa ridurre il rischio per le invenzioni di frontiera, dare alle aziende innovative un margine di utili e feedback per crescere, diventando loro clienti. Sì, i governi dovrebbero essere tra i primi clienti delle startup critiche per scalare invenzioni significative.
Questo è accaduto in passato con Airbus e ASML. Non è successo con progetti come GAIA-X, il tentativo fallito di ingegnerizzare un hyperscaler europeo. Perché? I primi avevano una gestione unica nelle mani di una leadership imprenditoriale, con la giusta combinazione di competenza tecnica, esperienza commerciale e sostegno pubblico. Il secondo era un consorzio costruito sulla premessa politica che ogni paese in gioco dovesse avere una rappresentanza paritaria. La “comitatologia” non è una ricetta per l’invenzione e l’innovazione, perché privilegia il compromesso piuttosto che un’esecuzione rapida e flessibile.
RIFORMARE LE BUROCRAZIE PRIVILEGIANDO LE COMPETENZE. Per le stesse ragioni per cui gli astronauti o gli operatori di centrali nucleari si sottopongono ad un addestramento specifico, sembrerebbe ovvio che gestire il ciclo di finanziamento di tecnologie di frontiera richieda una combinazione di approfondite competenze tecniche e commerciali. In Europa, tuttavia, i programmi pubblici sono spesso gestiti da dipendenti la cui competenza risiede in altri campi, ossia funzionari di professione. Questo è un disservizio sia per i funzionari pubblici che per gli imprenditori.
I primi si trovano al centro di scoraggianti critiche quando i loro programmi non riescono a produrre i risultati sperati. Eppure il buon senso chiede: come si può consigliare una startup quantistica senza competenze nel campo, che richiedono anni per svilupparsi? D’altra parte, gli imprenditori sono scoraggiati dal candidarsi a opportunità pubbliche perché il costo di conformarsi alla burocrazia non è compensato dal capitale di crescita e dalla qualità dei consigli che riceverebbero. Guardando alla creazione del presunto equivalente europeo di DARPA, vediamo che l’Europa continua a ripetere l’errore di riciclare burocrati in innovatori.
Nel breve termine, iniziative audaci per l’innovazione potrebbero dover venire dal basso, da gruppi di volenterosi. Così è stato per la campagna per la creazione del 28esimo regime per le startup, organizzata da un gruppo di volontari sotto il nome di EU-Inc. Nel medio termine, costruire la capacità di implementare l’innovazione significherà ricostruire la capacità statale in gran parte dell’Europa. I ministeri europei – con eccezioni come i paesi nordici – stanno diventando obsoleti a causa dell’invecchiamento della popolazione, di pratiche di assunzione anacronistiche che si rivolgono ad avvocati piuttosto che a tecnologi, e della rigidità che impedisce di far valere le competenze giuste al momento giusto.
Questa è un’opportunità mancata in un momento in cui le generazioni più giovani privilegiano l’importanza di una missione rispetto al compenso, in cambio di maggiore responsabilità e flessibilità nell’esecuzione del lavoro. Nel frattempo, invece di rifondarsi, gli enti pubblici spendono più in servizi di consulenza che nella formazione del proprio personale. I governi stanno disinvestendo nelle proprie capacità nello stesso momento in cui viene loro richiesto di fare di più. Dov’è il buon senso in tutto questo?
L’EUROPA NELLA CORSA CONTRO SE STESSA. Concentrata sul rincorrere o rallentare i suoi presunti rivali, l’Europa si è distratta dalla sua vera corsa per l’innovazione: la corsa contro se stessa. Accelerare la diffusione dell’innovazione è l’inevitabile missione di un’Europa il cui modello economico è in declino, demograficamente e politicamente insostenibile nella forma attuale. Il dibattito su come innovare troppo spesso si perde in discussioni di tecnica e misure, per di più guardando agli altri. Ad esempio, come replicare un campione di IA europeo? Così, a ogni cambio di direzione di un rivale si è costretti a cambiare corso, perdendo il senso della propria direzione.
Persistere in questa rincorsa ormai ventennale non porterà l’Europa a guadagnare un vantaggio competitivo nella corsa tecnologica globale. Il ritardo europeo nell’innovazione è il risultato di una serie di errori strategici che infrangono la regola fondamentale del buon senso. Quindi, è ristabilendo una serie di ambizioni chiare, endogene e proporzionate alle proprie forze che l’Europa riguadagnerà ossigeno per correre più a lungo, più lontano degli altri. L’alternativa è continuare a correre la corsa degli altri, fino a esaurire l’ossigeno.
*Questo articolo è pubblicato sul numero 1-2026 di Aspenia