La scommessa saudita più lontano dal petrolio
Atterrando all’aeroporto di Gedda, fino a un paio di anni fa balzava all’occhio lo scheletro di un imponente grattacielo incompiuto alla periferia della città. Era il cantiere della torre più alta del mondo, pensata per strappare il primato al Burj Khalifa di Dubai. L’edificio doveva testimoniare il nuovo corso dell’Arabia Saudita pronta a liberarsi dalla “schiavitù” petrolifera sotto la guida di una generazione di giovani governanti. La realizzazione dell’impresa, cominciata nel 2011, subisce un’improvvisa battuta d’arresto nel 2017. Problemi progettuali e di budget si intrecciano a casi di corruzione.
Il destino dell’opera sembra segnato proprio quando il Paese, già nelle mani del principe ereditario e sovrano de facto, Muhammad bin Salman (conosciuto con l’acronimo MBS), ha da poco presentato al mondo la Saudi Vision 2030. Il piano di azioni e investimenti per catapultare il regno all’avanguardia delle economie globali è accolto con scetticismo perché considerato eccessivo, forse troppo audace per le reali capacità di Riyadh. Proprio come il grattacielo della metropoli sul Mar Rosso, il progetto di rapida differenziazione dell’economia diviene metafora della sproporzione tra ambizione e realtà delle cose. Eppure, a fine 2023, i lavori a Gedda riprendono, caricandosi del valore simbolico dello slancio ritrovato, dopo le incertezze iniziali, di un Paese capace di ricalibrare i suoi obiettivi.

Il petrolio finanzia l’affrancamento da sé stesso
Nell’immaginario collettivo non c’è pozzo di petrolio che non sia circondato da sterminate e inospitali distese di sabbia riarsa dal sole. Pur essendo presente a ogni latitudine, l’oro nero è associato a questo tipo di ambienti perché è proprio nei deserti sauditi che è cominciato lo sfruttamento su scala industriale e con tecniche moderne degli idrocarburi della Penisola araba.
Le prime ipotesi sulla presenza massiccia di petrolio nel sottosuolo vengono formulate prima ancora della nascita del moderno regno dei Saud negli anni Trenta del secolo scorso. Nel 1923, il geologo americano Karl Twitchell visitò il Paese evidenziando il potenziale delle zone orientali affacciate sul Golfo. Un decennio dopo, la Standard Oil Company of California ottenne la concessione esclusiva per effettuare prospezioni intorno a Dammam (sul Golfo Persico), senza però giungere a risultati immediati. La svolta arrivò solo alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale, con l’individuazione di un grande giacimento a Dhahran (poco più a Sud). Il conflitto, i limiti tecnologici di allora e le difficoltà logistiche, legate anche al clima inospitale, richiesero ancora lunghi anni fino all’estrazione massiccia degli idrocarburi destinata a cambiare il volto di un Paese arretrato e isolato.
Non a caso, per tutti gli anni Sessanta, le entrate petrolifere non apportano il benessere alla popolazione locale nel senso di repentino aumento del reddito disponibile. I petrodollari servirono comunque a realizzare infrastrutture fin lì inesistenti in Arabia Saudita, e a fornire servizi essenziali quasi sconosciuti come l’educazione elementare, una sanità di base e, in un secondo momento, energia elettrica e acqua potabile su larga scala. Solo più tardi i proventi petroliferi cominceranno a essere destinati anche all’accumulo di ricchezza e di cospicue riserve di valuta estera.
La creazione del Public Investment Fund (PIF), il fondo sovrano di Riyadh, fu una scelta di re Faysal risalente al 1971, che oggi consente al Paese di disporre di partecipazioni, proprietà e liquidità per una cifra vicina ai 950 miliardi di dollari. Il PIF è lo strumento principale di intervento governativo nel quadro della Saudi Vision 2030 e ha rafforzato la sua capacità finanziaria anche grazie ai proventi derivanti dall’immissione sul mercato di quote della Saudi Aramco, la compagnia nazionale di idrocarburi.
È il barile stesso dunque a finanziare l’affrancamento dell’Arabia Saudita dall’oil&gas. Eppure il settore genera ancora il 45% circa delle entrate del Paese, anche se in calo costante da almeno un decennio. Tale dato può essere analizzato in due modi diversi. Da un lato, Riyadh ha davvero compreso l’importanza di ridurre l’apporto del petrolio alla ricchezza nazionale. Se consideriamo che all’inizio del secolo gli idrocarburi contribuivano al bilancio per quasi il doppio rispetto a oggi, la portata della svolta è innegabile. Dall’altro, l’Arabia Saudita è ancora piuttosto indietro rispetto al vicino e rivale emiratino, apripista nel Golfo delle politiche di costruzione di un sistema economico basato sui servizi. Se la capitale federale Abu Dhabi resta ancora legata all’estrazione degli idrocarburi, disponendo d’altronde di riserve di gran lunga superiori rispetto agli altri Stati federati, a Dubai l’oro nero ormai ha un peso residuale nell’economia, incidendo per un mero 10% a vantaggio di settori come l’immobiliare, la finanza e il turismo.
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Il petrolio quindi resterà fondamentale negli anni a venire per dare concretezza alle ambizioni della Saudi Vision 2030. Nell’anno appena trascorso, il Fondo Monetario Internazionale stima che il PIL nazionale sia aumentato di poco più del 4% e conferma proiezioni simili per il 2026. Ritmi di crescita molto vivaci, ma impossibili senza l’apporto derivante dall’estrazione, dalla raffinazione e dal commercio del petrolio.
Tra l’altro, pur beneficiando di costi di estrazione tra i più bassi a livello globale e disponendo ancora di vaste riserve di idrocarburi – le seconde al mondo per volumi accertati, subito dopo il Venezuela – Riyadh ha bisogno che il prezzo non scenda al di sotto di una certa soglia affinché le sue ambizioni possano essere sostenibili nel breve e medio termine. La quotazione minima per evitare lo spettro del disavanzo eccessivo di bilancio è di almeno 100 dollari al barile. L’anno scorso, il prezzo medio è rimasto però compreso tra i 60 e i 70 dollari, generando di conseguenza un deficit pari al 5,3 % del PIL.
Per il 2026, Riyadh prevede un calo del disavanzo al 3,3 %, pari a 44 miliardi di dollari. Per raggiungere tale obiettivo, l’Arabia Saudita sta adottando un approccio basato su due direttrici. Da un lato, il Paese punta ad accrescere le entrate derivanti dal petrolio in maniera simile a quanto fatto a metà del decennio scorso. E cioè sfruttando al massimo i costi di produzione relativamente bassi per mantenere l’offerta energetica superiore alla domanda facendo così scendere il prezzo del barile. In questo modo, Riyadh mette in difficoltà gli altri produttori con la speranza di impossessarsi delle loro quote di mercato. Emersa con chiarezza in sede OPEC come rifiuto di accettare qualsiasi taglio alla produzione nazionale, questa strategia punta al rafforzamento nel mercato cinese, che attualmente assorbe poco meno del 20 % del petrolio saudita.
Pechino compra il 90% della produzione iraniana di idrocarburi, duramente colpita da sanzioni occidentali ed estratta a costi crescenti anche per l’impossibilità di accedere a tecnologie moderne. Un aumento degli acquisti cinesi dall’Arabia Saudita avrebbe al di là delle implicazioni economiche, conseguenze rilevanti anche sul piano geopolitico perché concepita proprio per indebolire ulteriormente Teheran, da lungo tempo vero rivale regionale. D’altra parte, il possibile miglioramento della salute delle finanze pubbliche saudite è legato al proseguimento dei tagli alla spesa pubblica, cominciati dopo il picco raggiunto nel 2023, nonché alla rimodulazione di alcuni dei principali obiettivi della Saudi Vision 2030 attraverso la riduzione dei costi di progetti giudicati troppo ambiziosi per destinare risorse a iniziative più redditizie.
Le principali direttrici della Saudi Vision 2030 “rimodulata”
Il riassetto che rappresenta forse il colpo di scena a maggiore impatto mediatico riguarda il distretto futuristico di Neom, in costruzione sul Mar Rosso, nella parte nord-occidentale del Paese. Il cuore del progetto consisteva in The Line, due file parallele di grattacieli altissimi, proiettate nel deserto per quasi 200 km: un mega-progetto che sembra aver virato verso un hub per attrarre investimenti nelle tecnologie digitali.
Il regno sta infatti puntando con decisione su questo settore al fine di creare un ambiente favorevole ad attrarre investitori e capitali dall’estero. Riyadh ha istituito già nel 2019 l’Autorità per i Dati e l’Intelligenza Artificiale. Pensata inizialmente per modernizzare l’amministrazione pubblica, l’Autorità ha acquisito nel tempo sempre più potere e svolge un ruolo di coordinamento tra dicasteri, imprese del settore e apparati di sicurezza. L’AI Strategy del 2020 pone degli obiettivi molto ambiziosi da raggiungere entro il 2030, come la leadership nel mondo arabo in materia di intelligenza artificiale.
L’Arabia Saudita intende porsi all’avanguardia del settore formando almeno 20mila esperti locali e creando centinaia di imprese start up. Per realizzare tali progetti il regno si è dotato di un fondo ad hoc che, dal 2024, ha una dotazione superiore a 100 miliardi di dollari. Anche il PIF è direttamente coinvolto e ha finanziato quasi interamente la nascita di Humain. L’azienda, fondata a maggio del 2025 e presentata al mondo in occasione del Saudi-U.S. Investment Forum di Riyadh, ha l’obiettivo di accreditarsi velocemente come “global AI powerhouse”, anche attraverso collaborazioni già avviate con i colossi americani della tecnologia più avanzata, come Nvidia e Qualcomm.
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La determinazione a giocare un ruolo di primo piano nella partita globale delle potenze tecnologiche non ha tuttavia fatto dimenticare ai sauditi il potenziale di settori molto più tradizionali. Tra questi, l’attività mineraria è centrale nel processo di differenziazione economica. Il 12 gennaio 2026, la Saudi Arabian Mining Company ha annunciato che le prospezioni dei mesi precedenti hanno portato alla scoperta di 7,8 milioni di once d’oro estraibili, pari a 221 tonnellate, che si aggiungono alle riserve già accertate.
Siamo ancora lontani dagli investimenti di giganti minerari come il Canada e l’Australia, che spendono non meno di un miliardo di dollari all’anno. Ma risulta già evidente un cambio di passo.
Anche l’estrazione del rame sembra avere ampi margini di crescita, con riserve accertate capaci di garantire almeno 40 anni di lavoro ai ritmi attuali di estrazione. Meno promettenti i risultati delle prospezioni sulle terre rare, sono invece soddisfacenti i progressi nell’estrazione dei fosfati, fondamentali per la produzione dei fertilizzanti indispensabili in agricoltura. Tra l’altro, l’industria dei fertilizzanti è solo un tassello del piano più ambizioso di fare del regno anche un polo nelle attività non solo di estrazione ma anche di lavorazione dei minerali.
L’ultimo grande pilastro della scommessa saudita su un futuro senza petrolio è il turismo. I primi visti per vacanza sono stati rilasciati a settembre del 2019. Si trattò allora di una piccola rivoluzione per un Paese rimasto chiuso per decenni e non abituato a vedere circolare visitatori arrivati per motivi diversi dal lavoro, dagli affari e dal pellegrinaggio alle città sante dell’Islam. Lo stesso autore di questo articolo, visitando il Paese a fine 2021, si è divertito a misurarsi con lo sguardo incuriosito dei locali e con la loro sincera ospitalità.
Da allora, l’Arabia Saudita ha fatto grandi passi in avanti. Nel 2024, il Paese ha accolto 29,7 milioni di turisti stranieri, con un incremento dell’8,4% rispetto all’anno precedente. Il 41,5% di questi è arrivato per motivazioni religiose, trovando a Medina e alla Mecca cantieri e palazzi nuovissimi pronti a ospitare i pellegrini in maniera confortevole ed efficiente, anche se al prezzo di stravolgere l’impianto urbanistico dei due antichi centri carovanieri. Il turismo religioso genera in media 20 miliardi di dollari ogni anno ed è la seconda fonte di entrate dopo il petrolio.
Ciononostante, è sui vacanzieri che Riyadh scommette per aumentare le entrate del settore, valorizzando lebellezze naturali del Paese e i siti di maggiore interesse storico.
Una scommessa non priva di rischi
Anche le grandi città come Riyadh e Gedda partecipano al business del turismo che, nelle intenzioni del governo, può contribuire a velocizzare l’apertura di un tessuto sociale rimasto ancorato agli usi e costumi dei popoli del deserto fino a non molto tempo fa. L’idea è di salvaguardare la cultura e le tradizioni del passato così come i principi della società islamica senza disdegnare quello che di piacevole la modernità ha da offrire.
In questo modo, la Casa di Saud cerca di onorare il patto che regge l’intero sistema saudita. E cioè benessere, opportunità esclusive di studio e lavoro impensabili altrove e, più di recente, occasioni di svago e divertimento che si moltiplicano nel regno in cambio di non troppe pretese in termini di diritti civili e politici. Ecco perché MBS non ha esitato a smantellare il potere dei religiosi wahhabiti che avevano imposto la loro rigida osservanza dei precetti islamici attraverso uno stile di vita austero considerato non più utile ai disegni di grandezza di Riyadh. Fino a quindici anni fa, sarebbe stato impensabile investire 850 milioni di dollari per creare un campionato di calcio di livello europeo. Oppure competere per organizzare l’esposizione universale del 2030 o i mondiali FIFA del 2034.
Resta da capire se una società con un’età mediana di 29,7 anni sia disposta ad accontentarsi di questo compromesso. Per ora sembra che non ci siano segnali preoccupanti, ma le tensioni che il governo ha cercato di evitare a ogni costo potrebbero emergere in maniera inaspettata. Ci sono da considerare infatti le perduranti disparità nei livelli di benessere tra aree diverse del Paese così come le potenziali tensioni tra i sunniti dominanti e sciiti maggioritari nell’est del Paese e in alcune aree al confine con lo Yemen. Riyadh ha sempre guardato con sospetto verso questi cittadini, spesso emarginati ed esclusi anche perché sospettati di essere segretamente al servizio del rivale iraniano.
C’è infine il quadro regionale che resta impossibile da ignorare. Le tensioni mediorientali sono aumentate in maniera esponenziale dopo la strage perpetrata da Hamas il 7 ottobre 2023 e la sanguinosa risposta israeliana a Gaza. Le operazioni militari dello Stato ebraico in Libano contro Hezbollah e lo scontro diretto con la Repubblica islamica (che ha visto il forte coinvolgimento diretto degli USA, tuttora un fattore centrale in chiave sia militare che potenzialmente diplomatica) hanno ulteriormente destabilizzato lo scacchiere. Per raggiungere gli obiettivi della Saudi Vision 2030 la stabilità interna e internazionale è determinante.
Questo contribuisce a spiegare il basso profilo mantenuto da Riyadh in questi mesi, gli appelli alla moderazione e la disponibilità in più occasioni a mediare per risolvere i dossier più urgenti. Il Paese non rinuncia però ai suoi disegni egemonici nella regione. Ne è testimonianza il recente intervento militare in Yemen contro i separatisti del Southern Transitional Council sostenuto da Abu Dhabi, che ha messo a nudo la strisciante rivalità con il vicino emiratino, non estranea all’aspetto economico.
Sono dunque tante le incognite che pesano sul lungo cammino dell’Arabia Saudita per affrancarsi dal petrolio.