Come Trump 2 guarda al mondo
Quando si guarda alla politica estera del secondo mandato di Donald Trump è facile dedurre – come hanno fatto molti analisti, oltre Paesi alleati e avversari – che questa non sia dettata in alcun modo dalla razionalità o che si tratti di una politica imperiale di stampo autoritario. Le dichiarazioni eccessive, i giudizi espressi così come alcune scelte, danno appunto l’impressione di una nave che va in una direzione, quella del ritorno allo stampo imperiale di tipo classico, ma lo fa senza un piano di navigazione adeguato. Questa impressione non è sbagliata, ma c’è dell’altro.
Facciamo dunque qualche ipotesi su motivazioni e conseguenze – ma prima nominiamo l’elefante nella stanza: la fine dell’ordine mondiale scaturito dalla caduta dell’URSS e il declino relativo, la perdita di peso degli Stati Uniti come potenza egemone. La risposta statunitense sotto la seconda presidenza Trump appare essere quella dell’aggressività e assertività, del cercare l’obbedienza e l’allineamento degli alleati e non quella di fare egemonia attraverso politica o diplomazia. La gestione di un relativo declino non è però una novità: le scelte dell’amministrazione Biden nei confronti della Cina o del rapporto con l’Europa in relazione alla guerra in Ucraina avevano in qualche modo quella gestione come sottotesto.

La personalità e l’uso della contrattazione
La prima cosa da segnalare riguarda la personalità del presidente e l’importanza che questi assegna alla leva economica come parte della politica estera. Da un lato, per Trump le relazioni personali con gli altri leader sembrano determinanti, il presidente rispetta le figure che proiettano come anche egli ama fare, un’immagine forte e “vincente” e, viceversa, tende a disprezzare chi si comporta da “debole” – naturalmente, stando alle sue personali valutazioni. Dall’altro, la centralità dei dazi sulle esportazioni verso gli Stati Uniti nella visione economica degli scambi internazionali adottata da Trump tracima spesso oltre la sola politica commerciale – si veda la minaccia di imporre dazi all’Europa per la Groenlandia, così come quella al Brasile dopo l’arresto dell’ex presidente Bolsonaro, o al Canada per i suoi accordi con la Cina. L’importanza dell’andamento economico e una certa mancanza di visione di lungo periodo condizionano anche i passi indietro, i vari ripensamenti che Trump ha allineato in questi mesi: la reazione negativa dei mercati finanziari dopo il “Liberation Day” dell’aprile 2025 o dopo la minaccia di dazi all’Europa sulla Groenlandia hanno innegabilmente contribuito a modificare i piani della Casa Bianca.
Un secondo aspetto che pure riguarda la concezione dei rapporti del presidente degli Stati Uniti è la modalità di contrattare con gli altri. Dopo l’accelerazione e la ritirata sui dazi all’Europa in molti hanno ricordato quanto Trump aveva scritto nel suo libro “The art of the deal”. In poche parole, l’immobiliarista chiederebbe sempre “dieci per ottenere uno” e lo farebbe usando toni minacciosi. Così alcuni hanno spiegato il comportamento in diverse crisi, dalla Groenlandia, appunto, passando per i dazi alla Cina o all’autorizzazione per l’esportazione di microchip Nvidia verso il maggiore rivale asiatico. Non si tratterebbe quindi dell’ennesima prova che di fronte ai toni finalmente più assertivi degli alleati europei “Trump Always Chickens Out” (TACO), come sostengono gli avversari politici, ma di una strategia. Se fosse vero, si tratterebbe perciò di una specie di test: quando i presidenti Xi, Lula, Sheinbaum (e persino Petro) hanno mostrato di rispondere in maniera ferma alle minacce, Trump ha cambiato modo di fare, cominciando a “rispettarli”.
Leggi anche: Il metodo Trump all’opera in Asia
Gli accordi raggiunti attraverso colloqui individuali con i leader o attraverso passaggi non accompagnati da un intenso lavorio diplomatico hanno spesso la caratteristica di non tracciare la strada in maniera sufficientemente dettagliata, funzionano come annunci in favore di telecamera, ma lasciano enormi dubbi sulla loro efficacia nel medio e lungo termine. La tregua a Gaza, il Board of Peace e i piani di ricostruzione, e soprattutto il divario tra le ambizioni e quanto succede sul terreno sia nella Striscia che nei Territori occupati, sono lì a mostrarci la capacità di ottenere risultati nell’immediato esercitando pressioni, usando relazioni ottime con la classe dirigente della Penisola araba e Israele. Ma quando si passa dalla stretta di mano alla faticosa fase di implementazione di un accordo, i dettagli lasciati indietro tornano a bussare alla porta.
L’importanza della cerchia del presidente
Fin qui siamo a quelle che potremmo definire le caratteristiche personali della politica estera trumpiana, cui ne va aggiunta una terza: chi gestisce le relazioni internazionali non è un apparato federale fiaccato e indebolito da tagli e licenziamenti (la legge che finanzia le agenzie federali taglia i programmi del Dipartimento di Stato del 16% e nel 2025 sono stati licenziati 1300 funzionari, e chiuso il programma di assistenza internazionale USAID) ma una cerchia ristretta contigua al presidente e composta da familiari come il genero Jared Kushner, amici come l’inviato Steve Witkoff, e alleati politicamente deboli o temporaneamente cooperativi come il Segretario di Stato Marco Rubio.
Non sfugge l’intreccio tra un modo non ortodosso di condurre le relazioni internazionali e il conflitto di interessi. Sono molti gli analisti che definiscono l’attuale politica estera USA una politica di transazioni. Un esempio tra molti è lo scambio tra la rapidità con cui il Vietnam ha concesso i permessi per il primo investimento della Trump Organization nel Paese in concomitanza ai colloqui sui dazi. In questo senso si può parlare, come fanno Seva Gunitsky e Semuhi SInanolgu su Foreign Affairs, di una politica personalistica che “aggira i controlli istituzionali per perseguire azioni motivate da interessi personali, come con le minacce alla Groenlandia e i lucrosi affari immobiliari e nel settore delle criptovalute che la sua famiglia ha concluso all’estero” anche quando queste scelte sono controproducenti per gli Stati Uniti – questo sarebbe appunto il caso di una forzatura sulla Groenlandia.
Leggi anche: Le radici ideologiche dei trumpismi e la loro funzione
Tutte queste caratteristiche personali non eliminano naturalmente alcune direttrici tipiche della politica estera USA, ma con essa si fondono. Probabilmente il dossier su cui questo intreccio è più palese è la guerra in Ucraina, dove la relazione con Putin e l’ammirazione per il presidente russo condizionano l’atteggiamento della Casa Bianca. Sull’Ucraina gli altri elementi che pesano sono una relazione pessima con l’Unione Europea e la volontà genuina del presidente di porre fine al conflitto, come promesso durante la campagna elettorale.
Relativamente contraddittorio, ma probabilmente il dossier più segnato dalla Realpolitik, è l’atteggiamento nei confronti del rivale cinese. Agli annunci di guerre commerciali si sono accompagnati segnali continui di distensione (Nvidia, TikTok) e di volontà di non far saltare il tavolo e far precipitare una crisi che – escludendo il confronto militare – danneggerebbe più gli Stati Uniti che non una Cina che per adesso ha retto all’imposizione dei dazi triangolando con altri Paesi o aumentando le esportazioni altrove , oltre che “weaponizzando” il suo controllo delle filiere delle terre rare
La declinazione di forza e influenza
Infine, estremamente importanti, ci sono aspetti della politica estera che esulano dalla personalità del presidente.
Il primo aspetto è quello di un uso della forza puntuale e dimostrativo, anche molto muscolare ma che vede i “boots on the ground” come un male da evitare. Le vicende irachena e afghana e l’atteggiamento verso quelle guerre tenuto dal presidente Trump, un atteggiamento che ha generato consenso, sono il punto di partenza. Come abbiamo segnalato, Trump non è un pianificatore, ma ha imparato dai disastri iracheno e afghano e promesso di non ripeterli a un’opinione pubblica stufa di guerre. Così, sia con il Venezuela che con l’Iran, non appare deciso a usare la forza per far collassare il regime e doversi poi occupare del dopo. Il Venezuela mostra proprio l’intreccio tra volontà di colpire i nemici, risolvere un problema (l’immigrazione, non la cocaina), mostrare al mondo e alla propria base elettorale la potenza USA e guadagnare, ma senza impantanarsi.
La vicenda venezuelana segnala anche l’altro aspetto centrale della geopolitica trumpiana. Nella National Security Strategy dello scorso novembre si parla di aree di influenza, e in molti riflettono sulla possibilità di un mondo a venire nuovamente diviso ma dove la parte dell’URSS la recita oggi la Cina. L’interdipendenza economica tra i due colossi, e di questi con Paesi che finirebbero da una parte o dall’altra (cfr. Europa), rendono lo scenario più complicato di quanto non si valuti, dopodiché non vi è dubbio che gli Stati Uniti hanno di nuovo una grande attenzione al cortile di casa inteso in senso molto ampio – dalla frontiera con il Messico fino alla Patagonia. Verso l’America Latina abbiamo visto grande solidarietà con i propri amici politici – il Salvador di Bukele, l’Argentina di Milei, l’Honduras, prossimamente il Cile minerario di José Antonio Kast – e toni talvolta aggressivi e talvolta concilianti, ma comunque un dialogo continuo con Brasile, Messico, Colombia. La rinnovata attenzione al “Western hemisphere” riguarda le sfere di influenza e appare funzionare, almeno in parte. Se, come e quanto Washington riuscirà a contenere la penetrazione economica cinese è altro discorso – Pechino è il primo partner economico dell’America del Sud. In questo caso a essere centrale è la figura del figlio di esuli cubani e Segretario di Stato Marco Rubio, che ha una sorta di delega non solo sulla questione Venezuela.
Leggi anche: The systemic meaning of US policy in the Western Hemisphere
Altra novità importante è l’abbandono da parte nordamericana della retorica sulla democrazia e i diritti umani che rende semplice intrattenere ottimi rapporti con figure come Bukelesfe. In questo senso si può forse parlare di novità apprezzabile: il “doppio standard” mantenuto dall’amministrazione Biden nelle vicende ucraina e mediorientale rendevano quella retorica fuori sincrono con la realtà.
Sempre in riferimento al Venezuela (o all’Iran), c’è anche l’abbandono della bussola del diritto internazionale come standard condiviso. L’idea che “might is right” (che possiamo tradurre sia “la potenza ha ragione” che “la potenza è diritto”) è un modo esplicito e spesso usato dal consigliere del presidente Stephen Miller per spiegare cosa si pensi del diritto fuori dai confini USA.
L’ultimo aspetto, quello più importante per l’Italia e per l’Europa, riguarda l’atteggiamento dell’amministrazione Trump nei confronti degli alleati europei e non solo. Qui, come nel caso dell’America Latina cui Rubio sembra pensare, c’è davvero una linea politico-ideologica che unisce diversi pezzi della coalizione MAGA (il vicepresidente Vance e quel gruppo di imprenditori della Big Tech che ha scelto di finanziare la campagna Trump 2024). La vicenda groenlandese, le minacce di dazi, l’oscillazione continua sulla NATO, i riferimenti alla deriva della civiltà europea contenuti nella National Security Strategy e la parte contenuta nel documento prima che venisse redatto e reso pubblico in cui si parlava della necessità di sostenere i partiti che si battono contro l’immigrazione (e le regole per la Big Tech) sono in realtà un unico pacchetto.
Qui l’intento sembra essere quello di dividere l’Unione, indebolirla e sostenere quelle forze politiche che la ripudiano. Si tratta di una politica che è assieme strategica – rendere più dipendenti i singoli Paesi e l’Europa in genere dagli Stati Uniti, ma essere meno coinvolti in termini di sicurezza – e ideologica – rendere etnicamente e culturalmente omogenea l’Europa e colpirne il sistema di regole che tuttora rende più faticosa la penetrazione dei colossi tecnologici. Nella vicenda groenlandese abbiamo visto come la cosa funzioni: il presidente polacco Karol Nawrocki a Davos è stato molto cauto sulla Groenlandia. Allo stesso modo le dichiarazioni del Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, che ammonisce con toni assertivi l’Europa sull’idea di una difesa autonoma dagli USA è il segno di una capacità statunitense di infilarsi nelle pieghe e contraddizioni europee. Tuttavia i toni americani, la pessima battuta sulle truppe NATO in Afghanistan (che sarebbero rimaste dietro le linee), così come la percezione delle opinioni pubbliche europee, rischiano, per gli USA di rafforzare l’Unione, piuttosto che non indebolirla.
La paura di venire schiacciati tra due duellanti e il modo in cui si viene maltrattati dall’alleato più importante hanno reso meno timidi persino i leader europei che per un anno avevano cercato di blandire il presidente o glissare sui suoi eccessi verbali questi. La vicenda della Groenlandia segna un prima e un dopo per le relazioni transatlantiche e non basterà neppure una nuova amministrazione – perfino fosse di parte democratica – a cambiare le cose.