La lunga fase elettorale tunisina: il ritorno dei personalismi e il pericolo populista

Il primo turno delle elezioni presidenziali in Tunisia del 15 settembre avrebbe dovuto tenersi nel mese di novembre, dopo le elezioni legislative previste per il 6 ottobre; ma la morte del novantaduenne presidente Beji Caid Essebsi lo scorso 25 luglio, il presidente più anziano al mondo, ha costretto ad anticiparle.

In poche settimane la corsa presidenziale si è intensificata e surriscaldata. I quasi sei milioni di elettori hanno potuto scegliere tra ventiquattro candidati, molti dei quali hanno partecipato a un dibattito televisivo all’inizio di settembre, guardato in diretta e in streaming da 4 milioni di persone. La tempistica affrettata ha inciso sulla natura della campagna presidenziale che si è caratterizzata per un’attenzione alle personalità dei candidati in misura maggiore che ai loro programmi.

Una scena dal dibattito tra i candidati alla presidenza della Tunisia

 

I vincitori del primo turno sono stati due outsider, già in testa ai sondaggi dello scorso luglio: il costituzionalista Kais Saied, arrivato primo con il 18,4% dei voti, e il magnate televisivo – incarcerato per accuse di corruzione da fine agosto – Nabil Karoui, arrivato secondo con il 15,6%. Il tasso di partecipazione elettorale è calato di venti punti, passando dal 64% delle presidenziali del 2014 al 45% di questa tornata, ma stante l’aumentato numero di iscritti alle liste elettorali, in termini assoluti il numero di votanti ha avuto uno scarto minimo.

Si potrebbe ipotizzare che la personalizzazione della sfida presidenziale, scollegata dalla competizione partitica che caratterizzerà le elezioni legislative di ottobre, abbia giovato alla politicizzazione della campagna, riducendo il pericolo paventato di un elevato astensionismo. Gli elettori di Saied, docente universitario che ha fatto campagna elettorale per le strade, con scarse risorse e tramite il passaparola, sono stati soprattutto giovani e istruiti. In molti hanno indicato nell’onestà e integrità del candidato elementi da premiare, insieme alla promessa di decentrare la gestione del potere e di ripensare la democrazia rappresentativa, integrandola con forme di democrazia partecipativa a livello locale.

La morigeratezza da cittadino comune, l’uso dei mezzi pubblici, la promessa di non trasferirsi al palazzo presidenziale di Cartagine se eletto, il non aver mai votato in precedenza e l’essere noto ai cittadini solo in virtù delle comparsate televisive per spiegare la nuova Costituzione, collocano Saied nel filone ben definito del leader populista di sinistra, à la Pepe Mujica. Tuttavia, le sue prese di posizione ne fanno politicamente un conservatore.

Di tutt’altra provenienza, stile e seguito il suo competitor, Nabil Karoui. Karoui, comunque privato della libertà di espressione e accesso ai media da fine agosto, ha però potuto contare prima del suo arresto su mezzi pressoché illimitati. Chi lo ha votato, in media, apparteneva a un elettorato più anziano e meno istruito. Dal 2011, il tycoon ha utilizzato la propria catena televisiva, Nessma tv, per attaccare il partito islamista Ennahda, ha co-fondato il partito “laico” Nidaa Tounes insieme ad Essebsi, e ribadisce e rilancia retoricamente l’idea di Stato forte e centralizzato sulla scia del defunto presidente.

Sembra rischioso fare previsioni in merito al ballottaggio, ma nel giro di pochissimi giorni dai risultati del primo turno, diversi candidati presidenziali hanno manifestato il loro supporto a Kais Saied, oggi front-runner della politica tunisina. Gli sconfitti di queste seconde elezioni presidenziali invece sono gli “insider” politici, i candidati degli apparati dei partiti: il primo ministro Youssef Chahed, anche lui membro del partito Nidaa Tounes ma da cui è stato espulso nel 2018, e Abdelfattah Mourou, esponente di spicco di Ennahda e presidente del Parlamento ad interim, dato tra i favoriti prima del voto.

Tra gli sconfitti si registrano anche i nostalgici della dittatura e di Ben Ali, morto lo scorso 19 settembre e sepolto in Arabia Saudita: Abir Moussi e Abdelkarem Zbidi. La prima, avvocato della Corte di Cassazione, si è distinta per posizioni apertamente a favore non solo della trasformazione del semi-presidenzialismo tunisino in un presidenzialismo compiuto, ma anche della depenalizzazione dei crimini legati alla tortura e alle violazioni dei diritti umani. Il secondo, considerato vicino al defunto presidente e apprezzato da molti membri del partito Nidaa Tounes, ex-Ministro della Difesa, condivide con Abir Moussi la nostalgia per la dittatura e proponeva la normalizzazione e reinserimento politico dei membri del regime di Ben Ali.

La cerimonia di sepoltura del corpo di Ben Ali nella città santa di Medina

 

La preferenza per due candidati populisti e outsider si inserisce in una tendenza, che si sta radicando nel paese, di sfiducia nei confronti della politica istituzionale e dei partiti: non a caso i due candidati vincitori del primo turno non hanno un partito alle spalle.

Quasi metà dei cittadini vede con favore l’idea di un ‘uomo forte al comando’, così come riportato da recenti sondaggi dell’Afro Barometer. Alcuni esprimono timori che queste tendenze possano essere manipolate e strumentalizzate da nostalgici della dittatura o fautori di visioni di uno stato forte che si appoggi su un ruolo più esplicito dell’esercito. Sia prima che dopo la rivoluzione, il paese ha evitato un colpo di stato militare grazie alla depoliticizzazione dell’esercito voluta proprio da Ben Ali dopo due tentati colpi di stato. L’esercito è rimasto piccolo, professionale, e tenuto lontano dal potere. La marginalizzazione dell’esercito ne ha garantito la non-interferenza nel gioco politico, al contrario di ciò che accade ad esempio in Algeria o Egitto.

Eppure, si nota una chiara volontà tra alcuni elementi delle forze armate di cambiare questo dato. Non soltanto un ex Ministro della Difesa si è candidato alle presidenziali, infatti, ma per la prima volta ex ufficiali dell’esercito – guidati da un ex generale, Mustafa Tabea – hanno fondato un partito politico, Haluma li Tunis (Agiamo per la Tunisia) che vuole rilanciare i ‘valori nazionali e il senso di appartenenza alla Nazione’. Il target e la constituency sono le famiglie dei militari e anche delle forze di sicurezza (non avendo i militari il diritto di voto alle legislative e alle presidenziali, ma solo alle elezioni amministrative).

Questo sviluppo si accompagna a due fattori. Da un lato una politicizzazione del potere giudiziario, utilizzato da politici per attaccare loro oppositori, così indebolendo sia la legittimità della classe politica che la pretesa autonomia del potere giudiziario. Dall’altro, una crescente libertà di manovra della polizia, permessa da un lato dalla continuazione dello stato di emergenza dal 2015 e dall’altro da una scarsa volontà politica di perseguire abusi gravi fino alla tortura commessi dalle forze di polizia.

Il timore per un arretramento della democrazia tunisina, stante il sostegno popolare per una figura forte, la perdita di credibilità dei partiti politici, e lo sdoganamento pubblico non solo della nostalgia dell’epoca di Ben Ali ma del regime dittatoriale, rende l’attuale fase elettorale cruciale.

Nonostante infatti le attribuzioni presidenziali si limitino ad alcuni dossier, in primis in politica estera e di difesa e simbolici, relativi alla rappresentanza, non è da escludere che in futuro significative revisioni costituzionali modifichino l’equilibrio dei poteri. Della Costituzione non potranno essere modificati gli articoli riguardanti i diritti e le libertà fondamentali, ma la loro attuazione può essere indebolita, ad esempio non abrogando il vecchio codice penale, ancora utilizzato per limitare la libertà di espressione o reprimere l’omosessualità, o tramite nomine parlamentari alla Corte Costituzionale di giudici non-garantisti. L’assenza di una Corte Costituzionale resta ad oggi uno dei maggiori ostacoli all’attuazione della Costituzione e alla messa in sicurezza delle conquiste democratiche ottenute dalla rivoluzione del 2011.

Il quadro del Paese resta fragile e destabilizzabile. A otto anni dalla rivoluzione del 2011, cinque anni dall’adozione della Costituzione democratica, i maggiori problemi restano la disoccupazione, attualmente al 15% (era al 12-13% negli anni novanta), e l’inflazione al 7% (era al 3% prima del 2011). La crescita economica non supera il 2%, in parte per il ritardo del settore turistico, il terzo più importante nell’economia del paese, che genera meno della metà della ricchezza rispetto al periodo pre-rivoluzionario.

Per concludere, le urne hanno decretato la sconfitta di chi ha gestito il potere in questi primi anni di democrazia, senza riuscire a imprimere la svolta necessaria soprattutto in materia di politica economica. Lo schema politico della transizione post-rivoluzionaria basata sulla coabitazione forzata al governo, tra partito di ispirazione islamica, Ennhada, e partito di ispirazione più laica, Nidaa, è stato bocciato. La presidenza Essebsi era stata garante di questo accordo, sfociato però in una ricerca spasmodica di consenso elettorale e in un sistema partitico bloccato. Il nuovo presidente segnerà l’inizio di una fase nuova per la Tunisia.

 

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