Gareggiare per vincere: le radici greche dei Giochi

“Costruire un mondo pacifico e migliore attraverso lo sport e l’ideale olimpico”: è intitolata così la risoluzione approvata il 28 novembre 2023 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dopo il discorso introduttivo pronunciato (anche a nome del governo francese) dal presidente dal Comitato organizzatore dei Giochi olimpici di Parigi 2024, Tony Estanguet, e dal presidente del Comitato olimpico internazionale (CIO), Tomas Bach. Al voto finale hanno partecipato soltanto 120 nazioni sulle 197 rappresentate nell’Assemblea. Le altre non si sono presentate in aula e la risoluzione è stata approvata con 118 voti a favore e le due astensioni di Russia e Siria.

 

LA TREGUA OLIMPICA. È il sostegno più basso mai ricevuto dall’appello a sospendere ogni ostilità nel mondo in occasione dei Giochi, che le Nazioni Unite iniziarono a lanciare nel 1993, in piena guerra di Bosnia. Da allora, regolarmente ogni due anni, in occasione dei Giochi estivi e invernali, ONU e CIO ripetono il tentativo di riaffermare il concetto di tregua olimpica: con quali risultati è sotto gli occhi di tutti.

La tregua olimpica (ekecheiria) era stata istituita per garantire il compiuto svolgersi dei Giochi di Olimpia, ben presto divenuti l’evento sportivo di vertice tra i molti che si disputavano sul suolo greco. Essa si protraeva da un mese prima dell’inizio delle gare (le Olimpiadi si tenevano all’incirca tra fine luglio e inizio settembre) sino a un mese dopo la cessazione delle stesse, quando si presumeva che gli atleti fossero rientrati senza problemi nelle rispettive città. Subito dopo, le ostilità che caratterizzavano le sempre conflittuali relazioni tra le città-stato greche potevano riprendere.

Ai giorni nostri la sinergia tra Nazioni Unite e Comitato olimpico internazionale dà corpo alla necessità, sempre più attuale, di riallacciare il legame con il senso più profondo dei Giochi olimpici dell’antichità e con i valori che appartengono alla tradizione culturale greca. Le Olimpiadi, infatti, erano un’occasione che ricordava ai greci l’importanza di stare insieme, del sentirsi uniti in nome di un patrimonio culturale comune, mettendo da parte – perlomeno temporaneamente – incomprensioni e ostilità.

 

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Allora come oggi le Olimpiadi offrivano la possibilità concreta di comprendere che la consapevolezza dell’appartenenza a un sistema comune di valori è la sola arma in grado di affrontare e combattere forze disgregatrici che oggi giungono a mettere in discussione la possibilità di una convivenza civile e pacifica sul pianeta.

LE OLIMPIADI TRA MITO E STORIA. Non c’è da stupirsi che la cultura greca abbia originato le competizioni sportive che ancora oggi tutto il mondo segue con enorme interesse. Possiamo dire che le gare erano la perfetta sintesi ed esaltazione dell’etica di quella civiltà, alla base della quale era radicata una concezione fondamentalmente agonistica: un greco sentiva l’obbligo di primeggiare in qualsiasi attività praticasse.

Gli scavi archeologici condotti a Olimpia hanno rivelato che il sito fu usato a scopo cultuale sin da un’epoca ben precedente al 776 a. C., ossia la data della prima edizione dei Giochi storicamente provata. Il santuario conserva traccia di culti di fertilità abitualmente celebrati in occasione dei riti di passaggio dei giovani dall’età impubere a quella pubere. E non è escluso che in quelle occasioni si disputassero già delle gare. I primi indizi di questa attività sportiva vanno ricercati nel mito.

Secondo il racconto fatto da Pindaro nella prima delle sue Olimpiche, i Giochi furono fondati da Pelope: giunto nella regione che da lui avrebbe preso il nome di Peloponneso, egli partecipò a una gara di carri indetta da Enomao, re di Pisa, città non lontana da Olimpia che fu poi distrutta. Poiché aveva saputo dall’oracolo che sarebbe morto per mano del futuro marito di sua figlia Ippodamia, Enomao voleva assoluta- mente evitare che questa si sposasse e a tale scopo indiceva ogni anno una gara di carri dalla sua città fino a Corinto, sfidando gli aspiranti generi a batterlo. Essendo il suo carro tirato da cavalli ricevuti in dono da Fetonte, egli si riteneva invincibile e, forte di questa sicurezza, stringeva con i partecipanti alla gara un patto: chiunque lo avesse battuto avrebbe avuto in sposa Ippodamia, ma chi avesse perso sarebbe stato ucciso.

Prima di Pelope già 13 pretendenti erano stati messi a morte, ma Pelope, racconta Pindaro, riuscì a vincere grazie all’aiuto di Poseidone che gli donò cavalli alati. Divenuto sovrano di Pisa, allargò il suo impero su tutta la regione e alla sua morte fu sepolto in un recinto sacro (Altis) a Olimpia; presso la sua tomba vennero celebrati, in suo onore, dei giochi funerari che secondo altri autori diedero l’origine agli agoni sportivi veri e propri.

Solo un’ipotesi, a sostegno della quale si può ricordare che celebrare i defunti con delle gare durante i funerali era usanza abbastanza diffusa presso gli antichi, come un famoso episodio dell’Iliade ci ricorda: i funerali di Patroclo durante l’assedio di Troia raccontati nel canto XXIII dell’Iliade.

 

ETICA AGONISTICA E IDEALE EROICO. Olimpia non fu mai una città, era solo un centro religioso dedicato alle feste che si tenevano attorno al recinto sacro di Zeus. Le Olimpiadi, infatti, sono nate come festa religiosa in onore di Zeus e tali sono sempre rimaste nel corso della loro lunga storia. Esse erano una festa pubblica perfettamente incardinata nell’etica agonistica greca. Un’etica fin dalle sue origini di tipo fortemente competitivo. Le fonti più antiche, Iliade e Odissea, non lasciano dubbi in proposito. Nel mondo descritto dai poemi le qualità positivamente valutate erano quelle che consentivano di emergere sugli altri, per non dire – se necessario – di sopraffarli.

L’ideale omerico era quello dell’uomo che aveva successo in qualunque attività si cimentasse: vincere, imporsi, essere superiore agli altri, era quanto veniva insegnato a un ragazzo greco fin dalla più tenera età. Era la poesia, infatti, che incitava i greci a “essere tra gli altri il migliore e il più bravo”, secondo l’insegnamento dato da Peleo al figlio Achille prima che questi partisse per Troia (Iliade, XI, v. 784).

Omero a soccorrerci: nei suoi poemi non vi è personaggio che non si vanti, anzitutto, di essere fisicamente forte. Il primo è Zeus, il re degli dei che – se e quando sospetta che la sua posizione venga messa in discussione – non esita a sfidare le altre divinità, in primo luogo sul piano della forza fisica.

“Ma su, provate, o numi e così tutti vedrete:
una catena d’oro facendo pendere giù dal cielo,
attaccatevi tutti, o dei, e voi, o dee, tutte:
non potrete tirare dal cielo sulla terra
Zeus signore supremo, neppure molto sudando; […]
tanto al di sopra dei numi, al di sopra degli uomini io sono.”

(Iliade, VIII, vv. 18-22, 27)

Se era alla forza fisica che il nobile (agathos) doveva primariamente il proprio onore e di conseguenza il proprio status sociale, va sottolineato come questa da sola non fosse sufficiente. La forza senza il coraggio non valeva niente. Il nobile non doveva temere la morte, piuttosto doveva avere paura di morire senza onore, lontano dal campo di battaglia. Forza fisica, coraggio ma non solo. Oltre che in guerra, l’agathos era chiamato a realizzarsi nella vita civica: nelle assemblee doveva sapere imporre le sue opinioni e fare accettare le sue proposte. A questo fine gli era necessaria un’altra virtù: l’eloquenza. Come ricorda Eurialo nell’Odissea:

“Un uomo è meschino nell’aspetto, ma un nume
sparge bellezza sulle sue parole e la gente
gioisce nel vederlo: parla con sicurezza,
con dolcezza e rispetto, si distingue nelle assemblee;
quando va per la città lo onorano come un Dio.”

(Odissea, VIII, vv. 169-173)

E per finire il breve elenco, il nobile è inevitabilmente bello. Secondo un modello che resterà l’ideale nel mondo greco da Omero in poi, la perfezione dell’essere umano era rappresentata dalla combinazione di bellezza fisica ed eccellenza morale espressa dal termine kalokagathia (da kalos, “bello” e agathos, “nobile, valoroso”). Forza e bellezza non dovevano separarsi: la bellezza fisica era e doveva essere il volto del valore. Donde l’inutilità della bellezza di Paride: gli achei, dice Ettore parlando del fratello bello ma imbelle, “credevano che fosse gagliardo il capo, perché bellezza è nell’aspetto, ma forza in cuore non c’è, non valore” (Iliade, II, vv. 216-220).

Paride è tanto più spregevole quanto più, essendo bello, induce in errore facendo credere di essere un eroe. La qualità culturalmente valutata e socialmente premiata nel mondo omerico è, così, la capacità di imporsi con la forza fisica, con il coraggio, con la parola. Capacità che consentiva a chi la possedeva di comportarsi secondo i canoni eroici.

 

IL VALORE NELLA POLIS. È questo il terreno culturale sul quale nascono e si diffondono i Giochi. Sono questi i valori ai quali essi si ispirano e tali resteranno an- che quando, con la nascita della polis, all’etica del successo si affiancano i nuovi valori di tipo cooperativo, più congeniali all’evoluzione in senso democratico delle nuove organizzazioni sociopolitiche.

Anche nella polis, infatti, l’educazione del cittadino prevedeva una disciplina fisica e morale che consentiva l’affermazione sugli altri e il superamento dei propri limiti. L’educazione fisica e lo sport erano parte della paideia greca, parola che noi traduciamo in genere con “educazione”, ma era qualcosa di più e di diverso da quello che significa oggi questo termine.

La paideia era la socializzazione a un insieme di valori e di precetti la cui trasmissione di generazione in generazione era ritenuta compito del cittadino. E poiché l’importanza di eccellere nello sport rientrava tra questi valori e precetti, vincere una gara a Olimpia era e rimase sempre il momento nel quale, più che in ogni altra occasione, il cittadino greco – quale che fosse la sua polis di provenienza – poteva dimostrare a sé e agli altri di essere capace di compiere con successo l’impresa che si era prefisso, grazie al potenziamento delle proprie capacità non solo fisiche, ma anche intellettuali e morali.

Così come la vittoria era il segno del valore, allo stesso modo la sconfitta era quello del disonore, della vergogna e dell’inadeguatezza. Chi è stato sconfitto, leggiamo in alcuni celebri versi di Pindaro, torna a casa “per obliqui sentieri nascosti” (Pitica VIII, vv. 85-86). Non osa neppure mostrarsi.

LA PERDITA DEGLI IDEALI. Immersi in questa cultura agonistica è facile capire perché in principio i greci gareggiassero solo per la gloria. Almeno in origine, il premio simbolico per la vittoria ai Giochi era una corona di ulivo selvatico e, al massimo, gli onori resi dal pubblico di Olimpia. Ma nel tempo le cose presero a cambiare. Per cominciare, entrò nell’uso tributare ai vincitori delle gare altri onori accanto alla corona: per celebrarli si erigevano statue nella loro città natale o si offrivano loro pasti gratuiti a vita. Ad accrescere la loro gloria fuori dalla città natale si commissionavano ai poeti odi in celebrazione del loro nome: tra le più famose quelle di Pindaro.

Sarebbe stata, però, l’introduzione dei premi in denaro a modificare maggiormente lo spirito dei Giochi. Una novità che – segnando la nascita della figura del professionista – avrebbe determinato il diffondersi di un’etica agonistica diversa, meno nobile e più utilitaristica. Ad avviare questa svolta sarebbe stato – secondo il racconto di Plutarco – un provvedimento di Solone (legislatore ateniese vissuto tra il 638 e il 558 a.C.), vale a dire la concessione di un premio di 500 dracme a chiunque avesse ottenuto una vittoria.

Una volta introdotti, i premi in denaro e in beni materiali si moltiplicarono, dando il là a un processo irrimediabilmente volto alla perdita degli ideali antichi. La vittoria atletica non era più solo un onore, era un evento che per alcuni poteva cambiare la vita.

 

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Mentre in origine solo gli aristocratici partecipavano alle gare, grazie ai premi a questi vennero ad affiancarsi con il passare del tempo persone appartenenti a gruppi sociali ed economici meno fortunati. Un fenomeno accelerato dalla bramosità di alcune città che, desiderose di guadagnare lustro in seguito alla vittoria sportiva di un proprio cittadino, cominciarono a elargire denaro agli atleti promettenti delle classi meno facoltose per consentire loro di dedicarsi alla preparazione delle gare atletiche che a cadenza regolare si disputavano in Grecia: oltre ai Giochi olimpici, infatti, si gareggiava anche nei Giochi pitici, nei Giochi nemei e nei Giochi istmici. L’insieme di queste quattro competizioni panelleniche dava vita al cosiddetto periodos (letteralmente “il circuito”): primeggiare nel circuito era la massima ambizione di un atleta.

Questa successione continua di gare creava qualcosa di molto simile alla realtà sportiva, ovviamente molto più ramificata e diffusa, dei nostri giorni. La Grecia antica è progenitrice anche dello sport moderno. Con un’etica però molto differente: l’impor- tante non è certo partecipare, quanto vincere. Con buona pace del motto del barone de Coubertin.

 

 

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